I film dell’anno di doppiozero | Parte II

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggio dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi.

Presi ovviamente dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie ovviamente parziale, ovviamente contestabile, di consigli per la visione.

Trovate i primi otto a questo link. Di seguito altri otto.

 


 

Amour, di Michael Haneke

La Palma d’oro di Cannes, la seconda in pochi anni per Haneke, è il film che non ti aspetti, un’elegia algida come sempre, ma potente come un pugno nello stomaco, sull’amore e la vecchiaia. Nella storia di due anziani parigini che restano uniti anche quando lei si ammala e perde poco per volta le facoltà fisiche e mentali, il cinema di Haneke si fa meno rigido e provocatorio, ancora impassibile, certo, ma solamente un passo oltre la lacrima e la commozione. Con Amour Haneke si spoglia delle pieghe più riflessive del suo cinema e allestisce un teatro rarefatto e tragicamente concreto: grazie anche a due attori straordinari come Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, i quali mettono in scena la verità dei loro corpi e l’essenziale fragilità dell’esistenza.

Uscito in sala lo scorso autunno.

Qui la recensione di Odeon.

 

 

A Simple Life, di Ann Hui

La storia vera del rapporto tra un produttore cinematografico e la sua domestica settantenne: lui un professionista di cinquantina d’anni, single e indaffarato, lei una minuta vecchina da cinque generazioni al servizio della famiglia dell’uomo; il loro rapporto, un quieto e reciproco affetto che lo scorrere del tempo non scalfisce, fatto di ciò di cui è fatta la vita, di incontri e telefonate, visite e chiacchiere, serate e pasti, amore ricevuto e amore ricambiato, fino al momento estremo della morte. Un film semplice su una relazione semplice e giusta, gestita da due persone legate dall’affetto e dalla reciproca riconoscenza, al di là delle differenze di età e di ceto e in nome di un amore così vero e disinteressato da sfiorare l’astrazione. Un film esemplare nella sua disarmante semplicità.

Presentato a Venezia nel 2011, uscito in Italia a febbraio, è ora disponibile in dvd.

Qui la recensione di Odeon

 

 

Take Shelter, di Jeff Nichols

Jeff Nichols, nuovo talento del cinema americano che nel 2012 ha presentato in concorso a Cannes l’ultimo e per ora inedito Mud, in Italia si è fatto conoscere con il suo film precedente Take Shelter, uscito (ed è un miracolo che sia uscito) con un anno di ritardo lo scorso giugno. Iperrealista e luminoso, classico nello stile ma oscuro nel contenuto, il film è una lucidissima riflessione sulla crisi d’identità dell’occidente: attraverso le crisi di panico di un onesto lavoratore del Midwest e la sua fobia per gli uragani, la cultura della paura viene sviscerata e messa a nudo da un cinema che abbandona ogni vezzo formale per riprendere il paesaggio umano e naturale dell’America in tutta la loro piattezza. Un’opera teorica e insieme appassionante, espressione di un talento ancora tutto da scoprire.

Uscito lo scorso giugno, il film è disponibile in dvd.

Qui la recensione di Odeon.

 

 

Leviathan, di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel

Il documentario più visto, amato e chiacchierato della stagione, ovviamente passato solamente nei festival: un’esperienza cinematografica e sensoriale unica, il racconto visivo e sonoro della pesca notturna nei mari del New England, gli stessi in cui Melville ambientò Moby Dick e in cui i due registi, anche ricercatori in antropologia ed etnografia ad Harvard, registrano la lotta tra l’uomo e il pesce, tra la forza della natura e la resistenza del corpo, tra i rumori assordanti dei macchinari sempre in moto, l’oscurità degli abissi, l’indifferente presenza dei gabbiani, la fatica che annebbia gli occhi, il lavoro che nobilita l’uomo ma finisce anche per distruggerlo.

Dopo vari passaggi in festival anche italiani, è difficile che il film esca nelle sale: bisognerà aspettarlo in dvd. 

 

 

Les gouffres, di Antoine Barraud

Al seguito del marito geologo, giunto in un altopiano sudamericano per esplorare cinque gigantesche gole sotterranee, una donna si ritrova sola in un grande casa, dove l’attrazione per il vuoto aperto dalle gole la trascinerà in uno spaventoso viaggio al centro della Terra. Onirico, oscuro, scioccante: il francese Antoine Barraud dà forma agli incubi della psiche umana e alle fantasie segrete della mente, allestendo un viaggio onirico che ricorda Jules Verne e William Blake e oppone la razionalità dell’arte occidentale allo spirito indomabile della cultura sciamanica. Un ritratto di signora elegante e raffinato che si apre a inattesi squarci di inquietudine e autentica paura.

