A Firenze, pensionato perdigiorno, più o meno tutti i giorni e diverse ore al giorno, per strade e stradine, io fotografo per camminare e cammino per fotografare, per le mie nevrosi e per il mio piacere, e intanto penso un altro mondo.
Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni complicate.
Nei miei testi continuo a fare l’elogio dell’andare fuori, però anche nei miei giri paesologici di fatto passo molto tempo in macchina. Faccio camminate brevi, spesso mi prende lo sconforto e mi rimetto in moto in cerca di un altro paese.
Insomma, quando si parla della penuria di esperienza, bisogna ricordare che sta diventando impossibile proprio quella fondamentale, quella del camminare.
Ultimamente si vedono dei camminatori infelici, gente che ha avuto un infarto o teme di averlo. E allora avanti, avanti con la cura coatta del corpo, avanti col fregarsene di quello che accade intorno a noi. L’importante è stare in forma, anche se poi non si sa bene che farsene di questa forma. Al massimo si può telefonare o scrivere al computer.
Io credo che il primo gesto per ridare spazio al camminare sia quello di chiedere le dimissioni del capitalismo burocratico. Ci sono troppi uffici, troppe scrivanie. Le persone hanno la testa allagata di parole. E quando stai con la testa allagata di parole camminare più che salutare è doloroso. Dovresti guardare il mondo e sei fermo nella palude delle tue ansie, delle tue paure, delle tue recriminazioni. Vorresti camminare in leggerezza, soffiare via ogni peso e invece sei addobbato come un albero di natale e continuano ad arrivarti pesi da ogni parte.
Adesso il computer ce lo portiamo in tasca. Per aprire la posta elettronica non c’è bisogno di tornare a casa. Basta sedersi e vedere che dicono di noi gli altri infermi come noi.
Dal nomadismo al divano è passato molto tempo, lo stesso che divide l’età della pietra da quella della piastrella. È arrivato il momento di rimettersi in cammino, ma senza aloni misticheggianti. Camminare per guardare, camminare perché percepire è più importante che giudicare, guardare quello che c’è piuttosto che pensare il mondo per come ce lo hanno descritto altri. È tempo di uscire, di sciamare nell’esterno, per vedere come ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si forma.
Non bisogna camminare per allungarsi un poco la vita, ma per renderla più intesa. Uscire a vedere, girare dietro e intorno alle cose, attraversarle, collezionare dettagli, misurare la realtà con la pianta dei piedi. Il mondo è colossale, non può essere richiuso nella baracca del nostro io. Abbiate cura di andare in giro. Non rimanete fermi come uno straccio sotto il ferro da stiro.
Questo articolo è apparso su Il Manifesto.
- Materiali
- 5 luglio 2012
Io ho 25 anni ma passeggerei volentieri con un cinquantenne.
C'è una tale solitudine nelle città, oggi, che non disdegnerei di certo.
I cosiddetti ragazzi amano fare le vasche (pascolo, chiacchiera, un birrino) oggi più di ieri. Solo è cambiato il modo e il luogo. Colpa del nemico? Andiamo. Capisco l'ironia della formulazione ma l'abolizione del capitalismo burocratico non c'entra proprio.Se i ragazzi non camminano non è perché hanno il culo attaccato a una poltrona (in realtà odiano la mentalità statico-burocratica). Semmai, scusi Arminio, non camminano perché se ne stanno sdraiati su un divano in posizioni antiergonomiche a leggere magari proprio Doppiozero (nei casi migliori). Ossia la rivista on-line in cui Lei parla del fatto che non si cammina più.
Non credo che gli interessati vivano quella postura catastrofica come una forma di staticità. Ai ragazzi sembrano maledettamente statici quelli che si fissano su un territorio, come Lei. Se non fanno i paesologi è perché gli sembra di soffocare. E' Internet il loro viaggio, la loro camminata potenzialmente infinita, interculturale, debitamente carica di contaminazioni. E senza sudore.
