Da dieci anni il mio lavoro ufficiale inizia alle 17.30 e termina alle 22.25. Durante la giornata perlopiù leggo e scrivo, di sera e di notte insegno italiano. Ho due bambini piccoli che sempre più perplessi mi chiedono perché io esca di casa quando molti papà vi fanno rientro. Cerco di dargli delle spiegazioni ma sono sicuro che non capiscano, le loro smorfie tra il divertito e l’annoiato sono lì a dimostrarmelo.
Al serale sono approdato per scelta. Quando arrivò il momento dell’immissione in ruolo, dopo molti anni di “apprendistato” trascorsi in mezzo a studenti inselvatichiti, mi dissi che probabilmente quella era la soluzione meno opprimente per uno come me, che chiedeva al proprio lavoro di insegnante soprattutto la possibilità di dedicarsi anche ad altro senza eccessive azioni di disturbo. Non avevo nessuna “vocazione” al recupero di chi voleva rientrare nella scuola per ottenere il titolo di studio. Neanche l’ombra di una seppur fievole volontà missionaria. Volevo solo stare tranquillo, facendo il mio dovere. Così iniziò l’avventura in una delle più grandi scuole (per numero di iscritti) della Lombardia e probabilmente d’Italia, l’Istituto tecnico statale per ragionieri e geometri “Romagnosi” di Erba, la cittadina in provincia di Como divenuta poi una delle “capitali del crimine” nel primo decennio del nuovo secolo.
Sorprendentemente la situazione mi sembrò da subito ideale. Nonostante l’evidente rovesciamento degli abituali ritmi di vita e la rinuncia alla gran parte delle occasioni che ti offre anche la sonnacchiosa provincia nelle ore serali, devo ammettere che tutto da subito filò come avevo previsto. Trovai studenti silenziosi e, come si dice tra insegnanti, “motivati” e soprattutto scoprii un ambiente sereno, che cominciò a piacermi perché per la prima volta mi faceva intravedere un nuovo modo di stare a scuola. Devo dire che il primo a sbalordirmi fui io stesso. Per me la scuola – da studente e da insegnante al debutto – era stata davvero una “fabbrica di nozioni” che, volente o nolente, dovevo assimilare o imporre. Per mia sfortuna, non avevo mai incontrato un ambiente dove si potesse pensare a qualcosa di diverso. Mi dominava una logica decisamente speculativa, molto economicistica, che mi spingeva a pensare come, in definitiva, a contare fosse soprattutto la valutazione, trasformatasi col tempo da trofeo da esibire (all’epoca dei miei studi) in uno strumento vagamente persecutorio (nei miei anni da docente).
Anche se personalmente avevo sempre intrattenuto cauti rapporti amichevoli con gli studenti, anche se avevo fatto della lealtà uno dei miei valori, non riuscivo a concepire la mia attività se non come un travaso di informazioni e “visioni” del mondo da imporre ai più refrattari suscitando vaghi timori di bocciatura . Sotto traccia ero però decisamente infastidito da questo “modus operandi”. Da studente avevo ostentato indifferenza verso la “scuoletta” che ti impasta quattro nozioni e via andare. Da lettore ammiravo tutti quegli scrittori che facevano a pezzi la scuola dall’interno, da Mastronardi a Manganelli, a cui avevo sottratto una frase che mi sembrava esprimere in pieno l’essenza della vita tra i banchi, ovvero che a scuola si insegnano senza gioia materie gioiose.
