Striscia la Notizia risponde a Doppiozero

Pubblichiamo di seguito la risposta di Striscia la Notizia all'articolo di Gianfranco Marrone Neotelevisione (leggi l'articolo).

 

 

Contro il Drive in si è mossa da mesi una vera e propria macchina del fango.
Chi in mala fede, chi acriticamente, chi semplicemente non ricordando, confonde o accomuna il programma culto degli anni ’80 con Colpo Grosso.

Drive in, trasmissione libera e libertaria, una parodia dell’Italia degli esagerati anni ’80, della Milano da bere, del riflusso, dell’edonismo reaganiano, era un programma comico e satirico. Le ragazze “fast food” erano iperboli: figure retoriche viventi, caricature al pari del paninaro, del bocconiano, del dott. Vermilione, della top model, della professoressa, della moglie dell’onorevole Coccovace.

Essendo parodie è evidente che prendessero spunto da altro, infatti le “tette” erano altrove. La Rai trasmetteva quelle nude di Rosa Fumetto ne Il Cappello sulle 23, quelle di Ilona Staller in C’era due volte, quelle di Barbara d’Urso in Stryx e quelle che facevano da tormentone in Due di tutto. Canale 5 rispondeva con altre signorine “grandi forme”, però più castigate, come Nadia Cassini in Premiatissima, Edwige Fenech in Ric e Gian Folies, Barbara Bouchet.

Insomma, si sta confondendo effetto con causa, specchio deformato e realtà.

Per questo motivo vogliamo segnalare alcuni giudizi sul Drive in espressi all’epoca dagli intellettuali.

 

Omar Calabrese, semiologo / Epoca, 26 aprile 1985, Drive in ma perché mi dice ciò? 
Uno spettacolo che non riunisce grandi stelle dello spettacolo, non presentatori da contratti da favola, non scenografie da mille e una notte, non registi megagalattici. E però piace. Drive in, programma di Italia 1, in onda la domenica sera, è il fenomeno televisivo più sorprendente degli ultimi anni. In un colpo ha catturato l’attenzione di un pubblico ipernutrito di “piatti” televisivi di tutti i gusti e la stima di studiosi e ricercatori dei nuovi media. Proprio gli stessi che, analizzando nuove forme d’intrattenimento tv, avevano concluso poco tempo fa che sul piccolo schermo italiano il varietà era praticamente scomparso inghiottito da quel generone chiamato con il pomposo nome di trasmissione-contenitore.

Cominciamo subito col dire che la caratteristica principale di Drive in è proprio in questa sua capacità di mischiare l’antico (il genere) e il moderno. Dal punto di vista della rivisitazione del passato, la trasmissione sembrerebbe riproporre luoghi comuni ampiamente scontati. Ci sono le ballerine con grandi tette e posteriori prominenti, come nella più bella tradizione di Macario e Wanda Osiris (e sulla mistica del culo il programma ironizza presentando una Lory Del Santo ammiccante sulle sue nascoste qualità). Ci sono i comici, inoltre. E la loro massiccia presenza costituisce quasi una antologia dell’avanspettacolo con tutti i diversi sottogeneri: il monologo serrato del comico barzellettista; il dialogo a due della serie “vieni avanti cretino”; il comico di gruppo su base musicale; la scenetta teatralizzata; la parodia in dialetto. C’è un po’ di balletto con tanto di soubrette. C’è il sottofondo di risate come nella soap opera americana. C’è il linguaggio da cabaret, fatto di imitazioni e insensatezze, di parodie e citazioni colte, di provocazioni e ammiccamenti.

Su questa base assai riconoscibile si opera un primo gruppo di innovazioni di stile, una cospicua serie di varianti. In primo luogo nelle proposizioni fra i sottogeneri di quel fritto misto che (lo dice il termine stesso) è da sempre il varietà. Drive in, per esempio, elimina quasi totalmente le canzoni e riduce sensibilmente il balletto a puro intermezzo fra i vari numeri. In compenso esalta la recitazione dei comici, e ne propone una quantità inusitata per la forma televisiva del varietà, dove di solito ha invece la funzione di riempimento fra “numeri” più forti. Inoltre, per qualità di testi e per la stessa presenza fisica dei personaggi, i comici prescelti fanno tutti parte di quella generazione degli anni Settanta-Ottanta che qualcuno ha voluto battezzare “i nuovi comici”. […]

Un’analisi accurata mostrerebbe come gli sketch di Drive in siano una vera e propria antologia, o addirittura un manuale, di tecniche del comico. […]