Quel certo modo di giustapporre le apparenze senza giudicarle; di scorrere (quasi con il touchpad) la pellicola del mondo affidandosi solo al gioco delle sensazioni; di danzare sulla superficie delle apparenze finalmente liberi dal dubbio che abbiano un'ombra, se non una profondità; il gusto di ritagliare spezzoni di cosiddetta realtà per assembrarli secondo criteri di natura puramente estetica; l'arte della divagazione, del lasciarsi distrarre da fecondi accostamenti casuali di parole. Punto. Tutto ciò è un commento alla Passeggiata di Robert Walser o una perfetta definizione della navigazione in Internet? Che il dubbio venga (a me viene), è molto imbarazzante. Ma sospetto che bisogna attraversare quell'imbarazzo per cominciare a capire. Di sicuro non c'entra il capitalismo burocratico.
I ragazzi che camminano senza sosta e senza sudore in Internet sono i figli di tutte le possibili e immaginabili liberazioni, giustamente auspicate a suo tempo e oggi felicemente diventate linguaggio comune, mentalità, aria che si repira in rete, potere.
Altro che capitalismo burocratico, altro che staticità. I ragazzi viaggiano, viaggiano, viaggiano, con biglietti e con sostanze, col Comenius o last minute. Su un divano col computer sulle gambe. L'orrore del domicilio è una condizione mentale di massa. Persino la casalinga di Voghera, se non scappa a Sharm due volte l'anno, scoppia. Non si diceva un tempo che viaggiare libera la mente? Perché chiedergli adesso di accontentarsi della polpetta fredda della paesologia quando hanno a disposizione la luccicante girandola spaziotemporale di Internet?
I ragazzi che non camminano più, scrivono a rotta di collo, spontaneamente, di tutto, senza sforzo, senza disciplina, senza pensare. Senza tremare. Senza qualcosa da dire. Fino a ieri non erano questi i cardini di una coraggiosa posizione antiretorica, antiaccademica, antipremiale? Ma, al di là del silenzio tattico dei Maestri, si avverte ictu oculi che scrivere senza punteggiatura, senza il controllo poliziesco del pensiero e troncando le vocali una volta era la rivoluzione oggi è un sms.
Anch'io da un po' di tempo mi stendo sul divano per ore, però non scrivo, un po' perché mi viene male un po' perché non ho voglia di far niente. Guardo il soffitto perché se il vuoto è il problema, allora è nel vuoto e nei muri che bisogna cercare la soluzione. O quantomeno una crepa.
Mi spiace di aver parlato dei ragazzi come di una categoria e soprattutto come di una cosa che si conosce. Auguri per il menisco.
Anch'io non ho voglia di far niente. Certe volte accendo il computer per vedere se mi ritorna ma niente.
Ci sono diversi ragazzi che si dedicano a suonare uno strumento. A me pare che siano dei camminatori e sudano davvero, viaggiando molto di fatica con i suoni vari.
Steve Jobs è morto prima di intrallazzare un metodo per
eliminare questo genere di camminata. Menomale . Vero signor Daniele?
Grazie e tanti saluti.
Sto partendo per un'isola dove Internet non prende, mannaggia. Aggiungo solo due cose.
Numero uno. Apro Dopopiozero quasi solo per vedere se c'è un intervento di Franco Arminio. Forse non si capiva dal commento, così acido e sconclusionato.
Due. Salve, signor Tullio. Piacere di sentirLa. Camminatori sudati non ci sono solo fra i ragazzi che si dedicano a suonare uno strumento. Recentemente è uscita un'antologia di narratori degli anni zero, curata dal prof. Andrea Cortellessa. Gliela consiglio. Non l'ho letta ma ne ho sentito parlare bene, anche dall'autore stesso per radio. Me la porto nell'isola e la leggo lì. Mi pare di aver capito che gli autori scelti a rappresentare questi anni zero, siano persone serie, fuori dalle logiche del marketing editoriale, sperimentatori senza la fissa della classifica, senza le mosse del premio accettato malvolentieri ecc. Bene. Al successo bisogna arrivarci a piedi e sudando.
Solo non ho capito una cosa e vorrei che me la spiegasse Lei, se non fosse che sto partendo senza Internet per leggere la Sua risposta. (Le scrivo con lo sportello della mia Auli bianca aperta, incastrato fra le valigie, se mi muovo crolla il castello).
