Neotelevisione
La finzione diventà realtà

Chi ricorda la giraffa? La giraffa era una specie di trespolo che, per raccogliere le voci negli studi televisivi, faceva pendere dall’alto un microfono. Il microfono doveva essere rigorosamente nascosto, e con esso tutta l’apparecchiatura tecnica, in modo da far sembrare conduttori, ospiti e cantanti non in tv ma a teatro, non di fronte a telecamere ma a un pubblico reale. Quando appariva nell’inquadratura, ci si metteva a ridere, additando la sua presenza come un terribile sbaglio dell’operatore o del regista. La televisione delle origini, per esserci, doveva sparire, a tutto vantaggio d’altri generi artistici come il teatro di varietà, l’operetta, la radio, la saga di paese. Chi ricorda la giraffa è uno che guardava i programmi della paleotelevisione, quando la tv mimetizzava i propri apparati, e con essi tutta l’ideologia che ne discende, per adoperarsi in quella che era, o avrebbe dovuto essere, la sua missione istituzionale: un servizio pubblico erogato da un ente statale, con l’obiettivo di intrattenere, informare e, pensate un po’, educare. 

 

 

Ma negli anni Ottanta, con l’avvento delle emittenti private su scala nazionale, arriva in Italia la neotelevisione, ossia la tivù quale da allora a oggi la conosciamo, coi personaggi, le trasmissioni, i palinsesti e i linguaggi che la caratterizzano. Niente più monopolio Rai, nessuna esigenza un medium al tempo stesso comune e popolare con una qualche parvenza didattica. La neotelevisione, fiera di se stessa, abolisce la differenza fra informazione e intrattenimento, introducendo la fiction come super-genere che ingloba gli altri. Tutto diviene finzione, permeato da un’aura di felice vaporizzazione del reale. Anche al di qua dello schermo: sino a prendere il potere.

Il termine “neotelevisione” è stato coniato da Umberto Eco in un articolo del 1983 dal titolo eloquente “La trasparenza perduta” (ora lo si trova in Sette anni di desiderio), e ha dato adito a un dibattito estetico-politico che ha coinvolto i principali studiosi del mezzo televisivo come Francesco Casetti, Aldo Grasso, Beniamino Placido, Ugo Volli e molti altri. Per Eco la neo-tv è una forma discorsiva che “sempre meno parla (come la paleo-tv faceva o fingeva di fare) del mondo esterno. Essa parla di se stessa e del contatto che sta stabilendo col proprio pubblico”. Risultato della moltiplicazione dei canali, dalla diffusione delle tv private e dalle progressive innovazioni tecnologiche, essa ha una serie di caratteristiche come l’autoriflessività, la costante ricerca di un rapporto diretto col pubblico a detrimento d’ogni funzione referenziale, l’esibizione euforica dell’apparato tecnico, la costruzione di eventi a fini eminentemente televisivi, e, appunto,  soprattutto la neutralizzazione dell’opposizione tra programmi di finzione e programmi di informazione.

 

Eroi della neotelevisione sono Enzo Tortora in Portobello (antesignano illustre e malcapitato), la Raffaella Carrà dei fagioli, Maurizio Costanzo in qualsiasi cosa fa e pensa, Antonio Ricci che inventa Drive in, Renzo Arbore che sfotte tutto questo in Indietro tutta, le trasmissioni successive che tolgono le virgolette alla loro caricatura e vanno avanti senza vergogna. Ma a spalmare la neo-tv praticamente su tutto il palinsesto, trasversalmente ai generi e ai programmi per farne la norma d’ogni produzione televisiva, è nel corso degli Ottanta proprio l’esigenza di porre la tv, come medium e come linguaggio, al centro di ogni espressione artistica o atto comunicativo, e dunque di ogni interesse culturale e sociale. C’è come un’euforia collettiva, analoga al concomitante edonismo reaganiano, che vuol dimenticare il mondo per rifarlo a sua immagine e somiglianza. Non solo si perde il confine, interno alla tv, fra finzione e realtà. Ma, più profondamente, si elide la separazione fra al di qua e al di là dello schermo. La gente fa quel che vede in televisione: applaude ai funerali, lava in panni sporchi fuori dalla famiglia, si esibisce in eroismi inutili. E vota per i personaggi tv, per i produttori dei programmi, per i proprietari delle emittenti.

 

 

Oggi i reality e i talent show, la diffusione dei canali tematici, la trasmissione satellitare, la tv interattiva e on demand sono al tempo stesso il superamento e l’inveramento della neotelevisione d’allora. Che di nuovo non ha dunque più nulla, lasciando semmai intravedere non pochi segni di vecchiaia. La nottola di Minerva può spiccare il suo volo, e sale lo stupore, riguardando con gli occhi di oggi ai programmi di allora, nell’accorgersi  come in fondo il destino di questo nostro Paese fosse tutto già scritto in quelle trasmissioni. Cercate spezzoni di Drive in su YouTube: capirete meglio il caso Ruby.

 

 



La sigla di Portobello
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Commenti: 2

Giacomo G. Mar, 05/04/2011 - 17:01
La televisione si ridurrà alla giraffa. Sempre uguale e solo diversificata diventerà tecnica senza conoscenza, e diversificazione senza democrazia. Alla fine la giraffa che permetteva la finzione del contatto diretto diventerà mettendola in mostra (o chi per essa) l'unica possibilità di stabilire un contato diretto, finalmente ognuno al suo posto, loro là, gli altri via.
Stefano Bartezzaghi Mar, 12/04/2011 - 12:25
Non solo la giraffa! Nel 1994 Bruno Gambarotta teneva una rubrica di critica televisiva su RadioDue, "L'ombra della giraffa": il titolo era dovuto al fatto che nella Rai del passato anche l'ombra della giraffa era temutissima, nelle inquadrature, e propiziava temute reprimende aziendale, nonché lo sfottò dei colleghi. Fuori dalla tv ricordo di aver scorto un microfono entrare in campo in un'inquadratura di Stardust Memories di Woody Allen (scena in esterni, sulla spiaggia; per anni mi sono chiesto se non fosse un espediente intenzionale di cinema nel cinema nel cinema).

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004