Immateriale
Il termine chiave (il feticcio più ingombrante) della nostra epoca

L’aggettivo immateriale copre un arco di significati idealmente compreso fra il tradizionale “spirituale” e il contemporaneo “digitale”, con riferimento all’informatica e all’elettronica. Il progressivo allargamento del campo semantico è direttamente connesso, nei paesi industrializzati, alla diffusione delle nuove tecnologie, alla crescita economica dei settori della moda, del design, della finanza e, in generale, del terziario avanzato. Tali sviluppi hanno comportato, tra l’altro, lo slittamento del senso del “valore” dalla grandezza monetaria e comunque materiale, ai beni immateriali. Questi ultimi, infatti, possiedono valore economico, anche se non hanno consistenza fisica: è il caso del marchio (brand), delle relazioni personali, della cultura, e così via.

 

L’enfatizzazione di simili aspetti immateriali è un processo lungo che avviene nel quadro della transizione dal fordismo al postfordismo e che trova compiuta espressione proprio negli anni ottanta, di pari passo con l’affermazione della società dello spettacolo e l’esaltazione dell’effimero e dell’apparenza nella comunicazione sociale. La riduzione dei tempi di produzione e consumo, connessa con il nuovo modello “toyotista” dell’organizzazione industriale e della distribuzione commerciale – secondo la formula del just in time – struttura la volubilità accelerata delle mode e l’estetica dell’instabilità. Informatica e telematica, inoltre, sembrano omologare l’oggetto alla sua immagine che, proiettata o teletrasmessa, appare svuotata della propria concretezza materica: i simulacri elettronici insidiano il mondo reale, o almeno generano un panorama affollato di copie di copie.

 

Il decennio, quindi, sembra dare corpo all’analisi già avanzata da Jean Baudrillard a proposito dell’evoluzione del capitalismo dalla produzione di merci alla produzione di immagini, di segni e di sistemi di segni. Convergono in questa direzione sia l’Esthétique de la disparition (1980) in cui Paul Virilio imputa alle nuove tecnologie la perdita di definizione del reale, a favore di un panorama in cui domina la smaterializazione, la derealizzazione dell’esperienza; sia La società trasparente (1989) in cui Gianni Vattimo esplicita il nesso fra postmoderno ed egemonia dei mass media. Questi due testi, seppure in maniera differente, alludono fin dal titolo alla perdita di pesantezza materiale e, mentre celebrano la società dell’informazione, mettono in guardia contro il presunto alleggerimento degli apparati di potere, di controllo e di amministrazione.

 

Proprio di tali fenomeni, paure e speranze, intende dare conto Les Immatériaux, la mostra curata da Jean-François Lyotard e Thierry Chaput, nel 1985 al Centre Georges Pompidou di Parigi, attraverso uno spaccato vivace delle trasformazioni in atto e di quelle futuribili, con quel tanto di visionario da suscitare dibattiti e polemiche sulle due sponde dell’Atlantico. Il cuore concettuale della manifestazione – così come è messo a punto dall’autore della Condizione postmoderna (1979) – risiede nell’abolizione della distinzione fra materia ed energia, a favore di entità ibride, potenzialmente sia l’una che l’altra, e pertanto destinate a modificare le stesse categorie fondanti del pensiero. Visitando questa insolita e affascinante esposizione si aveva un’idea vivida degli esiti delle trasformazioni avvenute e dei loro effetti a breve e a lungo termine: si pensi al senso di dematerializzazione suscitato dal denaro non più ancorato ai metalli preziosi, ma legato alla fluttuazione reciproca delle monete e al crescente peso, spesso speculativo, dell’economia finanziaria. Oppure, si consideri quanto l’incremento delle telecomunicazioni abbia diffuso l’idea di un pianeta ancora più piccolo di quanto non fosse diventato grazie ai trasporti meccanici: ciascun luogo o individuo è immediatamente collegabile a tutti gli altri, sostituendo il contatto fisico con quello virtuale, in tempo reale.