Dopo vari passaggi in festival anche italiani, è difficile che il film esca nelle sale: anche questo bisognerà aspettarlo in dvd. 

 

 

A ultima vez que vi Macau, di João Pedro Rodrigues, João Rui Guerra da Mata

Nel 2012 il cinema portoghese non è stato solo Miguel Gomes e Tabu. Insieme all’immortale De Oliveira, che pochi giorni fa ho compiuto 104 anni e a Venezia ha portato O Gebo e a sombra eal sempre grande Pedro Costa, due autori si sono imposti all’attenzione generale, tra Cannes e Locarno: João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata. Il primo ha firmato il corto sperimentale Manhã de Santo António, una splendida love parade di zombie lungo le strade di Lisbona la mattina di Santo Antonio, patrono del Portogallo, ipnotica riflessione sui miti vecchi e nuovi della nostra società, e insieme a de Mata ha diretto un oggetto misterioso e folgorante come A ultima vez que vi Macau, documentario un po’ noir e un po’ fantasia apocalittica sul destino dell’umanità.

Dopo vari passaggi in festival anche italiani, è difficile che i due film escano nelle sale: bisognerà aspettarli in dvd. 

 

 

La guerra è dichiarata, di Valérie Donzelli

Romeo e Juliette sono belli, si amano, si divertono, vivono fino in fondo la loro storia e a un certo punto decidono di avere un figlio. La loro vita è perfetta, ma la tragedia è lì ad aspettarli: il piccolo Adam è infatti gravemente malato e per la coppia comincia una “guerra” che durerà anni, che li porterà ad affrontare grandi dolori, ma renderà indissolubile il loro legame. L’attrice e regista Valérie Donzelli e il suo ex compagno, attore anche lui, Jérémie Elkaïm raccontano la loro incredibile storia autobiografica e realizzano uno dei più sorprendenti film della stagione: non un diario personale, ma un racconto esaltante tra la commedia, la farsa e il dramma, pieno di colori, musica, urla, pianti, risate e tanta, infinita voglia di vivere.

Presentato a Cannes nel 2011 è uscito in sala lo scorso giugno.

Qui la recensione di Odeon.

 

 

Un amore di gioventù, di Mia Hansen-Løve

La quindicenne Camille e il diciannovenne Sullivan sono innamorati, ma dopo un periodo felice insieme, lui parte per il Sudamerica e la abbandona. Anni dopo, trovato un equilibrio, una passione per l’architettura e un nuovo compagno, Camille sembra serena, ma incontra nuovamente Sullivan e i sentimenti sommersi non tardano a riemergere. Tra ricordi della nouvelle vague, di Sautet, Techiné e del compagno Assayas, la Hansen-Løve racconta la storia d’amore di una fanciulla in fiore che richiama dolci memorie proustiane. Niente di nuovo, sia chiaro, ma una capacità di raccontare la fragilità dei sentimenti e una finezza nel filmare i corpi e nell’usare la musica (la meravigliosa The River di Johnny Flynn) che riportano a galla un cinema di volti e sguardi che non stancherà mai.

Presentato a Locarno nel 2011, è uscito lo scorso giugno ed è disponibile in dvd.



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Commenti: 19

M Ven, 21/12/2012 - 19:21

avete un scritto un pezzo simile anche per le scorse annate? dovreste aggiungere i tag ai vostri articoli per una ricerca più agevole!

Roberto Manassero Sab, 22/12/2012 - 13:01

Gentile signore, questo è il primo anno in cui raccogliamo quelli che per noi sono i migliori film della stagione, anche perché la rubrica esiste solamente dal settembre 2011.

Alessandro Sterzi Mar, 25/12/2012 - 20:37

Manca Pietà, a mio parere il miglior film dell'anno..