Ammetto che solo al serale, al “Sirio”, come lo avevano battezzato i burocrati del ministero (ma sapevano che Sirio è la costellazione del cane? ), iniziai a capire che forse esisteva un modo alternativo di stare in classe. Che si poteva insegnare imparando, che i programmi non devono essere la tua ossessione, che bisogna leggere e rileggere i libri insieme agli studenti, che devi dire loro che quella frase non la capisci nemmeno tu. Ma soprattutto al serale ho cominciato ad intuire quanto sia importante interessarsi davvero alle persone che ti trovi di fronte, trattandole come tali. Individui con delle storie, uniche anche nella loro banalità. Niente di speciale, è ovvio. Ma forse la situazione, il contesto, il numero stesso di allievi più ridotto rispetto a quello dei corsi diurni, mi hanno messo nella condizione di poter cambiare. Ho cominciato così a considerare un ragazzo insufficiente come una persona che ha fallito una prova e non come un soggetto lombrosianamente diverso. Ho cominciato a capire che lo studio non può essere un’attività meccanica da imporre asetticamente; ma soprattutto mi è apparso evidente che se non ero io a creare un interesse nessuno studio sarebbe mai arrivato da nessuna parte. Gli studenti annoiati erano la dimostrazione della mia incapacità di arrivare fino a loro. Così mi sono buttato e ho azzardato delle mosse che nelle schematicissime lezioni delle mie origini non avrei mai proposto.
Ero molto titubante, lo ammetto, a proporre a signore di mezze età e a ragazzi con tre bocciature alle spalle, a padri di famiglia stanchissimi e a ragazze uscite dalla fabbrica, la lettura integrale di Il Porto Sepolto o di Diario d’Algeria, di Bartleby lo scrivano o di Se questo è un uomo. Eppure l’ho fatto e, anche se può risultare incredibile, quei volti che non reagivano quando tentavo senza convinzione di accumulare concetti di pseudo narratologia, improvvisamente rivelavano attenzione, fosse solo per il fatto che non capivano. Ho intuito che forse il confronto con ciò che non si capisce è la molla più affascinante per rimboccarsi le maniche e partire. Io e gli studenti. Noi e il libro. A farlo parlare, a tirargli fuori i sensi possibili ed impossibili. A scoprire di poter azzardare un’opinione, di poter lasciar crescere una sensazione che diventa via via più limpida. “Ho avuto anch’io quest’idea”, mi disse un ragazzo “rottamato” dal diurno come un caso senza speranza, “però non ero mai riuscito ad esprimerla”. Stavamo leggendo La casa in collina, quando il protagonista descrive la sua impossibilità di essere uomo con gli altri uomini, la sua irredimibile alterità. L’osservazione mi colpì e mi convinse ad andare avanti.
Ora, lo ripeto, non c’è stato nulla di eccezionale in tutto questo. La necessità di cambiare strada rispetto a quella che avevo seguito fino ad allora è nata dalla banalissima esigenza di dover seguire un’impostazione programmaticamente diversa. Il “fare meno” del serale però è riuscito a trasformarsi in un “fare meglio”. Così, nonostante insuccessi, pentimenti e dietro-front dolorosi, nel bene e nel male qualcosa è successo. Studenti che non avevano mai avuto nessuna voglia di fare il loro “mestiere” si sono riscoperti e hanno trovato il gusto di mettersi sui libri. Studenti demoliti da insegnanti aguzzini che stabilivano gerarchie inviolabili in settembre e decidevano di modificare la vita di una persona perché la sua media finale era di 5,65 hanno scoperto che esistono anche prospettive diverse, rapporti fondati sulla franchezza e sull’assunzione reciproca di responsabilità. Uomini e donne adulti che non avevano trovato nella giovinezza la situazione giusta per poter studiare lo hanno fatto e hanno avuto anche il coraggio (e l’entusiasmo) di iscriversi poi all’Università. Ma tutto questo non sarebbe mai avvenuto se non si fosse creata una condizione assolutamente fondamentale, che proprio perché è la più importante nomino soltanto adesso. Se io ho imparato qualcosa da questa esperienza è perché il “Sirio” di Erba ha – assolutamente per caso – radunato una serie di insegnanti che si sono scoperti, nella loro inevitabile diversità di vedute, profondamente affini nel modo di vivere la scuola. Con stupore (abituato com’ero al solipsismo dell’insegnante che fugge da scuola dopo l’ultima ora di lezione) ho sperimentato quanto importante sia il gruppo, lo scambio continuo di idee, il dialogo, la serenità, l’ironia. Sì, l’ironia che ti porta a sdrammatizzare, che ti porta a vivere un consiglio di classe non come il luogo del pettegolezzo deteriore e del calcolo dei voti, ma come il momento in cui, con il giusto sovrapporsi di attenzione e understatement, riesci veramente a capire cosa stai facendo.