 

 

Addirittura il corpo, ambito intimo e privato per eccellenza, sembra contagiato dall’immaterialità: i progressi della manipolazione genetica e delle chirurgie estetiche e protesiche rendono le modificazioni morfologiche più accessibili e sicure; la procreazione assistita e l’inseminazione artificiale, già allora possibili, tratteggiano scenari in cui le coordinate identitarie individuali diventano problematiche, così come la trasmissione del patrimonio genetico dai genitori ai figli può assumere connotati di incertezza. Perfino l’appartenenza di genere diventa fluida, mentre sia la cultura sia le discipline sociali si interessano al transessuale, all’ermafrodito, all’omosessuale e al queer. Esempio classico del crollo di tradizionali cliché identitari è Michael Jackson che, anche attraverso i primi videoclip musicali come quello del celebre Thriller (1982), interpreta una figura androgina, legata all’idea dell’eterna giovinezza.

 

L’identità intesa come costellazione di condizioni stabilite alla nascita lascia quindi il posto a una nozione di identità performativa, caratterizzata dalla possibilità del soggetto di intervenire ripetutamente nel corso della propria esistenza per modificare non solo l’appartenenza sociale e culturale, ma addirittura l’aspetto fisico e il genere (come si è detto), percepiti come variabili, privi di base fisica e dunque immateriali.

 

È evidente quanto tali processi si colleghino all’importanza cui assurge la moda e, in generale, l’abbigliamento e la cura del corpo, alimentazione compresa. In questo ultimo settore si affermano – nei paesi industrializzati – regimi alimentari sobri, ipocalorici o salutisti nei quali l’attenzione è rivolta ai nutrienti chimici, piuttosto che alle pietanze, proprio quando la chimica, la farmaceutica e l’industria agroalimentare fanno balenare nella mente del consumatore che ci si possa nutrire tramite ritrovati sintetici, liofilizzati, quasi medicalizzati. È questa un’altra strada lungo la quale la materia di cui è costituita la vita si definisce tramite forme elementari, si riduce di dimensione e diventa  pertanto meno visibile.

 

La centralità delle nuove tecnologie sollecita anche gli artisti, le cui ricerche in questo periodo pongono le basi della futura affermazione dell’arte mediale: riproducibile, teletrasmessa, scomponibile e ricomponibile, sembra prendere corpo l’opera immateriale. Il pensiero corre alle esperienze di cooperazione creativa, rese possibili dal satellite, come ad esempio Good Morning, Mr. Orwell (1984), promossa da Nam June Paik; oppure dalle reti locali (BBS), come Organe et fonction d’Alice au pays de merveilles (1985), ideata da Roy Ascott, prima di avere a disposizione il World Wide Web. Mentre l’arte digitale si emancipa dal rigore degli esordi, coinvolgendo il pubblico nelle prime opere interattive, destinate a sviluppi sorprendenti, alcuni pionieri della videoarte – da Nam June Paik a Woody Vasulka, da Lynn Hershman a Bill Viola – si volgono a nuove forme di figurazione e di narrazione che, insieme al potere affabulatorio, accrescono il coinvolgimento emotivo del pubblico di fronte a proiezioni ambientali e installazioni scenografiche, altrettanti monumenti all’opera liquida, alla versatilità e onnipresenza delle immagini tecnologiche. Infine, proprio nel campo dell’arte mediale, quando, alla fine del decennio, dall’implosione della rivalità est-ovest emergono nuovi assetti geopolitici, si affacciano sulla scena artistica soggetti extra-occidentali, di cui l'artista libanese Mona Hatoum è stata a lungo il simbolo.



