Oggi, martedì, ci troviamo alle 18.30 per un saluto alla Libreria Utopia e ai suoi librai nella sede di Largo La Foppa.
Alcuni avranno forse letto, nel giorno della Befana, sul "Corriere della sera", l'intervista a Lucio Morawetz nella quale annunciava che la Libreria Utopia, di via Moscova, chiuderà e riaprirà, dopo un paio di mesi, in via Vallazze, a Città Studi. La notizia segue di pochi giorni quella della cassa integrazione, già in atto, per circa 60 librai della storica libreria Hoepli (fondata a Milano nel 1870), che ha sede a due passi da piazza Duomo ed è una delle più belle e fornite librerie d’Europa. Sempre in centro, cambia sede (e si sposta in via Cesare Cesariano) anche la curiosa Libreria del Mondo Offeso e ha da poco chiuso la Libreria di Brera, come pure la Libreria antiquaria Rovello, punto di riferimento per gli amanti dei testi antichi.

Questa è veramente una grande ferita per la città. La chiusura della Libreria Utopia è non solo una ferita culturale, perché sparisce dal centro una delle migliori librerie di Milano (dove era possibile trovare e scoprire titoli di piccolissimi editori dei quali spesso non si era a conoscenza), ma anche un luogo di ritrovo intelligente e l'occasione di incontri e dibattiti mai scontati o banali.

In questo modo, Largo La Foppa rimarrà soltanto un presidio per bar e aperitivi che sono anch'essi assai utili alla nostra vita, ma che non possono essere l’unica categoria merceologica che, assieme ai negozi di moda, monopolizza il paesaggio del centro della città.
La Libreria Utopia chiude, e si trasferisce in periferia (con tutto il rispetto per Città Studi), perché, come le altre librerie, a causa della crisi e il calo delle vendite non ce la fa più a pagare l’affitto di un locale in centro.

Il libraio Lucio Morawetz è stato molto dignitoso (categoria sempre più rara) nel non chiedere fino ad oggi aiuto e nel non rivendicare per sè un “trattamento di favore”. E’ cosciente del valore anche civile del suo lavoro (nel quale si è speso, con i suoi dipendenti e collaboratori, ben oltre le normali otto ore e senza badare ai giorni festivi), ma non ha preteso nulla per questo.
L’Amministrazione di Milano e l’Assessorato alla cultura però non possono oggi limitarsi a esprimere un amaro rammarico, ma debbono intervenire tempestivamente per fermare questo scempio culturale e umano.
La chiusura di una libreria come Utopia, e come le altre, è infatti un problema civile e sociale, che riguarda tutta la città. La questione era gia venuta fuori lo scorso anno con il ventilato aumento delle tariffe per l’ ”occupazione del suolo pubblico” che rischiava (e rischia) di uccidere i piccoli chioschi di libri usati sparsi per la città.
Sarebbe neceessaria una maggiore sensibilità concreta verso i problemi delle rivendite dei libri. Non si ha evidentemente abbastanza chiaro che le librerie sono dei presidi della cultura e della democrazia. Sono dei luoghi pubblici dove le persone si incontrano, parlano, si fanno delle idee, giudicano. Le librerie fanno parte del panorama culturale e sociale di Milano, come la Scala, il Piccolo Teatro, i musei. Tutte istituzioni che, quando sono in crisi, ricevono giustamente dei finanziamenti dall’ Amministrazione, perché sarebbe impensabile la città senza di loro. Se è inimagginabile una Milano senza la Scala, lo è altrettanto senza le sue librerie.
C’è un’idea di paesaggio per la quale si batte con forza da anni Salvatore Settis che sostiene che esso è un insieme di tante cose, di stratificazioni storiche e di costumi, che non possono essere cancellati (come non si possono abbattere gli alberi o spianare le colline) senza correre il rischio che la qualità della nostra vita, e delle culture e delle memorie che ci tengono assieme, ne risultino per sempre compromesse.
Quando i bouquiniste di Parigi hanno iniziato a risentire, alcuni anni fa, della crisi, l’Amministrazione della città li ha agevolati in tutti i modi, con la riduzione delle tasse e sovvenzioni. “La nostra città –sostenne il funzionario responsabile- non potrebbe nemmeno immaginare che sparissero i bouquiniste. I turisti che arrivano sul Lungo Senna cosa direbbero se al loro posto vi trovassero dei venditori di souvenir o distributori di hot-dog?!”

