Brava Nunzia. Gudium magnum.
Si era partiti, se non ricordo male, con il massimo rispetto per le convenzioni sociali e le divisioni di genere: una femmina, dunque figurine per femmine, quelle con gli animali della giungla in sagome tondeggianti che andavano staccate dal supporto rettangolare sul quale rimaneva una parte consistente del disegno, residuo da buttare via quando il rinoceronte o lo scimpanzé avevano trovato posto lungo il corso d’acqua o tra le felci disegnate sulle pagine dell’album a colori. Quando dal pacchetto comprato in edicola la domenica mattina saltava fuori una doppia (identico rinoceronte, identico scimpanzé) questa andava ad alimentare il mazzo per gli scambi, tenuto stretto con un elastico, venerato come il santo Graal, riposto in un luogo sicuro della cartella o nelle tasche del paltò, sciorinato sotto gli occhi delle compagne di scuola al suono dell’intervallo, quando uno scambio preparato da un’adeguata trattativa poteva fruttare anche sette, dieci nuove acquisizioni in un colpo solo.
Ma poi la cosa deve aver finito col perdere d’interesse: c’era sempre, in ogni classe, la bambina esagerata, quella che suo padre era andato a Roma con l’aereo e al ritorno le aveva portato trenta pacchetti, e lei aveva finito il primo album e stava quasi finendo anche il secondo, ed era grassissima, e per un pezzo di buondimotta ti regalava un mazzo grande così tutto in un botto. Finita l’emozione, finito il gusto. Mica come i maschi, che all’intervallo spostavano tutti i cappotti dall’attaccapanni, tiravano indietro i banchi e si schieravano in fondo all’aula. Mai una volta che si vedesse circolare un album, tanto non serviva esibire la collezione in pubblico, perché loro, i maschi, con le figurine, CI GIOCAVANO. I pacchetti con i calciatori, la carta da lisciare fra le dita e sistemare stretta fra l’indice e il medio, il polso piegato verso il petto e poi via, il lancio. Una batteva sullo zoccolo di legno, poi strisciava all’indietro lungo il pavimento. L’altra planava sul mucchio di quelle che non avevano avuto la forza per arrivare a toccare la parete, e si offrivano vulnerabili come piste d’atterraggio sulle quali posarsi con un tiro di precisione, corto e ben direzionato. Una sembrava incollarsi al muro, a mezza altezza, poi scivolava lentamente verso il basso e si appoggiava al pavimento di taglio, colpo magico, fiato sospeso, poi tremolava, pendolava, s’inclinava a sud ovest e rovinava a faccia in giù, giocatore invisibile, guadagno sfumato, delusione, imprecazioni soffiate fra i denti che non le senta la maestra.
E ci giocavano i maschi, a figurine, seguendo regole misteriose, gorgogliate a mezza voce, nel dialetto dei loro padri, come gli adepti di una confraternita con statuti che si perdono nella notte dei tempi: “Costa”. “Doppiacosta”. “Miabùna”. “Bumuntù”. “Bùtutto”. Altro ordine di misteri, altro livello di emozioni. Bisognava studiare il linguaggio segreto, decifrare le rune e provare i colpi vincenti, a casa, contro il muro del gabinetto, protette da un doppio giro di chiave. Non si andava più in edicola col padre, la domenica mattina: si chiedeva servizievoli di avere i soldi per il giornale da consegnare a domicilio dopo rapida corsa di andata e ritorno, e 50 lire per le figurine, naturalmente, senza star troppo a specificare quali, tanto poi una serie vale l’altra. Permesso ottenuto. Inizia l’avventura: album Panini 1974, cappotti e banchi spostati, riunioni semiclandestine nel cortile di casa, supplementi di partita anche nel pomeriggio. Quella era la vita, con le mani che si congelavano per il freddo (impossibile giocare con i guanti), la vita con i suoi traffici diurni e i suoi rovelli notturni, quando prima di spegnere la luce, nel dormiveglia, dall’ultimo spiraglio di coscienza faceva capolino un dubbio: “Ma perché gli ultimi tre che mi mancano, Oddi, Nanni e Garlaschelli, sono tutti della Lazio?”, e i tre vuoti siderali prodotti dalle tre finestre vuote diventavano un solo grande vuoto di mistero, il riflesso di un’inattingibile assenza, il guscio vuoto di una perduta divinità.