Al “Sirio” si viveva bene, senza nevrosi, senza assilli illogici. Chi l’ha detto che l’efficienza si misura in quantità di interrogazioni? In balzi oltre la porta dell’aula sullo squillo della campana? In serioso mutismo tra colleghi che fuori dall’istituto non si salutano neppure? In dichiarazioni politicamente corrette pronunciate in “scolastichese” stretto? In magniloquenti e vacui sfoggi di “riunioni di dipartimento”, “obiettivi trasversali”, “corsi idei”? Si può stare a scuola da esseri umani e con “leggerezza”, educando e “fornendo un servizio” alla comunità (non voglio usare l’odiosissima parola “territorio”): ecco la minima lezione del serale.
Una lezione che ora potrebbe essere al termine, però. Forze minacciose e convergenti, esigenze di bilancio e scelte politiche, volontà umorali e raziocinanti si vanno accumulando sulla più flebile delle realtà scolastiche. La vita dei corsi Sirio - nell’ambito della riforma - volge al termine, il futuro si popola di sigle (CPIA, Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) dalla configurazione per ora evanescente . Se la scuola pubblica interessa a pochi, il serale suscita ancora meno attenzione. Una scuola per studenti ripetenti, stranieri dalla fisionomia levantina e sporadici adulti che vogliono riciclarsi non possiede nessun appeal. Ai disinformati sembra un disordinato porto di mare, un luogo dove “non si fa niente”, un posto sicuro per insegnanti indolenti, che, in aggiunta, rappresenta una spesa senza giustificazioni, e che, come qualunque ramo secco, va reciso. Quelle aule semivuote non sono un insulto al contribuente? Così, qui come altrove (o forse qui più che altrove), non si fa nulla per proseguire e in un ispido silenzio si affida il corso ad una buona morte, ad una melanconica e quieta estinzione.
Sapevamo, noi del “Sirio” di Erba , di non poter proseguire in eterno nella nostra vita notturna. Sapevamo che la fortunata contingenza – a parer di qualcuno intollerabile – di poter lavorare sorridendo aveva una data di scadenza. È quella che si definisce la logica delle cose. Ma ci ha colto di sorpresa la rapidità dello smottamento, la sua apparentemente naturale inevitabilità. Pur tra sussulti e reazioni, avvertiamo la sensazione che il cerchio si stia chiudendo, anche perché nessun segnale controtendenza giunge da chi potrebbe ancora mettere una pezza alla falla. “Non c’è niente da fare, è finita”, ci si ripete nei momenti di scoramento, come di fronte agli estremi palpiti di un’esausta biologia senza eredità.
Un’ultima riflessione mi pare però necessaria. Se ci sono cento studenti che ora frequentano la mia scuola è solo perché non sanno dove passare la sera? Quando finalmente le luci delle aule saranno spente potranno tornare ai loro divani, alla loro televisione e al loro bar? Siamo stati - io e miei compagni di avventura - soltanto un insopportabile problema nelle piovose lande della Pampa-Brianza?
- Materiali
- 21 maggio 2011







Questi sono i prof che quotidianamente non ci trasmettono solo sterili nozioni, ma bensì la voglia e la bellezza del sapere..
Grande Prof. Giardina!!!
Non esiste miglior soluzione che descrivere la situazione del nostro corso serale. Dopo sei anni di corso diurno, in questi mesi di scuola serale, ho potuto notare le differenze degli insegnati. Il corso serale è pieno di persone con valori, di persone costruttive che aiutano le persone a uscire dai propri fallimenti. é una scuola che ci nutre di motivazioni, ci nutre di sogni e tante speranze, grazie a quelle persone che sono davvero degli insegnanti puri, che nonostante le ore pesanti della notte, ci danno le forze, le basi per non mollare mai davanti alle difficoltà. é più una scuola di cuore, che di insegnamento dittatoriale, di gerarchie. è un ambiente puro, dove i docenti, nonostante le loro ore lavorative diurne si prestano alla sera per insegnare qualcosa di buono a quelle persone che si sono trovate in difficoltà negli anni scolastici passati. i docenti fanno gruppo tra loro, sono un gruppo unito che sono davvero d'esempio, in primis come persone e poi sicuramente come professionisti del loro lavoro.