E cosa diranno i visitatori di Milano quando nel centro della città non troveranno nemmeno una libreria e, salendo su dal Metrò Moscova, si guarderanno attorno in una piazza circondata da soli bar? E noi milanesi ci rassegneremo a comprare i libri soltanto su internet (perché, a quel punto, è comunque meno frustrante, e si perde meno tempo, che farlo in un megastore).
I luoghi sono Storia e storie. E allora non si può pensare di risolvere il problema con “affitti di altri immobili a prezzi agevolati”. Perché spostando un luogo si uccide la sua identità: la libreria Utopia è una vicenda che dura lì da 36 anni. Altrove sarà un’altra cosa, e tutti perderemo qualcosa di importante.
Che cosa si può concretamente fare?
1) il Comune di Milano ripensi alla categoria assai civile della “destinazione d’uso”, ampiamente ignorata dalle amministrazioni “liberiste” precedenti: si vincolino, per ragioni storiche e paesaggistiche, alcune attività al proprio luogo, almeno per quanto riguarda l’affitto (dove c’era una libreria non potrà esserci un esercizio commerciale differente; dove c’era una galleria d’arte non potrà esserci un negozio di scarpe, ma un’altra galleria ecc.: se il proprietario, legittimamente, vuole cambiare la destinazione d’uso di un locale in centro, allora deve venderlo);
2) il Comune di Milano possiede centinaia di immobili sfitti: proponga ai proprietari lo scambio con un altro immobile di eguale valore e si consideri garante e proprietario del luogo e dell’attività che si vuole tutelare;
3) il Comune di Milano, e il suo Assessorato alla cultura, si facciano promotori di una rete di librai indipendenti e tradizionalmenti legati a dei luoghi storici e preveda delle forme di agevolazioni per le loro attività;
4) il Comune di Milano favorisca e incentivi forme di attività commerciali plurime che, mantenendo l’identità del luogo, permettano al gestore di integrare i guadagni con la vendita di altri prodotti (la Liberia Utopia aveva offerto una piccola parte del suo locale alla rivendita di vini di qualità, ma lo spazio era troppo angusto e insufficiente a realizzare un esercizio redditizio);
5) nel caso risultasse impossibile mantenere la libreria là dove era, allora sì che il Comune dovrebbe offrire dei suoi spazi a prezzi agevolati, ma a 2 condizioni:
a) che lo spazio sia nel centro della città;
b) che sia più ampio del vecchio, in modo da permettere altre attività (come, ad esempio, incontri e smercio di alimentari e bibite di qualità) che incrementino il fatturato e rendano autosufficiente economicamente il gestore.
Il centro di una città senza le vetrine delle librerie è triste e squallido: un luogo senza libri, diceva Cicerone, è come un corpo senza anima.
- Materiali
- 8 gennaio 2013
ma la questione è legata alla sostituzione dei librai (degli artigiani tutti) con i commessi.
Questo comporta che un libro (una scarpa, un quadro, un vaso...) diventa solo un prodotto e il suo valore unico è quello del costo di copertina, come per una saponetta o un paio di calze.
Questo è inarrestabile, e per certi versi anche comodo talvolta.
Se la libreria Utopia va a Lambrate farà bene a quel quartiere che forse se la merita più di Largo la Foppa,
così è accaduto con la Libreria delle Donne che è un luogo intenso anche ora che sta in zona XXII marzo.
Il problema non è lo spostamento, che a mio avviso è supervantaggioso, ma è il rischio di chiusura.
La città contemporanea ha queste modalità spudorate e talvolta volgari, ma solo nel centro... solo nel centro.
Le librerie intorno a questa fetta di Milano est dove vivo ormai da decenni sono belle, ospitali, narranti, accoglienti... persino la biblioteca di quartiere (Calvairate) è un'oasi di intelligenza ed efficenza...
davvero un peccato :(
Scusa, Annalaura, perché Lambrate meriterebbe l'utopia più di largo La Foppa, dove è nata e dove sempre stata? Perché il quartiere intorno è diventato sempre più cafone? A maggior ragione serviva un baluardo...