Fra i criteri adottati dal professor Cortellessa per delimitare gli argini della scrittura (anni zero, un po' alla José Mourinho) ce n'è uno, evidentemente ispirato al calendario di frate Indovino, che lì per lì ha suscitato il mio più vivo entusiasmo: quello della "fioritura". Scelti solo scrittori fioriti negli anni zero. Perché no? Questo taglio ortofrutticolo cos'ha in meno rispetto ai soliti seriosi contesti socioculturali o alle classifiche di vendita?
Rimaneva un certo imbarazzo nell'immaginare le metamorfosi arcimboldiche avvenute nei narratori degli anni zero il giorno della fioritura. E com'è che avviene la fiotitura di un narratore? All'improvviso e con virginale stupore, come in un'Annunciazione? Con l'impudica esuberanza dei fiori di zucca in una mattina di luglio? Qualcuno (sicuramente uno scartato rancoroso) ha dichiarato che Cortellessa tratta gli scrittori come cetrioli. Io non credo, ma se anche fosse? Come sostiene Wendell Berry, "non solo mangiare, anche scrivere è un atto agricolo" (da "Seminare storie. Conversazioni con Wendell Berry" a cura di Massimiliano Cappa e Ettore Sparapane, Fematre, 2011).
Ho cominciato ad avere dubbi sulla teoria critica clorofilliana quando sono trapelate indiscrezioni su scrittori che, per aver pubblicato i loro capidopera nell'autunno del 1999 (cioè due mesi prima della prima fioritura buona), sono caduti in mutismo depressivo e ormai aprono bocca solo per smadonnare in lingue sconosciute. Una Pentecoste della sfiga nera. Si parla già di class action.
Gira voce che un piccolo editore friulano, dopo aver consigliato a due narratori sempre vestiti di nero come bounty killer (gente con le palle, fanatici di Paolo Sorrentino), di lasciar decantare i loro manoscritti almeno un anno - cioè fino al 2011, sia scappato a Santo Domingo dove, protetto dalla mafia albanese si farebbe chiamare Drittan B. e avrebbe aperto a nome di sua cugina la pizzeria "Nuova Posillipo".
Non c'è niente da fare. Ogni teoria critica, anche la migliore, venuta meno la freschezza originaria, la spinta iniziale propulsiva, dirompente, tende a istituzionalizzarsi, a irrigidirsi in schema. Una mia amica ha scritto un delizioso racconto lungo lasciando in bianco le date. Mi ha detto che le metterà, con una limatina al contesto, nel gennaio del 2019. Ma perchè? Non le sembra assurdo tutto questo, signor Tullio? E se il professor Cortellessa nel 2019, con la duttilità che ci aspettiamo dai compilatori di antologie, decidesse a sorpresa di abiurare la teoria ortofrutticola dirottandosi verso metodologie ignote e imprevedute?
Esempio decidere che a rappresentare gli anni venti siano solo i narratori morti negli anni dieci. Una svolta spirituale e se vogliamo anche un po' spiritica (nel senso della seduta). So che qualcuno si starà toccando ma a me sembra molto meno surreale della fioritura. Bisognererbbe solo evitare di dirlo prima, altrimenti i soliti bari potrebbero giocare d'anticipo. Come dice il mio amico Sparapane, fornaio con la passionaccia della letteratura: "scrivere è salire sulla giostra rottamata delle assenze". Un po' enfatico ma plausibile.
Buona estate, signor Scheggino. Grazie di tutto e scusi la fretta. Scappo a Caprera.
Non mi sono chiare alcune cose:
- la 'testa allagata di parole' sarebbe un deterrente al camminare. Ma allora, faccio un esempio, Gianni Celati come fa a camminare?allora l'indicazione è di distinguere tra testa e testa? parole e parole?
- a quali Maestri si riferisce Daniele quando dice che 'tacciono'?
- la faccenda di questa antologia dei narratori anni zero è una grossa novità di questi tempi? Perchè qui nessuno ne parla, o forse mi sono sfuggiti gli articoli di approfondimento. Il libro sono in attesa che arrivi in libreria . Vorrei capire se si tratta in qualche modo di una continuazione dei numeri 8 e 17 di Riga - Marcos y Marcos che a suo tempo ebbi modo di leggere.
Chiedo anche se ci sia la versione e-book di questa antologia anni zero.
