E' segno dei tempi citare casi particolari come se fossero la norma, per poter ricreare un mondo a propria somiglianza. Questo articolo va in questa direzione: sembra così che il mondo, oggi, sia rimasto sospeso in un limbo in cui tutte le regole d'un tempo sono state sconvolte. In verità, basterebbe riguardarsi qualche documentario sociale della Rai di qualche decennio fa per capire che se il mondo oggi è diverso non è certo in peggio.
I giovani protestano ancora, ma il potere non li ascolta più, li picchia. Forse sbagliano a mettere in scena la protesta come fossimo nel Sessantotto. Allora esisteva l’interlocuzione, spazzata via dagli anni di piombo e dal berlusconismo. Tuttavia, già allora, almeno in Francia, c’era qualcuno che scriveva sul muro “una risata vi seppellirà”. Già allora le comunità inoperose, in Francia, ma anche a Bologna (chi non ricorda gli indiani metropolitani?), facevano capolino. Esistono i giovani?
C’erano una volta i giovani, ne parlavano gli adulti, da Mussolini a Berlinguer. Ora ci sono i rottamatori, i quarantenni, i giovani ricercatori, i quasi cinquantenni, quelli dei call center, i laureati che rifiutano di prendere la tessera di qualche partito per far carriera o che si ritrovano in un consiglio regionale a venticinque anni perché hanno preso la tessera senza neanche sapere cosa sia un consiglio regionale. Bisognerebbe scrivere un libretto d’istruzioni, almeno per spiegare cosa non è: per esempio un luogo di malaffare e di malcostume.
Chi sono allora i giovani? Sono una produzione discorsiva di chi parla dei giovani come fosse altro da sé. Una volta l’adolescenza finiva a diciannove anni, era prodotto linguistico. Stava nella parola inglese teen. Teenagers, categoria ben delimitata, dai tredici ai diciannove anni, i baby boomers.

Poi ci sono stati fenomeni biosociali. Tra le donne il ciclo mestruale è arretrato, dai tredici (thirteen) ai dodici, undici, persino nove, dieci anni; a volte non è mai apparso, oppure appare e scompare, come nell’anoressia. Tra i maschi le pulsioni sessuali sono anticipate. Sembra scomparsa, o ridotta al lumicino, la cosiddetta fase di latenza. Fenomeni à la James Dean sono diffusi nelle scuole elementari: il bullismo. Bambini di dieci-dodici anni rifiutano di andare a scuola, rimangono, anno scolastico dopo l’altro, incollati al letto fino alle due del pomeriggio, poi, vampiri postmoderni, escono fino alle cinque o rimangono davanti al computer fino alle sei, fino al momento del ricovero psichiatrico, verso i diciotto.
Invero ciò non investe affatto la sola società occidentale opulenta; nei luoghi della povertà le multinazionali usano bambini per cucire, gli eserciti per sparare, mutilare, sminare i campi. Abbiamo sconfitto il nazismo, eppure è come se assistessimo a una memoria isterica della Shoah che si diffonde in modo planetario e si disloca in luoghi fin troppo prevedibili. Ci sono anche inversioni di tendenza, il Brasile che pacifica le favelas e permette ai giovani di riprendere a studiare, la grande orchestra Simón Bolívar dei bambini del Venezuela.
Si tratta di retrodatare tutto di qualche anno, di scavare nel Novecento. Il totalitarismo ha inoculato il virus dello spionaggio intrafamiliare, Erika Mann racconta di come i bambini fossero educati dai nazisti a controllare e denunciare i discorsi pacifisti tra le mura domestiche, in Albania i funzionari governativi di Enver Hoxa andavano nelle classi a canticchiare allegramente “io sono un italiano” e quando un bambino diceva di averla sentita alla radio, la famiglia veniva deportata. Non è questione di buona volontà, quel ch’è stato minato durante il secolo breve è la fiducia, la confidenza, quel che Fornari aveva chiamato codici affettivi materni. Se biologicamente pubertà e adolescenza si sono dislocate diversamente, è forse conseguenza di un fenomeno di lunga durata. I primi sintomi sociali sono rilevati quasi cent’anni fa da Freud in Al di là del principio di piacere.
Nel frattempo, dal secondo dopoguerra, si è creato il paradosso dell’adolescenza. Siamo solo noi, come dice una canzone di Vasco. Siamo ormai solo noi, tutti figli del dopoguerra, quelli che hanno cominciato a tredici anni e non sono mai riusciti a smettere. Negli anni ottanta, imparai da alcuni colleghi anziani, e dal mio lavoro, che in molti uomini – più raramente nelle donne – l’adolescenza finiva allo snodo dei quarant’anni: anch’io, chissà, c’ero dentro. Oggi l’adolescenza sta diventando infinita, come in quei sogni in cui ti sembra di svegliarti, ma sei ancora dentro il sogno, sempre di nuovo. Come in una curva asintotica o nei paradossi degli eleati – Achille non raggiungerà mai la tartaruga, perché quando sarà giunto al punto dove sta ora la tartaruga, lei sarà avanzata di un po’, così all’infinito. L’adolescenza sembra un fenomeno di dilatazione infinita, comincia a dieci anni, forse a otto, e non finisce mai.