- Materiali
- 16 gennaio 2013
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Naturalmente era " gaudium ".
Un tuffo nel passato con indicibile grazia.
Bellissimo.
Perché erano proprio della Lazio quei tre? Me lo sto ancora chiedendo da decenni. Qualcuno sa rispondere per favore?
Certo che erano della Lazio!
Comunque quelle citate non erano le regole, ma la deroga alle regole che si poteva invocare all'occorrenza, a patto di essere stati i più veloci, cioè più veloci dell'avversario che tentava di dire "Miabùmuntù".
Mi è spiaciuto non trovare la citazione di Buspigulì, che era la mia preferita.
Ringrazio per i bei commenti, e sono particolarmente grata a Zia Furba che mette un po' di ordine nei miei ricordi approssimativi di Vecchia Zia.
Per Federico: la Lazio aveva vinto il campionato l'anno prima e
forse era considerata la favorita, ma chi può dirlo? I misteri sono misteri...
Ma voi diavoli di doppiozero dove trovate delle fotografie così belle?
Brava Nunzia ! Tutto un mondo.
Hai ridestato ricordi ancor più antichi: figurine femminili con gli sberluccichini ("porporina" non rende) di gattini, neonati, cagnolini, cherubini, fiori ... oggetto di collezione, scambio, mercato, dono ma non di gioco - troppo delicate; non si compravano in edicola in bustine ma dal cartolaio in fogli da sei, covate con gli occhi e mostrate "ma senza toccare", solo con lunga buona condotta si otteneva di poterle aggiungere all'acquisto di cannucce e pennini a foglia o a torre, quaderni con le città d'Italia in copertina, pastelli Giotto. Hanno nutrito il convincimento, che tuttora perdura, che l'odore delle cose di cancelleria sia il più buono del mondo.
Grazie per il sorriso indotto.
Anche io ringrazio e ricordo che in casa la pratica di collezionare le figurine era considerata disdicevole perché ' è una dipendenza' , 'dopo continui e ti abitui alle dipendenze' ecc. Il punto è che non c'erano abbastanza soldi . Quando all'uscita da scuola si presentavano dei signori non ben identificati con certi album di figurine e un pacchetto omaggio , io e mio fratello guardavamo scettici ( in realtà desiderosi) e giravamo al largo. Talvolta spillavamo qualche figurina di calciatori ai compagni di scuola mentre giocavano a 'bianco o figura' ( con la dieresi sulla 'u') : siccome tifavamo per l'Olanda, all'epoca dell finale Olanda-Germania ai Mondiali , si tenevano come oro quella di Cruiff ( mio fratello ) quella di Neskhens ( io , bambina segretamente innamorata del calciatore con i capelli lunghi , la portavo incollata sulla maglietta) . Poi ad un certo punto una sorella più grandicella iniziò in segreto un album che non so cosa darei per rivedere, era un album di figurine di formato diverso, più strette ,allungate, con le caricature di personaggi famosi: la figurina introvabile ( l'album restò per sempre monco di questa figurina volutamente resa introvabile, come sempre ) era quella dell'astronatua sulla luna ; quella che mi colpiva ogni volta che la guardavo era quella del conte Ugolino con degli ossicini tenuti nascosti nelle mani in catene dietro la schiena.
Ops, mi sono dilungata. Grazie ancora.
Grazie Nunzia, ma che bella lettura mattutina mi hai fatto fare! Mi fa iniziare la giornata sorridendo.
"La vita con i suoi traffici diurni e i suoi rovelli notturni" è una frase che ha dentro tutto il nostro girovagare interiore.
In cambio (come scambio figurine) ti lascio qui sotto un raccontino in versi ( anche nella versione tradotta dal dialetto modenese) di Alberto Bertoni, che mi ha mandato ieri. Di Alberto mi piace molto l'idea del maiale che sospira nelle sere d'estate. Altri traffici e altri rovelli !!
Brava e grazie per aver messo in moto qualcosa dentro di me!
e.