Qualche nota finale la meritano le innovazioni sul piano più specifico. Drive in, in effetti, costituisce un tipo di trasmissione in questo senso anomala rispetto al genere. Rinuncia quasi totalmente alla figura del conduttore. Non ci sono presentazioni dei “numeri”, ma questi si susseguono intervallati dal medesimo tema di balletto. Altra evidente novità è poi la velocità e il ritmo di esecuzione delle battute e degli sketch. Gli attori parlano tutti con una frequenza frenetica di parole. Gli sketch durano abbastanza poco e si susseguono a ritmo serrato. I monologhi, grazie a tutto ciò, hanno la possibilità di rendere gradevoli in modo immediato anche gli aspetti più cabarettistici e dunque meno “popolari” del comico, come quando i testi operano connessioni di concetti e di idee ai limiti dell’assurdo. O come quando si presentano come connessioni improprie delle vere destrutturazioni dei testi, quasi come nelle pratiche (serie questa volta) dei critici letterari americani chiamati “decostruttivi”. […]
 

Luciano Salce, regista / Epoca, 3 maggio 1985, Salce: dieci con lode a Drive in.
Ho letto con piacere il servizio su Epoca (n°1803) dedicato a Drive in, il varietà televisivo di Italia 1. Benissimo per quanto riguarda i commenti di Omar Calabrese e di Enzo Siciliano; tuttavia, a me sarebbe piaciuto conoscere anche il parere di qualche vecchia guardia del varietà, del cabaret, dello spettacolo leggero… Mario Vertecchi, Roma.

 

Risponde Luciano Salce:

Drive in? Non posso che parlarne bene: anzi, benissimo. È un programma nuovo, moderno, frizzante, che rinnova notevolmente il settore dell’umorismo.
Ma sì, perché l’umorismo ha sentieri spinosi e difficili, anche se molti non se ne rendono conto. È difficile fare umorismo e non scivolare nel cattivo gusto, nell’esagerazione, nella grossolanità, nella volgarità. Drive in, secondo me, riesce a mantenere integri i connotati dell’umorismo pulito e genuino. Svecchia il genere rivista e varietà, lo trasforma in una nuova maniera di fare spettacolo utilizzando la comicità del vissuto, del parlato dei giorni nostri. Il ritmo che riesce a mantenere è un miracolo della tecnica moderna: le gags, le battute, i personaggi scorrono via veloci e freschi. Niente ripetizioni, nessuno schema già visto e sentito. Caso mai, Drive in ha coniato nuovi modi di dire e di fare che la gente ormai utilizza largamente. […]


Giovanni Raboni, poeta / Europeo, 1 giugno 1985, Arbore giù Drive in su.
Drive in è una specie di congegno ad orologeria a bassissimo rischio, uno spazio perfettamente programmato in cui anche gli effetti di improvvisazione sono frutto di una professionalità precisa e paziente. Nessuno fa sfoggio, come in ‘casa Arbore’, di souplesse e alto dilettantismo, nessuno finge di essere lì per caso, nessuno vuole impressionarci ostentando di non curarsi del fatto che lo stiamo guardando.


Federico Fellini, regista / l’Unità, 23 febbraio 1986.
È l’unico programma per cui vale la pena di avere la tv.


Umberto Eco, semiologo / Duemila comunicazioni, supplemento de la Repubblica, 19 novembre 1986, faccia a faccia con Eugenio Scalfari.
Pensa a una trasmissione come Drive in, al suo ritmo, alla quantità di cose che Drive in riesce a far vedere in due minuti e paragona due minuti di Drive in a due minuti della vecchia televisione. Un salto da fantascienza, no? Eppure a quanto pare la cosa non ha provocato traumi, noi siamo passati dal ritmo di valzer a quello di rock’n’roll senza perdere nessuna memoria.

Beniamino Placido, critico letterario e televisivo / la Repubblica, 10 marzo 1987.
Drive in, la scatenata trasmissione di Italia 1 (una trasmissione alla quale mi sono affezionato lentamente – lo confesso – ma stabilmente).


Maurizio Cucchi, poeta / Italia Oggi, 2 novembre 1987.
Drive in, il quale dolcemente implacabile è tornato, spettacolo nuovo ormai antico, varietà e anti-varietà, ricco di mezzi voli autentici e di cadute quasi mai tragiche… tocca di qua, tocca di là, lì cerchio e la botte, il vecchio e il nuovo, e via corrivo acutamente come al buon varietà si conviene. In più la vecchia virtù risaputa del ritmo serratissimo. E il gioco continua a funzionare.


Oreste Del Buono, scrittore / Corriere della Sera, 23 febbraio 1988.
Drive in, la trasmissione di satira più libera che si sia vista e sentita per ora in televisione.


Angelo Guglielmi, critico letterario e dirigente televisivo / Quinto Elemento (Canale 5), 9 settembre 2000.
Io, direttore di Raitre guardavo molto, ammiravo e invidiavo Italia 1. Mi ricordo che una delle trasmissioni che più spesso seguivo e non me ne lasciavo sfuggire nemmeno una puntata, è Drive in. Noi lo guardavamo con ammirazione, cercando qualche volta di sceglierlo come modello.