Non esiste miglior cosa che recuperare persone che sono state taglitate al corso diurno, non esiste miglior ambiente dove esprimere senza problemi la propria opinione, costruire un dialogo, che interessi tutte le persone della classe.
Forse è veramente una scuola piena di valori. Una scuola di valori, è impossibile trovarla, lo dico per esperienza.
Ci sarà pur qualche politico che solleverà in parlamento
il problema raccontato dal prof. Giardina?
Qualche dirigente scolastico che entra nel merito di questo problema Dell istruzione per gli adulti e per gli stranieri?
Grazie professore per quello che da e per quello che è
Lei e' stato uno di quei professori che mi ha incoraggiato a far divenire i miei sogni..realtà!
Non le sarò mai grato abbastanza... Grazie per aver scelto questa professione!
più che una buona morte, essendo già stata programmata al tempo di Prodi, mi pare una lunga e faticosa agonia, no?
Quello delle serali, seppure non ad Erba, è stato forse l'unico periodo scolasticamente parlando che ricordo con un poco di felicità. Forse lo strapiombo improvviso (e improvvido) nel mondo del lavoro, così lontano e fasullo ai miei occhi di liceale, l'angoscia delle mani sporche, della tuta da lavoro ha trasformato il serale (a cui devo un diploma) da ennesima fatica quotidiana a purgatorio. Una sorta di finestra da cui poter vedere il mondo e da cui poterlo ancora, come prima, immaginarmelo a mia maniera. Un periodo fatto da compagni notturni, quasi dei fantasmi, spesso con il doppio della mia età, con la sensazione di crescere sulle loro spalle, in parte immaginandomi la loro adolescenza e in parte per le confidenze delicate che mi facevano con malinconia e spesso anche con rabbia. Ricordo quegli anni come i primi trascorsi senza occuparmi di me stesso, solo come uno che legge.
Grazie a professori come lei ho scoperto di avere voglia di imparare e l'importanza di apprendere, non solo per ottenere un pezzo di carta ma per me stessa.
Sono cresciuta sia scolasticamente che come persona, ho trovato da parte sua e da altri professori disponibilità, comprensione e voglia di aiutarci.
In quest'anno purtroppo difficile sia per voi insegnanti che per noi studenti siamo tutti un po' demotivati, ma personalmente, dopo aver letto ciò che ha scritto mi è tornata quella voglia che stava calando, anzi sono fiera di frequentare il corso serale, di avere dei professori come alcuni di voi e di fare parte del gruppo serale formato da persone motivate e soprattutto che credono nella NOSTRA scuola!
Sono fiera di aver frequentato il corso serale di Ragioneria e di aver potuto conoscere persone come il Prof Giardina,Minnici e Palumbo.
Mi avete insegnato tanto e non sto parlando solo di italiano o diritto ed economia!
Grazie per tutto.
Vi penso sempre.
Katia da Londra.