Anonymous Mer, 26/12/2012 - 00:29

Non ho visto il film Pietà, l'ultimo di Kim Ki-duk. Premesso che vado pochissimo al cinema e non m'intendo , mi permetto due parole per conversare e quindi imparare qualcosa e anche per dire che ho ritenuto di non volere vedere Pietà per i casi che vado a dirvi. Sono incappata casualmente nei film di Kim Ki-duk in un periodo in cui mi recavo quotidianamente presso l'unica videoteca locale a cercare dei film. Non ho il televisore, li guardo tramite un computer portatile. Ogni volta la scelta del film durava molto tempo e con l'allora gestore della videoteca e sua moglie si finiva per stare a parlare molto. Lui teneva questa videoteca e arrotondava spaccando legna raccolta nei boschi della zona e vendendola poi in nero. La moglie mi pare fosse bidella in una scuola elementare : a lei i bambini avevano regalato un sacco di disegni ispirati ai film, le ultime uscite, disegni che lei aveva appeso nel negozio. Dai disegni si capiva che i bambini guardano film molto difficili e anche violenti. Una volta che mi trovavo in una fase dedicata ai film cino-giapponesi-coreani, Michele , così si chiamava il gestore della videoteca, mi ha chiesto se avessi visto Primavera Estate Autunno Inverno..e ancora Primavera e questo è stato il primo film di Kim Ki-duk che ho guardato. A seguire noleggiai Ferro 3 e L'arco. Questi film mi sono piaciuti molto, banalmente, credo, per il gran silenzio e per come i suoni si mettono in quel silenzio , per il suono-voce del violino cinese ( che ho poi sentito dal vivo, un'intera orchestra di quegli strani strumenti ad arco difficilissimi da suonare , rigorosamente da tenere in grembo verticalmente ) e anche per l'impressione di non volere essere a tutti i costi tirata a guardarli con stratagemmi, esibizioni forti o trovate facili. Lo dissi ad un'amico che per il mio compleanno mi regalò un cofanetto con tre films: L'isola, Bad guy e Adress Unknow. Ho guardato il primo e già non ritrovavo più il regista che pensavo di aver iniziato ad incontrare; ho ritentato con il secondo ; il terzo non l'ho guardato proprio. Mi sembrarono film inutilmente spietati ma senza che la spietatezza trovasse un suo equilibrio in altro, che fossero le scelte sotto il profilo puramente estetico o l'intenzione di ribaltamento di senso e posizione dello sguardo ecc. Una collega a cui avevo parlato di questo regista e che aveva poi pure lei guardato i primi tre film che ho elencato, mi chiese il confanetto in prestito prima che io avessi potuto guardare i film. Lo tenne molto mesi e me lo ridiede senza commentare. Poi si trasferì in un'altra scuola. All'inizio dell'anno scolastico è passata a salutare, tra le altre cose mi ha detto di essere stata a vedere Pietà : "E' di una violenza sconvolgente , tantopiù che non vedi nulla così ti arriva ancora più violenta." Le ho detto che senz'altro non sarei andata a vederlo, che preferivo rimanere con il ricordo : dei silenzi di Ferro3, con quei misteriosi gesti di cura che il protagonista riserva alle case d'altri in cui entra e sosta il tempo del ritorno dei proprietari; o con una fantasia di parallelismo tra Primavera, estate...e Padre Serghej che mi capitò di avere ( probabile sia del tutto furoi luogo) ; o ancora con l'amore secondo L'Arco , tutto nel suono-voce di quel violino . Tempo dopo tornando alla videoteca ho scoperto che la coppia aveva ceduto l'attività e da allora ho smesso di noleggiare films.
Tutto questo sproloquio da dilettante, di cui mi rendo conto e mi scuso ma ormai è scritto , è per chiedere a Sterzi in che senso Pietà sia per lui il miglior film dell'anno. Grazie.

Augusta Viatici Mer, 26/12/2012 - 12:18

Chiedo scusa, sopra non mi sono firmata. Augusta

Daniele Mer, 26/12/2012 - 18:09

Perdoni la mia ignoranza, Augusta. Padre Serghej nel senso dei Taviani?

Avia Mer, 26/12/2012 - 18:32

Ehm, sì...sbagliato vero? Aprofitto ( due p? ) , visto che qui non arrivano molte risposte di chiederLe cosa pensa dei film di Kim Ki-duk. Grazie

Daniele J. Mer, 26/12/2012 - 18:56

Che ho appena ordinato in Amazon un cofanetto contenente i tre film che Le sono piaciuti. Questo perchè il tono del Suo commento mi ha ricordato la passeggiata fatta questa mattina prima dell'alba, come faccio quando posso, in un paesino collinare dove un prete, equivocando sulle mie intenzioni, mi ha detto che la prima messa da tempo non si celebra più lì.

Avia Mer, 26/12/2012 - 19:22

Uhm. Dov'è che l'ha ordinato il cofanetto? Guardi che non c'è bisogno di scomodare l'Amazzonia che ne han già di problemi. Spero mi venga in aiuto Sterzi perché se dopo i film non Le piacessero che potrei fare? Vorrei poterLe, nel caso, rifondere ( si dice così? ) i danni. Non mi era mai capitato di essere presa sul serio in faccende filmiche. Anche in altre ma lasciamo andare. Comunque buona visione sig.Daniele e scusi.Uhm. Che guaio.

Alessandro Sterzi Mer, 26/12/2012 - 21:47

Non vorrei dire la cosa giusta riguardo Pietà, perciò tenterò di errare per quanto mi è possibile. La violenza nei film di Kim Ki-Duk è una violenza che ti arriva, non è come nei film americani dove tutto è troppo finto perchè possa anche solo minimamente toccarci. Pietà arriva a massaggiarci quel muscolo atrofizzato che è la nostra sensibilità, e per fare questo non si può non passare attraverso la violenza, una violenza patetica. La mia idea di arte, invero, è molto prossima a quella espressa in questo aforisma da Kafka:

"Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti dai boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi. Questo credo."