 

Interessante notare il giudizio di Norma Rangeri (il manifesto, 20 giugno 2003, Con Drive in un tuffo nell’attualità), in occasione della riproposizione di alcune puntate per il ventennale di Drive in:

Certamente in quel programma degli anni ’80 ritroviamo alcune matrici della televisione degli ultimi vent’anni. Il demenziale varietà rompeva i canoni della televisione dei balletti e degli ospiti inventando un supergenere che includeva tutti gli altri. Dalla fiction alla satira, dalle comiche di Benny Hill alla parodia di Star-Trek con la coppia Boldi-Teocoli, dalla sit-com sui parrucchini di Baudo ai monologhi di Gianfranco D’Angelo contro il Celentano animalista con pelliccia, al vero Pannella che irrompe in studio per polemizzare con un finto Spadolini. Stupisce piuttosto l’attualità dei temi toccati dalla satira che, a parte i nomi di personaggi scomparsi dalla scena, sembra riferirsi ai fatti di oggi. “È così importante sapere chi comanda in Italia in caso di guerra?”, “Sì, Reagan deve sapere a chi impartire ordini”. “Sulle guerre stellari il governo americano si divide in falchi e colombe, quello italiano invece è molto unito perché sono tutte pecore”, “gli americani manderanno aiuti agli afghani”, “poveracci, hanno già tanti problemi con gli aiuti russi”, “si riapre il processo di piazza Fontana: si vede che l’ultima volta avevano dimenticato di assolvere qualcuno”. Basterebbe cambiare qualche dettaglio per avere un copione fresco e adeguato a disegnare i guerrafondai e gli impuniti di oggi (ai testi collaboravano, tra gli altri, la Gialappa’s, Ellekappa e Disegni). Le battute erano recitate dalle ragazze fast-food, tutte tette e culi, per ridicolizzare le consolidate abitudini di una politica in giacca e cravatta, qui spogliata di ogni sacralità e affidata ai profani corpi delle maggiorate. Oggi le veline sono tornate mute.

 

In realtà, alla simpatica Norma Rangeri ricordiamo che le Veline non sono mute.

Durante la messa in onda le Veline semplicemente non possono parlare, non hanno nessuna battuta scritta e neppure il microfono. Acquistano però la capacità di comunicare con la parola nell’OFFERTORIO, cioè la telepromozione: il momento in cui la divinità-merce viene porta al popolo dei fedeli. La provocazione consiste proprio nell’esasperazione del ruolo della donna mercificatrice-mercificata.

Ci tocca spiegare pure le barzellette, ma il momento è quello che è e sembra andare di gran moda il pensiero fast food.

 

 

Questa la risposta di Marrone:

Gentile Striscia la Notizia, il problema è proprio quello: non poter più distinguere fra virgolette e mancanza di virgolette, satira e non satira. La questione non è Drive in come tale, ma i suoi esiti successivi. Bello sarebbe approfondire la cosa. Cordiali saluti e grazie per le segnalazioni.

 