Resto in attesa e ringrazio.
Anch'io resto in attesa come la signora Stinco . In attesa che arrivi il libro in libreria e che qualcuno qui risponda alle domande.
Siccome accendo di rado il computer non mi ero accorto che che c'era una continuazione del discorso e che mi si rivolgeva pure la parola.
Per ora non ho molto da dire. Solo mi permetto di consigliare al signor Daniele di far attenzione con certe automobili: leggendo Quattrorote ho saputo che 'son tutto fumo e niente arrosto'. Meglio a piedi insomma. Tanti saluti e buona permanenza sull'isola.
Anch'io vorrei andare su un'isola invece parto per lavoro. Nessuna risposta, niente libro, ( introvabili quelli di Cappa e Sparapane ) parto per lavoro .
(Siccome parto chiudo così la mia povera passeggiata in questo strano posto di 'infermi' come me , di cose che provi a parlare ma mancano troppo le persone con cui parlare - anche per via della 'giostra rottamata' che secondo me è un'immagine mirabilissima , perchè si parla tanto di rottamazione ma di una giostra non si era mai sentito dire e poi le 'assenze' e comunque anche qui il dialogo è difficile ).
Ringrazio Daniele , il suo scritto è formidabile e scatenato e spesso lo rileggo .( Come l'altra notte che è partito un allarme alle tre , ha continuato via via andando a somigliare ad una cicala gigante ma con la raucedine - saranno i sensi di colpa per aver cantato troppo ? - fino a diventare una specie di percussione ritmica che ricordava la battitura di stoppie provenire da una landa desolata o forse una frusta da cucina formato extra large.Questo suono è andato avanti per sei ore. Nessuno ha detto niente e ho ritenuto di tacere pure io. Così ho pensato di riaccendere il computer alle tre di notte e rileggere lo scritto : la teoria critica clorofilliana e le parole Nuova Posillipo hanno palleggiato nella mia testa distogliendomi dalla cicala fu sirena che sembrava sempre sul punto di finire e non finiva mai. L'ho riletto per sei ore questo scritto di libertà critica, secondo me caduto nel dimenticatoio troppo presto).
Diciamo che mi sono affezionato a questo scritto e quando ci si affeziona c'è poco da fare.( Poteva capitarmi con l'antologia anni zero se l'avessi trovata).
Non so cos'altro dire, mi sono affezionato.
Anch’io alla fine sono partito per un’isola. Saran coincidenze ma è andata così. Partivo alla volta della più piccola isola dei laghi d’Europa proprio quasi mezz’ora dopo avere letto per fortuiti casi che il signor Daniele aveva considerato di rispondere al mio breve e svagato commento .
Anche sulla più piccola isola dei laghi Europei nessun collegamento Internet.
Prima della partenza ho seguito il Vostro consiglio e mi sono recato in una libreria dove non mettevo piede da diversi mesi. Non mettevo piede da diversi mesi in nessun’altra libreria . In particolare vengo a dirVi che in questa specifica libreria, la WWW.elibri.com, avevo smesso di recarmi per le seguenti ragioni. Era mia consuetudine recarmi presso la libreria insieme a mia moglie Agape , il sabato pomeriggio. Io e mia moglie facciamo vita ritirata : lei è un’insegnante babypensionata con la fissa dei libri; io sono un piccolo imprenditore agricolo ; ho abbracciato questa professione dopo aver tentato gli studi universitari con esiti disastrosi. Ogni sabato attorno alle diciassette ci prepariamo per l’uscita settimanale. Preciso : nessun’altra uscita settimanale per mia moglie, quanto a me devo uscire ogni giorno per andare a lavorare. L’uscita settimanale , della durata di tre ore ( alle ore 20.00 precise, di ritorno, parcheggiamo la nostra Halbert coupé blu cobalto sotto il pergolato, sull’aia ) prevede il disbrigo di alcune commissioni e un passaggio di circa mezz’ora presso la libreria del signor Muratore Augusto. Quando io e mia moglie andiamo in libreria il sabato pomeriggio le cose si svolgono approssimativamente così: mia moglie inizia a girare per i corridoi di libri , si perde nonsodove, di tanto in tanto la vedo in lontananza assumere originali movenze nell’atto di scavalcare cumuli di libri, intercettare al volo un libro in caduta libera da uno degli scaffali, chinarsi fino a terra per consultare qualcosa che giace in mezzo ad una sorta di tappeto librario .Siccome lo spazio qua è là prevede anche delle sedie di plastica , alcune giallo senape, alcune color giuggiola ( che poi, se ci avete fatto caso, il color giuggiola è quello da cui ha copiato il colore l’inventore del rivestimento similpelle detto sky, un noto derivato del petrolio) Agape talvolta si siede . Si siede di preferenza su una delle sedie color giuggiola-sky, quella che si trova vicino al bancone del libraio. . Io invece resto fermo per tutto il tempo vicino ad un cumulo di guide turistiche ( nel senso dei libri non persone in carne ed ossa) e , nell’attesa di Agape, faccio finta di smoficchiare qualcosa.