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Commenti: 4

redazione doppiozero Lun, 18/04/2011 - 19:02
Per approfondire questo argomento, in italiano esiste il bel libro dell'autrice, Francesca Gallo, "Les immatériaux. Un percorso di Jean-François Lyotard nell'arte contemporanea" (Aragno editore). On line c'è invece un interessante articolo comparso sul Tate Journal qualche tempo fa, e reperibile a questo indirizzo: http://www.tate.org.uk/research/tateresearch/tatepapers/09autumn/rajchman.shtm
angelo Mer, 20/04/2011 - 08:43
Solo una precisazione. Il libro di Francesca Gallo è edito da Aracne, non Aragno
Elio Grazioli Lun, 02/05/2011 - 17:37
Mi permetto di intervenire con un commento che spero non risulti troppo lungo, ma la mostra "Les Immatériaux" a metà esatta degli anni ottanta fu davvero, per molti versi, uno spartiacque. Fu il segno che le cose erano cambiate, che bisognava ripensarle in un’altra prospettiva, che la “condizione postmoderna” non era una diagnosi teorica o una velleità autogiustificativa, ma un futuro già iniziato. Ci voleva un filosofo con radicati interessi artistici nel contemporaneo – come del resto era per molti dei filosofi francesi allora in voga – per pensare e realizzare una mostra del genere. Innanzitutto la mostra infatti: un corridoio con rumori amplificati del corpo, se non ricordo male (“Il visitatore è un corpo in movimento”, scriveva Lyotard), portava a una grande stanza d’entrata allestita con computer – per la prima volta – da cui partiva in diverse direzioni una rete di percorsi studiatissima e articolatissima, fatta di stanze piene di oggetti di ogni tipo, dall’arte alla tecnologia al design e altro, in cui incroci e parallelismi spaziali lo erano anche di contenuti. Un modo completamente nuovo di fare una mostra, come non se ne erano mai viste. La si visitava portando delle cuffie perché, grazie a un allora sofisticato impianto, ogni percorso, corridoio, stanza, aveva un commento diverso che arrivava automaticamente in cuffia. Il catalogo era doppio. Quello vero e proprio era fatto a schede che rispecchiavano perfettamente la struttura mobile e intrecciata della mostra; ogni scheda riguardava una stanza, cioè il suo tema, il suo argomento, poi diversi colori o richiami grafici, nonché schemi proposti dal curatore stesso, ne davano percorsi stabiliti, rimandi, rapporti. Insieme a questo vi era una pubblicazione che raccoglieva il dibattito via computer, oggi diremmo in blog, che era stato lanciato da Lyotard a diversi studiosi di ogni disciplina sulle questioni in gioco nella mostra, dibattito che era consultabile nei computer della sala d’entrata e che proseguiva su di essi in tempo reale. A metà tra le stanze di un museo della scienza e una mostra d’arte e altro ancora, "Les Immatériaux" fu una novità assoluta. Non una mostra a tema, né soltanto una mostra, era la messa in scena del pensiero stesso – non un’esposizione, disse Lyotard nella conferenza stampa, ma una “manifestazione” –, di come ora si doveva cominciare a pensare, di come bisognava affrontare la “condizione postmoderna”, cioè come una rete, con una mente sintonizzata. Per chi, come me, si occupava d’arte, passata la delusione – frutto in realtà dello smarrimento di fronte alla novità – per come l’arte vi avesse un ruolo solo esemplificativo, come pare inevitabile nei contesti di ogni altra disciplina, scattò il pensiero che ancora non si vedeva in giro un’arte corrispondente a questa visione, che la mostra era l’opera. Sì è vero, vi era esposta e si cominciava a fare dell’arte sull’immaterialità o con tecnologia più o meno sofisticata, ma questo è appunto l’aspetto “illustrativo” della corrispondenza tra arte ed epoca, è la sua “attualità”. Non è invece un caso che poco dopo iniziarono i prodromi di quella che venne teorizzata come “estetica relazionale”, prodromi che, se si pensa alle prime mostre del gruppo di artisti come Philippe Parreno, Dominique Gonzalez-Foester, Pierre Joseph, Xavier Veilhan, Henry Bond, Liam Gillick, pensavano e costruivano non tanto come esposizioni di loro opere quanto come progetti in sé, “manifestazioni” di un’idea, attraverso il confronto e il coordinamento. Ricordo per esempio "No man’s time" alla Villa Arson, nell’estate del 1991, con un catalogo che era il diario della costruzione della mostra, coordinato dal curatore Christian Bernard in dialogo con tutti gli artisti, ma ve ne fu tutta una sequenza studiata e condotta dagli artisti stessi. Nicolas Bourriaud, che poi seppe mettersi al centro del gruppo di questi artisti e altri, seppe cogliere perfettamente questa corrispondenza non illustrativa con l’epoca e la sua teoria del relazionale fu di fatto la prima esplicita teoria di questo rapporto: “le forme come modelli di socialità” (vedi in particolare il testo “Compresenza e disponibilità”, in "Estetica relazionale"). Ma più in generale l’“immateriale” in arte è allora l’opera come oggetto o situazione relazionale, che cioè dissolve il suo aspetto materiale nella relazione. Per esempio, non solo, ma per esempio. In arte, com’è noto, si parlava già da vent’anni di “smaterializzazione” – vedi il famoso libro di Lucy Lippard, "Six years: the dematerialization of art object" (1973) – ma l’immaterialità è appunto altra questione, che porta in altra direzione, non tanto concettuale, linguistica, verbale, né di uso di oggetti o materiali invisibili, quanto una im-materialità, un’altra materialità, un’altra idea di materia. Nella mostra "Les Immatériaux" i visitatori di allora ricorderanno il forte odore di caffè – nell’opere di Kounellis – o di altre sostanze, dove è chiaro che siamo al limite del materiale, non nel suo opposto, nella sua dissoluzione, nella virtualità tecnologica. Allora si diceva: l’immateriale è la decostruzione del materiale. Non per niente la mostra cominciava con un rimando al corpo, non negato, non rimosso, ma trasformato. Dieci anni dopo Lyotard si chiederà ancora: “è possibile un pensiero senza corpo?” (“Si l’on peut penser sans corps”, in "L’inhumain", 1988). "Les Immatériaux" non fu insomma un saggio scritto sulla questione dell’immaterialità, fu una mostra sugli immateriali, cioè qualcosa come solo una mostra, anzi una “manifestazione”, riesce ad essere (o un testo che – per esempio graficamente, ma non solo – può cercare di essere). Fu una lezione di decostruzione del rapporto tra forma e contenuto, la sua messa in scena, che non esiste cioè senza scena.
Francesca Gallo Dom, 05/06/2011 - 15:44