Avia Mer, 26/12/2012 - 22:05

Grazie, di cuore. Ho di che riflettere. Debbo dire però che ci sono momenti in cui sembra che 'dentro' non ci sia più posto per pugni e disgrazie ( che non sono solo le proprie , privatissime ecc) ma soprattutto che non ci sia posto per 'vedere' doppiata la realtà nell'arte. Ma credo non sia ciò che Kim ki-duk intende fare con i suoi film. Buona serata a lei. Augusta

Avia Mer, 26/12/2012 - 22:07

Ehm, volevo dire 'a Lei'. E anche che non mi aspetto facili fughe dalla realtà attraverso l'arte. Vabbè. Grazie.

Alessandro Sterzi Mer, 26/12/2012 - 23:03

Non è tanto, credo, un doppiare la realtà, ma piuttosto un contatto con il reale. Non è tanto un voler mostrare la realtà, realtà come dato già acquisito da cui fare copia-incolla; è il film stesso reale nella misura in cui ci "tocca". Poi chiaro che può essere un bisogno meno importante per chi è giornalmente a contatto con il reale, con le sue sofferenze e gioie. Ma non è il mio caso, e io ho una paura terribile dell'insensibilità e dell'indifferenza.

Avia Mer, 26/12/2012 - 23:54

Touche. Non volevo mostrare le piaghe ma temo di averlo fatto. Resto con alcuni interrogativi circa le scelte di regia a proposito di mole , ridondanza di mezzi per evocare o proprio voler creare quel contatto ed anche, non avendo visto il film, su cosa intendesse dire la collega dicendomi che 'non si vede' ( la violenza) , cioè , parlando di Kim ki-duk, quali siano secondo Lei i modi nuovi che il regista pone ( a parte la differenza abbastanza semplice, credo, con le 'americanate' ) allo sguardo . Ma capisco che non siamo in una pagina monografica su Ki ki-duk e credo di aver già richiesto abbastanza spazio per le mie lacune. Grazie di nuovo. Buonasera.

Angelo Gio, 27/12/2012 - 00:24

Fino a che punto è arrivato il 'cancro dello sguardo' se abbisogna di sferzate tanto violente per tenersi lontano dall'indifferenza? Siamo sicuri che questo sia il modo per renderci 'sensibili' ? E se portasse ad ulteriori desensibilizzazioni? Da come dice Sterzi, banalizzo lo so, è come voler fare bungee jumping per ricordarsi che vivere non è poi così superfluo. A me basta riuscire a scendere le scale bagnate di brina senza rompermi l'osso del collo.

Daniele Gio, 27/12/2012 - 01:58

La citazione di Kafka è bella. Ma un cliché ancora largamente circolante vuole che per produrre libri o film che "mordono e pungono" bisogna occuparsi di sesso o di violenza estremi in cornice rigorosamente metropolitana. Ma dopo averne visti così tanti di prodotti siffatti, magari anche di ottima fattura e ampie pretese artistiche io avverto un senso di saturazione. Tanto più che a inquinare il connotato di "larghe ferite alla coscienza" attribuito a questi prodotti c'è la tivvù di massa che ne fa delle ferite di massa facilmente disinfettabili con un veloce zapping.
Quindi bisogna arrendersi al piacere del testo, al solito invito alla leggerezza, alla lettura come tecnica di rilassamento?
Mi è capitato di vedere recentemente "Le quattro volte" di Michelangelo Frammartino". Ritengo quel film più vicino allo spirito della frase di Kafka che non centomila pugni allo stomaco. O di uno sguardo tutto adrenalinico sulle cose del mondo.
Faccio un secondo esempio. Recentemente sono andato a trovare una persona cara in un ospizio. Accanto a me c'era un vecchio che aveva dei lunghi assopimenti. Al termine di uno di questi sonni il vecchio, completamente disorientato, mi ha chiesto: "Scusi, mi sa dire se sono già sveglio?"
Ecco, forse sono fatto male, ma è questo il genere di esperienza che agisce su di me come "la scure per il mare gelato dentro di me".

Augusta Viatici Gio, 27/12/2012 - 02:08

Grazie Daniele. La Sua è una risposta che mi tocca. E mi orienta.
Buonanotte. Au

Anonymous Gio, 27/12/2012 - 11:18

Del film "Il sospetto" che pensate?

Aug Gio, 27/12/2012 - 12:58

Di chi scusi?

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004