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Commenti: 5

Marco Belpoliti Mar, 19/04/2011 - 11:11
Sarebbe interessante verificare da dove sono prese le citazioni che l'ufficio stampa del "defunto" Drive in (chiuso dal 1988, ma ancora attivo sul piano della comunicazione pubblica) cita a difesa del programma; ovvero: in quali contesti sono state dette quelle parole, in quale epoca e in riferimento a cosa. La citazione, tecnica in cui Drive in eccelleva ed eccelle ancora oggi, va contestualizzata. Penso che Giovanni Raboni, all'epoca entusiasta (vedi p. 401 di "Storia della televisione italiana" di Aldo Grasso, edita da Garzanti) oggi darebbe un giudizio differente del programma, soprattutto se inserito, come va inserito, nel contesto generale della neotelevisione. Oggi, dopo a quasi trent'anni di distanza, noi possiamo cominciare a formulare questo giudizio, fuori dalle virgolette, della televisione commerciale, di cui Drive in e Antonio Ricci sono una parte sostanziale: meccanismo perfettamente oliato della macchina da guerra berlusconiana. Senza se e senza ma. Chi vuole comincare questa opera di valutazione e giudizio, non ha che cominciare a leggersi quello che Giorgio Falco, uno dei più intelligenti e acuti scrittori italiani, ha scritto in questo sito in occasione della morte di Medail. La foglia di fico della citazione non copre più le pubenda televisive. Per fortuna.
Giorgio Falco Mer, 20/04/2011 - 22:07
Bastava entrare nella classe di una qualsiasi scuola italiana, il lunedì mattina, dodici ore dopo Drive in, per accorgersi della situazione. Drive in proseguiva, lo sfinimento a turno dei tormentoni replicati da studenti vestiti con le felpe uguali a quelle del pubblico televisivo. Nella classe del lunedì mattina (come nelle aziende, nel mondo del lavoro: così, giusto per completare l’educazione) eravamo rimasti alla domenica sera, alla stanza semibuia illuminata dalla coreografia televisiva. “... come spinti da un'onda impalpabile ridevano e applaudivano. Quel pubblico italiano, giovanile, non applaudiva le battute del comico, sembrava assecondare la risata e l'applauso registrato che giungeva da un nulla fintamente equidistante, credibile perché invisibile, asettico, il nulla amplificato dal fantasma dell'immagine. I ragazzi e le ragazze intorno al comico di Drive in erano espressioni totali del regno dell'accettazione, svelato dalle nostre esistenze.” (a proposito di archivio, l’autocitazione virgolettata, di un pezzo uscito nel 2010, su Repubblica)
Gianfranco Marrone Ven, 22/04/2011 - 11:21
Mi rendo conto che gli autori del programma televisivo in questione vogliano conservare intatta la memoria del loro lavoro, e sono disposto a credere nella loro buona fede rispetto alle intenzioni iniziali circa il valore parodistico della trasmissione. Ma le loro obiezioni, ancorché suffragate, come nota Marco, da un cattivo uso delle citazioni, si prestano quanto meno a due contro-obiezioni. Innanzitutto, qualsiasi studente di comunicazione sa bene che l'intenzionalità dell'emittente è quasi sempre un pio desiderio: quel che conta è come il messaggio viene recepito dal destinatario. In altre parole, se il pubblico non coglie l'ironia, per incapacità o nolontà, non c'è niente da fare: tutto torna al grado zero, e le tette e i culi sono solo tette e culi in tv, senza alcuna figura retorica che li ammanti. Secondariamente, il tempo che passa modifica la percezione dei messaggi, di modo che ciò che, forse, all'epoca poteva essere colto come segno di una differenza (Drive in 'vs' Colpo grosso), oggi è sparito, e sono rimaste solo, ancora una volta, tette e culi, nell'uno come nell'altro caso. In più, mi sembra evidente come questo problema della ricezione e della valutazione di un programma televisivo, come spesso nel nostro Paese, mal nasconda una vicenda di tutt'altro ordine: la avvilente questione del presunto moralismo della sinistra che critica i bordelli del nostro premier. Portata avanti confondendo il 'peace and love' degli anni sessanta e settanta con le case chiuse di sempre. E qui non scomoderei proprio gli illustri nomi che Striscia mette in campo, alcuni dei quali del resto oggi scomparsi.
enrico manera Sab, 23/04/2011 - 10:34
Sono nato nel 1973, ero quindi uno spettatore ingenuo del Drive in, che ignorava il resto della televisione e ripeteva le battute il giorno dopo alla scuola media, il cui livello cognitivo direi fosse perfettamente allineato con quello della trasmissione. Non ho mai percepito la benché minima critica dell'esistente in quei personaggi, percepivo/amo una serie di tormentoni attorno cui costruivamo le nostre pratiche sociali, ammiccamenti e doppi sensi compresi; i vari personaggi avevano dei tic che riconfermavano il modello originario, senza mai metterlo veramente in discussione, peggio: mostravano imitazioni deformate di un modello che nella sua forma originaria si intendeva sarebbe andato bene. Lo studente yuppie meridionale della Bocconi, il paninaro sfigato... il più la cornice era celebrativa e il pubblico di giovani nello scenario faceva da corte plaudente e sorridente. Mi sono sempre chiesto chi fosse il giovane sempre inquadrato circondato da belle ragazze, lo ricordo sempre con un giubbotto di pelle e una bibita in mano, la camera stava su di lui sempre almeno cinque o sei secondi in più degli altri. Ho scoperto poi che si chiamava Piersilvio Berlusconi.
Simona Manni Lun, 25/04/2011 - 13:27
Oltre al cattivo uso che ne è stato fatto, le citazioni non sembrano certificare alcun intento satirico, più o meno riuscito. Quello che mi colpisce è questo recente (e secondo me disperato) tentativo di Ricci & co. di mascherare quanto si è affermato per 20 anni da sottile satira che nessuno avrebbe colto. Come mai questa necessità? Ci sono tonnellate di programmi spazzatura che non sentono il bisogno di autoconvalidarsi. D’altronde il pubblico di un certo tipo di programma non è certo alla ricerca di sottili decostruzioni, chi non lo ama non si farà abbindolare da questo tipo di argomentazioni. Fellini ha detto che è un bel programma? Ah, allora va bene!

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004