Ebbene, un sabato è successo che ho visto distintamente il libraio sig.Muratore allungare una mano verso mia moglie Agape mentre era vicino ad una colonna di libri di autori e case editrici svedesi. Ho visto e non ci ho più visto, Voi perdonerete l’impiccio di questa oculare sottolineatura.
Ho chiamato Agape con la scusa di mostrarle una guida turistica della Val di Sole , lei si avvicina, io la afferro per un braccio e molto velocemente siamo fuori dalla libreria. Nella fretta Agape ha rubato un libro ( questo della cleptomania è sempre stato un suo problema, abbiamo fatto delle cure anche con terapia di coppia ma il sintomo si ripresenta nei momenti in cui le cose avvengono troppo di fretta o troppo in ritardo ecc) .Il fallimento dei miei studi universitari mi pesa sulla coscienza da molto tempo ed insieme ha determinato in me una sorta di blocco nei confronti dei libri; blocco che giunge fino all’indifferenza, alla totale incuria e perfino alla cecità: può succedere che , se c’è un libro in circolazione, io non lo veda, l’oggetto libro scompare di colpo ai miei occhi. Voi capirete il mio stupore nell’accorgermi che mi accorgevo subito del libro in mano ad Agape . Riguardo ad una quota aggiuntiva di stupore , avvertita dopo aver capito che libro fosse , non so se Voi capireste pertanto ometto il titolo. Agape, da me sottratta al volo dalle grinfie del Muratore, aveva altrettanto al volo sottratto al Muratore il più imbarazzante e pericoloso libro mai scritto.
Per mesi non sono tornato alla libreria WWW.elibri.com ( prima si chiamava La Ronzinante, dopo han cambiato il nome; una volta chiesi spiegazioni, il libraio manesco disse che W stava per Viva! ripetuto tre volte , la 'e' sarebbe per metterci un po' di inglese, starebbe per 'i' . E 'com' ? gli ho detto . Ha risposto che se non lo capivo da solo potevo anche smettere di comprare libri . Son rimasto col dubbio .)
Non Vi so spiegare la ragione del mio ritorno a seguito del commento del signor Jesi.
La rivista di cui mi si consiglia la lettura costa Euro 30 . Il Muratore ha fatto finta di non vedermi quando ho varcato la soglia del suo cumuloso negozio di libri e cdrom. Ho subito notato che è stata aggiunta una zona perfettamente ordinata , nell’angolo in fondo a sinistra , con espositori di ebook.
Sono andato solo, questa volta. Mentre facevo un giretto di ricognizione, praticamente il primo da che conosco questo luogo, è entrato un signore sulla cinquantina, tutto agitato . Entrando si è richiuso la porta alle spalle, porta che era stata lasciata socchiusa nonostante l’impianto di condizionamento dell’aria in funzione . Ahi! Non dovevi chiudere! La porta poi non si riapre più- dice il Muratore da dietro il bancone , guardando di traverso con gli occhiali sulla punta del naso. Mi sono venuti i brividi e non per il condizionamento. Soffro di claustrofobia e nelle librerie questo sintomo può manifestarsi, nel mio caso, in modo assai marcato. Il signore agitato sì è scusato Ho bisogno di leggere subito Il visconte dimezzato –dice al libraio che risponde con un Ah si, vediamo – L’altro continua Si, sto vendendo l’azienda e la casa e devo assolutamente leggere questo libro, magari anche in francese e in inglese.