A scuola si corre talvolta il rischio di essere autoreferenziali. Dovrebbe essere un paradosso perché l’istituzione si regge sul principio della comunicazione, ma come ben sa chi nella scuola lavora la tentazione di fare il proprio “compitino” e sparire dalla circolazione è costantemente dietro l’angolo. In fondo, si dice qualche insegnante, fare il proprio dovere significa procedere a colpi di spiegazione e di verifica, compilare ordinatamente i registri, agire senza colpi di genio e senza indolenza. Così si può accettare l’idea di un lavoro mal pagato e così scarsamente apprezzato da aver sviluppato una abbondante letteratura su insegnanti ignoranti e negligenti. Letteratura che non ha mai lesinato colpi anche alle becere marmaglie degli studenti demotivati e rissosi che “sporcano” con la loro presenza le aeree stanze della cultura . Mi sembra che nell’infinitamente piccolo dell’esperienza del serale di Erba questo doppio luogo comune – che, come accade, si nutre anche di verità – sia stato visibilmente frantumato. Lo dimostra la reazione che c’è stata alla pubblicazione del mio pezzo, contrassegnata dal sincero apprezzamento di tanti, e addirittura alla commozione di qualcuno tra i più sensibili dei miei studenti ed ex studenti. Più che addentrarmi in un problema dai risvolti complessi –dove la tendenza generale si innesta su ambigue scelte individuali – con le mie parole cercavo di rendere uno stato d’animo, di costruire una sensazione comune attorno alla quale trovarsi e ritrovarsi. Sono parole che trovano alimento nel senso di abbandono che tutti noi – studenti e insegnanti - abbiamo vissuto quest’anno, nel disorientamento di fronte a volontà incongruenti rispetto agli sforzi profusi, nel fastidio di fronte ad accuse senza fondamento che ci sentivamo piovere sulla testa. Non è bello vivere una fine, soprattutto se questa è giustificata esclusivamente in nome di esigenze di bilancio. E’ stancante dover interrompere un dialogo, una ricerca, una lettura, un esercizio perché dobbiamo contarci, perché dobbiamo rispondere agli appelli, perché dobbiamo rendere ragione del nostro essere lì, in un’aula scolastica. Quanto sta accadendo continua a delineare scenari estremamente incerti, nessuno può dire ancora una parola definitiva e rassicurante. Però la reazione dei “ragazzi” (anche quelli di cinquant’anni tornano ad esserlo tra i banchi) fa sperare, fa crescere la convinzione di non aver sbagliato strada, di aver con gli anni creato qualcosa,forse quella coscienza che ti porta ad avere un’opinione,e a saper discernere il senso delle azioni e dei comportamenti. E questo avviene nonostante l’assordante silenzio di un territorio che non ha capito quanto sia fondamentale la presenza di un corso che consente, come oggi si dice, di “riqualificare le risorse umane”e che fa dell’educazione (quella vera) la sua spina dorsale. Né un giornale, né un’istituzione locale hanno ripreso nemmeno in minima parte il mio intervento. Che dire?
Io sono un insegnante precario con pochissima esperienza al serale (privato) perché costretto ad insegnare al solo liceo classico dalle graduatorie.
Mi riconosco molto nelle parole del collega. E' così che a me piace fare scuole ed è così che la farei se ne avessi la possibilità (un po' di continuità, un po' di libertà con i "programmi", che teoricamente non esistono più, in pratica sono sempre gli stessi).
Una buona scuola viene chiusa perché tutto viene deciso dal centro, senza guardare in faccia a nessuno: non c'è modo di sapere quali sono le scuole da cambiare, quelle da chiudere e invece quelle cui dire: "Forza, continuate così".
Oggi sono passato al provveditorato, e mi sono reso conto una volta di più che la nostra scuola è un ingranaggio impersonale, iperburocratico, kafkiano, privo di senso. Siamo numeri, non persone, tanto i docenti quanto gli studenti.
Nulla potrà salvare la scuola del prof. Giardina perché non c'è nessuno ad ascoltare, perché tutto avviene su automatismi sciocchi, per decisioni prese pensando sempre in termini di massa, e mai di situazioni specifiche.
Io la vedo molto male.
Ciao,
Io sono un ex studente del serale del ITIS Rossi di Vicenza. Ex perchè mi sono diplomato nel 1997 con 48/60 all'età di 27 anni.
Ora sono il direttore commerciale di una azienda che si occupa di fotovoltaico.
Senza quell'esperienza ora non sarei a ricoprire questo ruolo.
Sono ritornato sui banchi di scuola dopo che un consiglio di classe a suo tempo mi aveva rimandato a settembre con 1 materia (matematica con il 4) e bocciato per quella materia.
Ho ricominciato dalla seconda. Eravamo in 25, di quelli ci siamo diplomati in 3. Gli altri? Persi per strada.
All'epoca per studiare mi avevo trovato un lavoro a turno, facevo sempre il turno dalle 06.00 alle 14.00 per poi andare a scuola la sera.
Sono stati 4 anni di inferno, ho dormito pochissimo, studiato molto e fatto tanta strada, ma ne è valsa la pena.
Ovviamente molti non hanno retto a quei ritmi e si sono ritirati, ma ogni anno c'era sempre gente nuova.