Scusa, ho sbagliato, annabarbara
La notizia sulle difficoltà di una piccola certezza come la Utopia è di quelle particolarmente spiacevoli e tristi.
Mi chiedo se, oltre a chiedere un intervento del Comune, non ci siano margini per:
1) negoziare con la proprietà dell'immobile (privato? società?)
2) organizzare una donazione aperta a tutti, che offra alla libreria per 1/2 anni una sufficiente integrazione delle entrate
Non tutti i librai hanno lo stesso trattamento.
Qualcuno è più amico di altri.
Qualche mese fa girando per per milano mi sono imbattuto in:
http://apophis.tumblr.com/post/36083881803
si si, è lo stesso di:
http://milano.corriere.it/milano/notizie/caso_del_giorno/11_maggio_3/cas...
Grazie del bell'articolo, e della lista di proposte che mi auguro vengano adottate al più presto dall'amministrazione.
Le librerie di qualità lasciano un centro città sempre più mercificato e sterilizzato a favore delle periferie? Ben venga la trasformazione, con qualche lacrimuccia di nostalgia per uno spazio che è stato centrale nella formazione culturale di molti milanesi (è un discorso diverso, triste, e da combattere, quello della Hoepli).
E' bene ricordare che per le nuove generazioni le librerie di rifermento a Milano sono già altrove: dal nuovo Libraccio a Romolo a Gogol and Company (che è in via Savona, ma di fatto già dentro il Giambellino).
Andrò volentieri alla nuova Utopia in Lambrate, dove mi auguro di ritrovare quell'atmosfera che negli ultimi si era un po' persa tra aperitivi e design di grido.
appartengo alla nuova generazione ma dire che il librario di romolo sia il nuovo riferimento e osare metterlo in relazione alla libreria Utopia mi pare una bestemmia.
@ettoregonzaga: per la Libreria Bocca (in cui non sono mai entrato) vige un regime particolare in quanto situata in Galleria. La stessa cosa vale anche per Feltrinelli e Rizzoli: http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/w...
Senza fare retorica, mi permetto di ricordare che il problema dello spostamento di molte librerie storiche non è soltanto legato a una logica monetaria da "affitto selvaggio" e a una mentalità media sempre più povera culturalmente (aneliamo agli aperitivi e alle feste, anche quelle editoriali, più che ai libri? questo è il risultato!), ma a un grave problema dell'editoria tutta. I librai, quelli veri e preparati, non ce la fanno perché non vendono, e chi lavora in questo bellissimo ma infame settore ugualmente non ce la fa ad arrabattarsi con stipendi da fame e precarietà. Che MIlano si mobiliti, indignata, certo, ma per come è ridotto il mercato dei libri e chi ci lavora, dal redattore al traduttore al libraio, nella speranza che non siano solo belle parole di circostanza da spendere, magari, al party di turno in uno dei succitati bar.
Le regole di mercato non sono regole barbare, sono uno dei criteri con cui la società si trasforma, evolve, e attraverso cui si misura il gusto e le attitudini delle persone.
Non compriamo più i cavalli, ma compriamo le automobili (anzi, non compriamo più nemmeno le automobili). Si vendono più libri in periferia che al centro (in periferia ci sono studenti e professionisti, al centro ci sono solo uffici e negozi), si vendono più app che quotidiani, si fanno più aperitivi che cene.
Il mondo cambia, i gusti delle persone, le attitudini.
Cambia la domanda, cambia l'offerta. E' una della cose più belle del mondo quando accade.
La città si trasforma, le gallerie sono in periferia in quasi tutte le città del mondo. Idem i centri culturali, i luoghi di ritrovo.
Sostenere che lo stato (ovvero la comunità) debba preservare dei presidi culturali è giusto, ed è sano.
Ma non sono certamente la Scala, o Utopia, i posti cardine per risollevare le sorti culturali di una città come Milano.
Sono luoghi raffinati, e piacevoli, di una borghesia che può pagarsi da sola i suoi consumi.
Il comune di Milano aiuti i più deboli, e gli ultimi.
E' più urgente lo stato culturale dei giovani, delle periferie, degli extracomunitari. Lì dove c'è davvero urgenza di un intervento pubblico.
Lì dove le tasse dei più ricchi, servono ad sostenere i più deboli, e non, ancora una volta, il contrario.