Subito dopo è entrato un altro signore , poco più giovane che cercava ‘qualcosa sul Milan’.Ho smesso di ascoltare gli avventori , mi sono avvicinato al bancone e ho chiesto della Rivista dei narratori degli anni Zero. Per sua moglie? Dice il muratore. Per me – rispondo secco come un pezzo di zenzero. Devo ordinargliela- mi comunica punto dal mio radicale spirito oppositivo . Bene, ordini e ripasserò- ho concluso speziato come prima.
Sono uscito dopo che in tre hanno armeggiato per dieci minuti alla porta incastrata prima di riuscire ad aprirla.
Avevo detto 'ripasserò' invece non sono più tornato , il libro non l’ho più acquistato e adesso che finisce l’anno mi domando se sia una mancanza grave perché ne ho già diverse e una in più credo che non la potrei mettere nel bilancio di fine anno.
E' una di quelle notti in cui si perde il bandolo della matassa e può capitare di tutto. Storie che sembravano finite e invece avevano un altro capitolo. Viaggi rimasti incagliati fra due commenti. Lunatiche esistenze insulari che hanno il loro compimento in un episodio di cleptomania libraria, degno di Buster Keaton. Sono a pag. 159 del Tristam Shandy (edizione Garzanti) e adesso che ho anche un po' sonno tutto si confonde. Il sig. Tullio è lì in quella stanza ad aspettare la nascita di Tristam in mezzo a una fumea di prolusioni, esilaranti divagazioni filosofiche e geniali deliri parascientifici, assieme al capitano Shandy, al dottor Slob, allo zio Tobia e Trim .
Stasera dovevo scrivere un commento di alta ispirazione civile in uno spazio molto diverso e lontano da qui. Commento di risoluta difesa della tradizione letteraria contro la barbarie tuittica. Sarebbe stato un gioiello di scrittura dell'indignazione (se avessi avuto altri amici, o non li avessi avuti affatto...). E adesso eccomi qui con un attacco di riso convulso, piegata in due e riesco solo a vedere il signor Tullio che, al centro di quella congrega di svitati (scusi), "canta Lillabullero con tutto il fiato che ha in corpo" assieme allo zio Tobia.
Grazie infinite, Tullio, regalo più bello non poteva farci, la sua pagina viaggia su una mongolfiera assieme alla scrittura di Sterne. Tutta l'indignazione è svaporata e sarò allegra fino alla Befana.
Fedora ??? Come svaporata ? L'indignazione? Ma allora..
Qui, prima di partire, ho cercato, per camminare.Ma anche qui dentro la domenica sembra come il resto, una città vuota.Dove vanno tutti? E' come se dicessero che non si può santificarla davvero, da qui dentro, e si dileguano . Vedi che dicon di più così che con tante tirate pro-.
Sono caduto, correndo giù per una scala tuittica , ho un piede rotto, son infermo anch'io adesso. Addio.
Avevo già avuto modo di intervenire , ora però basta davvero. Si approssima la fine dell'anno, è ora e tempo che alcuni soggetti si rendano conto che se non sono in grado di portare un loro contributo, con responsabilità e rispetto per chi lavora sodo alle sorti delle possibilità di confronto, riflessione colllettiva, analisi dei problemi, dei temi caldi dell'oggi, deve evitare di invadere gli spazi pubblici con faccende che , a mio parere, attengono al privato.
In un anno tante sono state le questioni mirabilmente sollevate in Doppiozero, quella di Twitter è solo una. E' comodo parlare di 'barbarie tuittica' colpendo un po' tutti e poi non dire altro. Barbarie in che senso ? Ci illumini, Fedora. E se sarà convincente sarò il primo a proporre la chiusura dell'esperienza ' tuittica' in Doppiozero. Ma mi son fatto l'idea che Lei tacerà . Saluti.
Svaporata fino a un certo punto. Rispondo ma trasferendomi nella sede originaria. Non mi sembra giusto sporcare questo spazio.
Saranno faccende private ma se uno si rompe un piede io gli faccio gli auguri di pronta guarigione. Poi viene il resto.