Io so che il mio 48/60 vale molto di più, fosse solo per l'impegno che ci ho messo perchè ci vuole coraggio ad abbandonare la propria vita, amici e fidanzata per seguire il proprio sogno, di crescita e di indipenza, costi quel che costi, diposti al sacrificio pur di arrivare.
Le scuole serali sono questo: una seconda opportunità; seconda opportunità che si paga, cara in termini di tempo, sonno, fatica, impegno ed affetti.
Da ex serale sostengo che non tutti durante l'adolescenza hanno le idee chiare e la volontà per sostenere gli studi. Le serali permettono a questa gente, spesso davvero in gamba di rimediare.
Chiudere le serali significa rinunciare ad una fetta di popolazione che può dare molto perchè vale molto, ma in tempi come questi, pensare al futuro, forse non è la priorità.
Senza la scuola serale, frequentata a vent'anni dopo giornate passate ad asfaltare le strade, la mia vita sarebbe stata molto differente, ne sono certo. Ripresi lì la passione per la letteratura e una curiosità cui una persona non dovrebbe mai rinunciare.
Mi spiace moltissimo apprendere una notizia simile, condivido tutto e mi ritrovo di colpo con quei soli vent'anni, ai banchi con altri speranzosi come me.
In bocca al lupo ragazzi.
Grazie per questa splendida testimonianza
Ho insegnato 13 anni ad un corso serale. Scelta maturata in modo analogo a quella di Giardina, stesse scoperte e analoghe frequentazioni. Notevole stupore dopo i primi faticosi passi per un uditorio assai eterogeneo nelle motivazioni e nelle provenienze. Uguali i problemi e le soddisfazioni.
Tutto peggioro' (e parlo di 20 anni fa) quando al calar del numero di iscritti la dirigenza penso' bene di dirottare i bocciati e i problematici del diurno al corso serale:" Tanto poi li' promuovono tutti !" . Non era ovviamente vero, ma tant'era e le cose si complicarono per tutti riproducendo al serale una specie di classe differenziale che non si osava (fortunatamente) istituire al diurno, con rigida osservanza amministrativa.
Allora me ne andai io dall' insegnamento, per sempre. Insegnavo ragioneria , ma i corsi erano di economia aziendale, ben prima che gli istituti per ragionieri diventassero , solo sulla carta, Licei Economici.
La bellezza dell' insegnamento al corso serale era la varietà , lo stimolo il dover concentrare l'essenziale in pochi chiari concetti, l'uso a volte del dialetto per essere più efficaci e una maggior grado di interdisciplinarietà anche nei vincoli della materia imposti dalla disciplina.
E i risultati si vedevano anche all'esame finale: mediamente migliori.
Chiudere un serale è il segno di quanto poco valga, da tempo, la scuola italiana.
Complimenti, bellissimo post e belli anche i commenti.
Qualcuno, che risiede in alto, dovrebbe trovare il tempo di leggere quanto meno queste cose. Dovrebbe provare a capire quante speranze ci sono in queste persone che per vari motivi si ritrovano a frequentare il corso serale. Se non fossimo motivati, non passeremo le nostre sere nell'istituto. Le persone con una famiglia a casa, preferirebbero stare nelle braccia dei loro cari, e invece no, sono qui ( qui, io frequento il serale di Erba) per ottenere un riscatto dalla vita, per potersi garantire un futuro migliore. Purtroppo però, questo non importa ai piani alti, che riescono solo a pensare denaro.
Ringrazio il Prof. Giardina che con le sue parole mi ha dato qualche speranza, dopo che il mio morale era completamente a terra.
E ci tenevo anche a ringraziare gli altri prof, che nonostante qualche brutto voto e le incertezze sul futuro del serale hanno continuato a incentivarci.
E per aggiungere una cosa, per far capire che comunque i professori del serale non valutano la persona con un voto, ma vanno oltre, io l'anno scorso ho conosciuto il Prof. V.A, che fin da subito mi è stato vicino. Quest'anno, nonostante io non l'abbia più come insegnante, quando ho un momento di sconforto lui mi è vicino. Quando ho avuto momenti no e la scuola era finita, non ha mai esitato a contattarmi. Possi dire che oltre ad avere avuto un validissimo insegnante, ho trovato un valido amico.