Tempistica perfetta, non c'è che dire.
http://www.comunemilano.it/portale/wps/portal/!ut/p/c1/04_SB8K8xLLM9MSSzPy8xBz9CP0os_hAc8OgAE8TIwMDJ2MzAyMPIzdfHw8_Y28jQ_1wkA6zeD9_o1A3E09DQwszV0MDIzMPEyefME8DdxdjiLwBDuBooO_nkZ-bql-QnZ3m6KioCADL1TNQ/dl2/d1/L2dJQSEvUUt3QS9ZQnB3LzZfQU01UlBJNDIwT1RTMzAySEtMVEs5TTMwMDA!/?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/ContentLibrary/giornale/giornale/tutte+le+notizie+new/commercio+attivita+produttive+turismo+marketing+territoriale/librerie_attenzione_concreta_settore_crisi
La banalità di chi confonde la speculazione con il mercato, la tristezza di chi vede un cambiamento nell'abbruttimento, la mancanza di passione critica e il generale annebbiamento nella decifrazione dei dati e degli sviluppi della società sono insieme ad una totale e assoluta mancanza di fantasia uno dei motivi di uno smarrimento intellettuale che ha nella difficoltà delle librerie indipendenti la punta di un iceberg la cui base arriva a ledere anche i principi della più elementare convivenza civile.
Concordo con Rob e con altri commenti.
La crisi delle librerie e dell'editoria si innesta su un percorso più lungo e complesso. Nell'area attorno al centro di Milano si persegue da decenni una strategia molto chiara di gentrificazione, che ha come conseguenza (non solo a Milano, ma in ogni città) un impoverimento del tessuto culturale, sociale e relazionale a favore di un aumento del valore, soprattutto finanziario, del capitale immobiliare.
Forse, si mormora, ogni tanto sembra che, a Milano il tessuto sociale nelle periferie stia lentamente cominciando a riprendersi dopo il flagello degli ultimi due decenni di amministrazione. Dal punto di vista dell'ecologia culturale complessiva della città, come si può non salutare lo spostamento dei luoghi simbolici verso aree più lontane dal centro?
Per sua stessa natura la città cambia sempre e con essa si trasformano i luoghi della socialità, del consumo e della cultura. Panta rei, è stato scritto 2500 anni fa. Emmenomale.
Ma Rob, sei serio? Sarai mica Rob Form per caso ...
ma mi pare si confondano due cose: nessuno dice che sia male che si sposti in periferia perché la periferia è male. anzi! [che poi città studi non è così periferia ma questa è un'altra storia]. il punto è che vi è altro oltre al valore d'uso, vi è un qualcosa di aggiunto e prezioso che va difeso: la storia del luogo, quello che ha rappresentato e continua a rappresentare.
Accidenti ma come si fa a confondere la speculazione con il meccanismo sano di domanda e offerta? E poi soprattutto: che ne è dell’educazione al gusto?
Sulla domanda, e sull’offerta, possiamo agire eccome. O meglio, come operatori culturali abbiamo il dovere di agire: come insegnante ho il dovere di mettere in atto un processo di educazione al gusto e alla bellezza e ho la speranza che questo processo modifichi la domanda. Non si può pensare: si fanno più aperitivi, che fare? perché se la gente ama mangiare in quantità imbarazzante delle schifezze evidentemente poco sane allora c'è qualcosa che non va, e quello che non va, è, molto molto semplicemente, che non si ha più il gusto per capire che non è buono e che pensare che la bontà sia un valore. Poi si può rivendicare il valore del momento aperitivo come capace di produrre aggregazione: tutto giusto tutto vero. Ma ad un prezzo così alto? Un prezzo che non consideriamo più un prezzo? Perché accade? Io credo che sia essenziale farsi queste domande.
Il punto non è che la città si trasformi, il punto è che l'educazione estetica è venuta a mancare.
Cosa vuol dire che si vendono più libri in periferia? Non solo non è vero, ma sopratutto non si sposta per questo, si sposta perché quell'angolo di largo la foppa sai quanto è appetibile per una boutique di moda? Cosa significa la frase: è luogo di una borghesia che può pagarsi da sola i suoi consumi?