Quasi vent’anni fa avevo accettato un incarico di consulenza agli operatori presso una casa famiglia. Ricordo un paziente che viveva là, L’eone il nome, cartella clinica numero due dell’istituto sanitario, fondato negli anni Trenta, ove entrò a tre anni. Allora catalogato oligofrenico, aveva vissuto tutta la vita dentro la comunità. Quando lo incontrai aveva passato i sessanta e m’invitò nella sua cameretta. Mi mostrò i suoi peluche, i trasformer, il trenino elettrico, i giornaletti pornografici sotto il materasso, le sigarette, le medicine per gli acciacchi della terza età. Tutto insieme. Se l’umanità contemporanea facesse un sogno collettivo, sognerebbe L’eone.
Potremmo dire con Nancy che la comunità dei giovani si è trasformata da comunità operosa, essenziale, a comunità inoperosa. La comparution appare insieme nei discorsi, nel modo di parlare, nelle frequentazioni dei centri commerciali la domenica, negli sperperi automobilistici, in quello che, capovolgendo Elias, chiamerei processo di infantilizzazione. Paradossalmente la gioventù bruciata sta in parlamento, e magari ha passato i settanta. Invece di bruciarsi da sola, ha bruciato la vita degli altri.

La vaporizzazione paterna è conseguenza della sottrazione di un orizzonte semiotico confidenziale, affettivo, fiducioso, che viene da lontano. Il padre non evapora solo nell’assenza. Più spesso nell’eccesso di presenza, violenta, intrafamiliare; nei toni sopra le righe. Segni paradossali, di auto-delegittimazione. La funzione di un padre che grida, comanda senza dialogo, picchia, e poi fa l’adolescente, mostra la propria delegittimazione. Tuttavia la sua origine sta nella scomparsa dell’amore, dunque del futuro. Nella funzione spionistica interiorizzata. Se il padre fa l’adolescente, la madre è costretta a controllare la sua posta elettronica, il cellulare. Così la fiducia, che è ciò che permette l’amore, svanisce. Si entra nel regno delle prove, delle dimostrazioni, del controllo. Questa comunità inoperosa con-pare. Si presenta senza radici, senza origini. Perché le origini sono rimosse, sepolte nelle lealtà invisibili ai propri antenati, stirpi che si combattono in nome di mitologie ancestrali.
Anche i sogni cambiano, sempre più spesso chi sogna tiene sotto controllo, eroicamente o meno, un combattimento, un conflitto, come accade nei sogni infantili e adolescenziali. E, come allora, tanto più durante la vita desta, l’assoggettamento a modelli di consumo, scorrettezze aziendali e professionali, modelli familiari in cui deve apparire fuori che tutto va bene, oppure si sceglie di girare la testa dall’altra parte per non vedere quanto accade all’altrui persona.
Eppure gli studenti protestano ancora, non lo fanno per avere aule adeguate, o per contrastare il baronato accademico che oggi è vivo più che mai, non lo fanno neanche per una società più libera, o per cambiare il governo. Lo fanno, forse timidamente, per affermare che, nonostante tutto, i giovani sono loro, per essere ancora essenzialmente loro, comunità operosa. Per questo vengono picchiati dal potere. Rivendicano la dissidenza, in un’epoca in cui lavoro non ce n’è, l’amore si fa in tre e l’avvenire è un buco nero in fondo al tram.
- Materiali
- 8 ottobre 2012
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Bellissimo articolo. Grazie.
Mi trovo d'accordo con quest’ articolo. Vorrei però aggiungere l'esperienza di un ragazzo che si definisce "giovane". Giovane perché l'età glielo permette, giovane perché riesce ancora a sognare, giovane perché lotta per il mondo dei suoi sogni sempre più lontano, in un mondo che invece non gli appartiene. L'inoperosità forse mi va un po’ stretta e preferisco essere operoso e propositivo. L'unico piccolo problema e che sembra di nuotare costantemente in una sostanza gelatinosa che non ti permette di muoverti come vorresti. Pensi di avere idee buone ma ti manca il denaro (il vero Dio e il vero esempio che oggi viene proposto ai nuovi giovani), allora cerchi soluzioni per ottenerlo ma la burocrazia, (soprattutto in Italia, non so negli altri paesi) ti rende la vita ancora più complessa. Si finisce spesso per continuare a sognare o ci si trova a prendere la decisione di emigrare con la speranza di trovare un mare più liquido, che ti permetta di muoverti agevolmente. Ora però la questione non è più dove poter andare. Ma cosa poter fare di veramente tangibile per cambiare le cose. Mi viene allora in mente una frase di Gandhi: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Questa frase possiede molto più valore di quanto sembri. Forse oggi quello che manca ai giovani e ai non più giovani, è l'investimento di tempo che si può fare a livello individuale. Molto più potente di qualsiasi altra azione eroica o meno, perché una società è fatta di individui. Essere svegli e coscienti nel proprio sogno, significa accettare se stessi, ed è forse la più grande sfida del nostro tempo.