Penso che questi argomenti siano scomodi per chi sta in alto e sarebbe contro producente per loro parlare di questi fatti, preferiscono mettere tutto a tacere proprio come un organizzazione mafiosa. Continuano a fare tagli sulla scuola statale invece che incentivarla e promuoverla.
La cosa che però mi fa arrabbiare è che purtroppo molti italiani si lamentano ma non fanno niente per cambiare le cose, preferiscono stare a casa a guardare la televisione sdraiati sul divano piuttosto che scendere in piazza a lottare per i propri diritti, per far sentire le loro idee, c'è la convinzione che ci sia qualcun'altro che fa queste cose al posto loro, sono affetti da questo sporco individualismo che gli fa pensare solo ai problemi che riguardano se stessi.
Credo nella scuola serale e nel messaggio che diffonde tra gli studenti, al diurno molti professori ti "insegnano" le materie senza un minimo di passione e coinvolgimento, l'alunno quindi già poco motivato si interessa ancora meno a quel che è obbligato a sentire, invece al serale è tutta un'altra storia!
Frequento la scuola serale, di giorno lavoro, ma non mi pesa andare a scuola perchè quando mi sento stanca o demotivata ci sono i miei professori (tra cui il Prof. Giardina) che mi spronano a non mollare e mi fanno capire che loro credono in me forse più di quanto io creda in me stessa, questi sono i veri INSEGNANTI, che prima di tutto ti aiutano a credere nelle tue capacità.
Ho sempre pensato negli anni del diurno che letteratura (nonostante mi piacesse leggere) fosse una materia inutile, da quest'anno proprio grazie al Prof. Giardina ho scoperto la mia passione per questa materia e ho anche preso in considerazione l'idea di studiarla anche in futuro.
Volevo ringraziarla Prof. per quello che ha scritto, per quello che personalmente mi comunica, quasi ogni giorno, con le sue spiegazioni e con lei voglio ringraziare gli altri professori che come lei credono davvero nella scuola e negli studenti!
La notizia è di oggi, non si farà la prima serale. Il corso è morto.
Per capire il livello della polemica condotta da chi dovrebbe tutelare e promuovere il serale consultare il sito del "Giornale di Erba", che almeno in parte è anche leggibile online. Minacce e toni grevi verso quei "disperati" che "non rispettando le regole" vorrebbero salvare il corso serale dell'istituto Romagnosi. Delle tante belle parole dell'editoriale non è rimasta alcuna traccia. "Questo è quel mondo"?
senza parole...
GRAZIE GIARDINA.
siamo in tanti,e tutti con lei,anzi,con le sue idee.
Tutta la mia solidarietà al collega. Solo da due giorni mi hanno comunicato che il corso serale della mia scuola(IPSS PERTINI di CAGLIARI) non esisterà più .Per un anno rimarranno solo le classi terza e quinta.Eppure avevamo le domande di iscrizione per sette classi.
Sono una studentessa di 46 anni, dopo tanti anni ho ripreso in mano i libri per poter conseguire il diploma. ho aspettato che i miei figli crescessero quel tanto da renderli autosufficienti e così potermi dedicare al mio sogno........sogno spezzato dai tagli .... sono riuscita a conseguire il diploma di qualifica del terzo anno come operatori servizi sociali in un istituto di Ancona.
Tra il lavoro e la famiglia sono riuscita ad andare avamti avendo acquisito una grinta fuori dal normale. Voglio ed esigo andare avanti ma non è possibile perchè non è stata confermata la classe quarta definindola una classe iniziale, è stata concessa solo la quinta essendo classe terminale come è terminale tutto il corso serale destinato a morire. Dai vari commenti che ho letto mi rendo conto che non sono sola ma ciò non mi consola.... Cosa si può fare? Non può finire così non è giusto nè per noi nè per chi verrà.
http//difendiamolescuoleserali.blogspot.com
vi suggeriamo di leggere l'appello e se ci credete firmatelo e fatelo circolare.