Il punto è che è un luogo con una storia, accidenti. Non possiamo fare sempre a meno delle storie, non possiamo fare sempre a meno di quello che è la sola possibilità per far capire perché ha senso difendere un valore culturale. La cultura si produce per narrazioni, se accettiamo delle narrazioni sempre più semplificate pensando che è il mercato che ce lo chiede allora parliamo di altro qui sopra, parliamo di kate middleton e vedi quanti accessi che facciamo. Del resto: è la domanda! Vogliamo questo?
La chiusura di molte librerie indipendenti a Milano impoverisce la vita dei cittadini e la qualità della nostra città. Con Gli Assessori al Demanio Lucia Castellano e al Commercio Franco D'Alfonso, abbiamo confermato che il Comune intende promuovere bandi per affittare i piani terra di proprietà civica alle librerie, a prezzi scontati (- 40%). Un modello già seguito da una libreria storica come la Calusca (meno convincente mi sembra la proposta di Cataluccio di boccare le destinazioni d'uso....rischieremmo semplicemente di aumentare a dismisura il numero di vani vuoti nei paini terra di Milano).
Ma non basta: vogliamo rafforzare il legame di quartiere tra librerie e biblioteche civiche; un legame basato sulla promozione del libro e l'organizzazione di gruppi di lettura. E inviteremo anche gli editori - lo faremo il prossimo 15 gennaio in piazza Duomo 14 - a contribuire a queste reti locali di librerie e biblioteche.
BookCity - che è stato grande evento popolare di promozione della lettura, pensato anche per sostenere le attività delle librerie - non sarà solo un episodio di 3 giorni, una volta all'anno.
Ma noi vogliamo-compriamo-frequentiamo.. gli ebook,i twitt,i tablet, i chip, l'e-mail, l'ipad,l'ipod,la chat, i links,i blog e/o le librerie, i dischi, la posta, in carne ed ossa ? Un po' bisognava pensarci anche prima vè...parlo per me.
Amo i libri e adoro leggere. Li acquisto in libreria, raramente on-line.
Ma vi voglio raccontare questa:
questa estate vado nella mia libreria di fiducia e chiedo per un libro che non trovavo.
La commessa mi ha risposto di acquistarlo on-line per riceverlo subito.
Le ho fatto presente che non ne avevo urgenza ma rincarato trovando altre scuse.
Episodio unico e anomalo, mi auguro di cuore.
Beh, la libreria, bella, molto fornita e molto visitata dopo qualche mese ha chiuso.
Non voglio dire che la gente che lavora nelle librerie non sia competente, anzi, ma questo episodio mi ha fatto riflettere.
Con i tempi che cambiano, la fretta delle persone, la voglia di avere tutto e subito e la comodità, purtroppo stanno impattando lo stile di acquisto dei consumatori.
Per non menzionare il livello culturale sempre più basso degli italiani (che non leggono). Basti pensare che a natale il film idizioa 'I soliti Idioti' ha sbancato i botteghini......questo é davvero un segnale scoraggiante....
Quante belle chiacchere nei commenti sopra riportati.Ho chiuso la mia libreria,nata nel 1937 e sita nel punto più centrale di Catania nel famigerato 2008. Motivi ? Una mancata legge sul libro e la cultura, mai voluta dai nostri governi,di destra e di sinistra, perchè non conviene alle lobby del settore,ma che invece vige in mezza Europa. Come conseguenza,libri nei supermercati e nelle librerie di catena con il 30% di sconto,cioè alle condizioni d'acquisto da parte del libraio e
quindi concorrenza sleale da parte degli editori;libri universitari ed anche scolastici fotocopiati a pile,con le Istituzioni restie ad intervenire perchè "c'è una esigenza sociale" e non un furto; Internet (e quì il progresso non si può e non si deve fermare,ma il colpo lo ha dato) che ha tolto tempo e clienti; riviste culturali che le librerie degne di questo nome tenevano e che ora si leggono sul tablet etc.etc.
Mi fermo per non scrivere un romanzo. I suggerimenti che sono stati dati li sento da anni e mi viene da sorridere,come quello di promuovere una rete di librai,quando l'Associazione Librai Italiani combatte da anni contro i mulini a vento. Non me ne voglia il collega Morawetz,il cui stato d'animo posso ben comprendere e che sento di idealmente abbracciare perchè il groppo che ha in corpo se porterà per il resto dei suoi giorni,ma il titolo dato dallo articolista al suo pezzo "Utopia a Milano" è quanto mai azzeccato.