Questo articolo è molto bello e tocca dei temi importanti. Per esempio il concetto della "comunità inoperosa" lo trovo molto interessante ed esplicativo dal punto di vista analitico. (Nancy chi?).
A volte ci sono un po' troppe "immagini" sovrapposte, che sebbene illuminanti fanno perdere il filo rispetto quello che vuole dire l'articolo. Però ben vengano queste riflessioni. Anche perchè, il malessere dei giovani per trovarsi in una condizione di "simil-forzato" (o socialmente determinato?) infantilismo/non operosità credo sia paradigmatica dei nostri tempi (per rispondere al primo anonymous).
@Anonymous: il tuo ragionamento ricorda l'ottimista Pangloss di Voltaire: "viviamo nel migliore dei mondi possibili". Il che, applicato alla lettera, vuol dire: inutile intestardirsi per cose come giustizia, diritti, eguaglianza... tutto ci è già dato abbondantemente. Ma non è così: queste cose sono nate appunte dalle lotte, dalle esigenze, dai sacrifici di quella parte di mondo che non si accontentava più delle solite spiegazioni, dell'ordine millenario, o semplicemente della legge del più forte. Insomma, non c'è movimento nella storia senza discontinuità, senza critica, senza il sentimento che l'ingiustizia, ad esempio, non è una condizione naturale. Far finta di credere che il "progresso" della condizione umana sia un fatto scontato, naturale come le stagioni, vuol dire semplicemente ignorare la storia. E preferirle una fiaba consolatoria e reazionaria ("pensate a quando stavate peggio senza docce calde, senza telefonini") che è precisamente la visione propagandata dai poteri che dominano le nostre vite. Un mondo immobile perché terrorizzato dall'idea di perdere il "benessere". Che accetta ogni compromesso, ogni vigliaccheria, ogni cecità, pur di lasciare le cose come sono, e cioè perpetuare e legittimare l'ingiustizia. Per fortuna mia e in fondo anche tua c'è sempre qualcuno che non si accontenta delle favole del potere.
@Federico Moro
Hai ragione, le conquiste sono sempre arrivate dalle lotte.
Mai dai piagnistei e dal rimpianto di epoche d'oro mai esistite.
L'ottimismo (il migliore dei mondi possibili) è il discorso del potere che delegittima qualsiasi rifiuto dello status quo. Le cose vanno bene e non hai alcun motivo di lamentarti. Ecco, no, non va bene. Riguardo il cambiare il mondo non è così semplice. Anche gli ebrei nei campi di concentramento non avevano molte possibilità di cambiare le cose, gli toccava resistere e sopravvivere. In un regime totalitario come quello attuale pensare che basti lottare (individualmente poi?) per cambiare il mondo è molto ingenuo.
Per Maurizio P. Chiedo perdono. Si tratta di Jean-Luc Nancy. Il suo testo s'intitola "La comunità inoperosa" e lo trova in italiano per la casa editrice Cronopio nell'ottima traduzione di Antonella Moscati. L'opera di Nancy ha dato luogo a un dibattito filosofico con Maurice Blanchot, che scrisse "La comunità Inconfessabile" in italiano da SE, con traduzione e postfazione, altrettanto accattivanti, di Daniele Gorret.
se le cose vanno così (e in larga misura vanno così), secondo me bisogna tirare in ballo anche altri strumenti analitici per spiegare (cambiare). P.e. la teoria dei complotti di Debord (nei 'Commentari alla società dello spettacolo'): non è solo colpa degli eterni adolescenti sans age (eterni oppressori con buona coscienza) o del no future interiorizzato di molti 'giovani', o della corsa al consumo che da copicuo diventa del tutto immaginario (nel senso preciso di Lacan: falso, di parata e di scambio, di copertura e di seduzione/attacco): io penso che ci sono dei gruppi più o meno evidenti che hanno in pubblico o in segreto fatto delle scelte che hanno spinto il mondo in questa direzione.
Non faccio l'esempio relativamente banale del Piano di Rinascita della loggia P2; penso p.e. alla Commissione Trilaterale d'antan, alla decisione di Kohl di annettere la Germania Est, al modo in cui il crollo delll'URSS fu tenuto a balia e poi supportato (nel suo variamente progredire) dal c.d. Occidente (o chi per lui). Io penso che bisogna cominciare (o ricominciare) a distinguere QUALCOSA nella nebbia che ci avvolge tutti, e collocare questo o questi QUALCOSA in un campo di forze, di scelte, di storia.
Sono inevitabilmente d'accordo con Giacomo Conserva, illuminante.
grazie mille per la gentile risposta con i riferimenti.
molto bello!
Ho letto con attenzione. Ho prestato attenzione all'emozione prodotta dalla lettura. Ho sentito questo quadro dipinto da Pietro vero, o verosimile. Ho avuto l'immagine di una collettività come una mente disgregata o disintegrata non integrata dove è tutto compresente come accade nella memoria e nel linguaggio del corpo. Il discorso che distingue le fasi del tempo, il dialogo che integra le voci, le parti, è soffocato, involuto, ineducato. Tanto fuori, quanto dentro. Questa è l'immagine, questa l'angoscia.