Sulla mostra Les Immatériaux la bibliografia è nutrita, in diverse lingue e con approcci disciplinari vari, come quelli raccolti in alcuni articoli comparsi sulla rivista on line “Appareil” (http://revues.mshparisnord.org/appareil/index.php?id=92).

Sulla mostra curato da Jean-François Lyotard – che considero un sintomo di un clima un po’ più vasto – solo una parte delle opere d’arte scelte dall’equipe curatoriale possa essere interpretata come “illustrativa”: è questo il caso della pittura neoimpressionista o futurista.
Altre opere d’arte, invece, sono particolarmente in sintonia con lo spirito della manifestazione: dalle “provocazioni” di Duchamp alle sculture costruttiviste e cinetiche, dalle installazioni interattive alle ricerche fotografiche. Dal punto di vista quantitativo l’arte è poco rappresentata all’interno di Les Immatériaux, ma è certo che – in tale insieme – il coté tecnologico interessasse particolarmente Lyotard alla luce della sua idea di postmoderno.
Ma il punto credo sia un altro: il decennio su cui Stefano Chiodi sta sollecitando la riflessione si presenta estremamente più complesso di quanto non si sia disposti ad ammettere. E questo complessità risiede in parte nel fatto che – al di là delle semplificazioni – anche in una fase di celebrazione dell’opulenza e dell’individualismo come quella, i problemi, gli interrogativi e le linee di intervento dei decenni precedenti rimangono ancora attivi.
Nel campo delle arti visive, infatti, l’estetica relazionale (citata da Elio Grazioli) è un altro caso (oltre alla new media art) della vitalità carsica delle ricerche delle cosiddette neoavanguardie: basti pensare alla “scultura sociale” di Joseph Beyus, alla trasformazione dell’oggetto in azione collettiva con la messa a punto – da parte di Lygia Clark e Helio Oiticica negli anni Sessanta – di “forme” che si attivano con la partecipazione collettiva. La lista degli esempi potrebbe includere anche l’happening, i primi ambienti, e così via…
Qualcosa di simile vale anche per il medium esposizione: è vero che Lyotard disattende consapevolmente alcune regole canoniche della mostra tradizionale, proprio per sottolineare quella sensazione di disorientamento che si prova di fronte a qualcosa di poco comprensibile, di ignoto. Ma anche su questo fronte esistono diversi esempi di sovvertimento della linearità logico-narrativa: dai cataloghi sotto forma di “fogli sciolti”, scatole o altre soluzioni meno rigide del tradizionale libro; agli spazi espositivi labirintici, rizomatici, o addirittura caotici tipici delle mostre d’avanguardia e che Les Immatériaux mette in scena con un intento quasi didattico!
Rintracciare le linee di continuità e quelle di frattura nel passato recente è uno dei modi per superare la cronaca a favore di una comprensione più profonda degli eventi, che in una certa misura avrebbe l’intenzione – per chi compie questo sforzo – di essere di una qualche utilità per il presente. E credo che adesso sia il momento giusto per tornare ad interrogarsi sugli ultimi decenni, ponendosi però delle domande nuove (o diverse) rispetto a coloro che ci hanno preceduto sulla strada dell’interpretazione.

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004