Per la soluzione finale non resta che attendere le nuove lenzuolate di Bersani,liberalizzatore della prima ora senza rendersi conto che non si può fare di tutta l'erba un fascio.
Antonino Crisafulli ha perfettamente ragione, aggiungerei che le famose lobby di cui parla nient'altro non sono che i grandi gruppi editoriali che da anni hanno perso di vista il fine ultimo del loro lavoro e piuttosto di dedicano all'uccisione letterale del mercato (fanno sorridere gli ingenui che parlano di mercato non conoscendo le regole elementari dell'economia), cosa che dovrebbe interessare non poco l'ex commissario Mario Monti. Le politiche dei grandi editori sono da tempo prettamente speculative e volte principalmente alla cancellazione di un mercato librario aperto e differenziato. Troppo comodo vendere i propri libri attraverso i propri distributori nelle proprie librerie. Il punto non sarebbe nemmeno lo sconto ai lettori, ma che tale sconto nel caso delle piccole librerie si carica spesso totalmente sulle spalle del libraio, discorso ben diverso nelle grandi catene, e non è libero mercato, ma più che altro sarebbe materia di antitrust
Tutta la solidarietà e tutto l'appoggio a Lucio Morawetz, che è un amico e una persona di un'ospitalità, di una gentilezza e cortesia straordinarie. Allarme per la sopraffazione delle cartolibrerie fanchising piene di commessi semianalfabeti che trattano i clienti con i piedi e ai quali non ti puoi più rivolgere per chiedere loro alcunché abbia a che vedere coi libri. Vorrà dire che si andrà in via Vallazze. Vele la pena di far due passi per incontrare un buon libraio.
Ci sono anche tanti altri modi di guardare al futuro dei libri: guardate qui cosa stiamo inventando - http://www.che-fare.com/progetto/lìberos
Bravi Liberos! Ho votato per voi. Ma credete davvero che si possa portare fuori dalla Sardegna? In Lombardia, in Veneto, in Piemonte? O non funziona proprio perché accade su un'isola come la Sardegna, e perché voi sardi siete determinati, costanti e senza altre alternative che voi stessi? Altrove come e perché può funzionare?
Una cosa però non la capisco.. Il Comune ha messo a bando l'assegnazione di uno spazio di 200 metri in garibaldi perfetto per l'Utopia..!? http://www.comune.milano.it/dseserver/webcity/garecontratti.nsf/51607b595b240841c1256c4500569c90/94def0492c966845c1257abe006a4bfb/$FILE/BANDO.pdf
Perchè nessuno lo ha fatto presente all'amministrazione che ora dice "il Comune intende promuovere bandi per affittare i piani terra di proprietà civica alle librerie, a prezzi scontati (- 40%)". Ma tra tutti non ci si poteva pensare prima e ridurre la base d'asta di quel bando per attività di interesse pubblico?
Ora è troppo tardi e anche l'Utopia lasciarà il suo spazio ed è facile scommettere su chi lo rileverà..
@ Davide Zanoni. Il proprietario e gestore di Utopia, Lucio, ha dichiarato che il nuovo affitto avviene in un locale più grande a un prezzo più basso del medesimo proprietario dell'immobile in cui era in Via Moscova; e che, a causa del crollo delle vendite dell'ultimo anno - dato su cui bisognerebbe riflettere - il prezzo dell'affitto incideva troppo fortemente sul suo bilancio. Per questo si è trasferito. Non ha pensato di rivolgersi al Comune, che, come ha dichiarato Boeri, ha dei locali che possono essere dati, con bando, a prezzi calmierati a iniziative e esercizi nell'ambito della cultura, come è in effetti una libreria. La ragione della "disrtrazione" è questa. La tua segnalazione opportuna. Per chi abita nella zona vicino a Utopia, verso l'Isola o verso Sarpi, non necessariamente in via Solferino o in via Garibaldi, si tratta di una perdita; se ne gioveranno gli abitanti di Zona Studi; sono 600 metri dalla fermata del metrò di Piola; chi vorrà farà un tratto di strada in più spendendo 3 euro del biglietto di andata e ritorno da varie zone della città, per avere di nuovo il piacere di trovare libri introvabili e preziosi presso Utopia.