Kafka
Da grand fà quàll c’a-t pèr
i-m gìven mê pèder e mê nòn
mo menga al prêt o al fnòc
e mè c’a-iéra dispetó∫
cla volta lè a-gh’ò dèe amèint
- a-m piè∫ el dánn
e a-n crádd in gnint
El dánn va bèin
mo a-n crad’r in gnint
a fa gnir un zért magòun
perchè a vrév ogni tànt
turnèr a nàser fiôr,
fil d’érba o ‘nimèl
e tirèr di gran suspìr sèinza pinsèr
el sìri d’istèe
Mo inveci al sò
che Kafka a-gh l’avìva mêgh
cun tótta cla ciavèda ‘d’l’impieghèe
perchè anca mè, stamatèina,
a-m sûn de∫dèe tachèe da bgòun
négher, schizèe, la curàza
scudrèigna al pòst degli èl
Da grande fa’ quello che ti pare, mi dicevano mio padre e mio nonno, ma non il prete o il finocchio: e io che ero dispettoso, quella volta lì gli ho dato retta – mi piacciono le donne e non credo in niente. Le donne va bene, ma non credere in niente dà una certa malinconia, perché qualche volta vorrei rinascere fiore, filo d’erba o maiale – e tirare dei gran sospiri senza pensare, nelle sere d’estate. Invece lo so che Kafka ce l’aveva con me, con tutta quella storia dell’impiegato, perché anche a me, stamattina, è toccato di svegliarmi scarafaggio – nero, schiacciato, la corazza acerba al posto delle ali.
(Kafka, di Alberto Bertoni)
Se fossi su Facebook metterei un "mi piace", così invece articolo un po' di più il giudizio, dicendo che il ricordo ha una efficacissima economia narrativa e in poco spazio evoca un mondo personale che, leggendo, condividiamo e fa zampillare in noi altri ricordi. Poi sulla Lazio del'74 si potrebbe andare avanti a lungo...
Noi, che ne avevamo pacchetti interi, legati da un elastico (madeleine delle Panini)
Nunzia! carissima. che bella idea hai avuto, dopo aver dismesso i panni della paludata critica letteraria (invero su Te mai troppo adatti)
Ma questo articolo mi rivela INFINE la tua vera natura
molto simile alla mia: un burlone per cui la Memoria, la Cultura, la Letteratura rappresentano vasti territori in cui godere.grazie alle scorribande, sempre nuove.
ti abbraccio forte, spero di poterti rivedere presto
Marco
La Lazio del '74 quando i portieri erano vestiti tutti di nero, come l'arbitro. Il portiere era Pulici, che se non fosse stato per Zoff era in nazionale. Poi Re Cecconi, gran corridore, che morì sparato per uno scherzo a un gioielliere, Wilson, elegante come Falcao, un libero meraviglioso un po' fascista, Chinaglia che mandava affanculo gli allenatori, ma era un toro e se si girava era bravo come Riva. D'Amico, un dieci vero, proprio di quelli che finivano la partita senza sudare. Oddi era lo stopper, aveva una faccia buona ma era uno che non scherzava. Garlaschelli un'ala veloce, di quelle che piacciono agli allenatori, puntare l'uomo e andare sul fondo a crossare. Ma tutti eravamo sbalorditi a sentire parlare Maestrelli, il mister, che sembrava un filosofo.
Brava Nunzia, grazie Nunzia, un bel salto nei ricordi. Potrebbe essere interessante elencare tutti i vari nomi dei giochi in giro per l’Italia, io usavo: lonta, muretta, bilico, ticcia e l’immancabile uga/disu. Era bello completare l’album ma il momento più magico era l’apertura del pacchetto (sempre prima tastato) nella speranza di trovare uno scudetto. Quasi un piccolo Natale.
Grazie a tutti, non immaginavo che le figurine potessero suscitare tanti ricordi e suggestioni.
Da un amico poeta ricevo oggi in regalo una poesia che fa parte di una raccolta ancora inedita, di cui per ora conosco solo il bellissimo titolo: "La costellazione delle altalene".
L’Inter
Ma non è rabbia, dolore, malinconia,
è solo che tengo per l’Inter - non un tifoso, no,
piuttosto una specie di filosofo amoroso - uno
per cui la fede - se ha senso - ha un senso
di maglie sudate di bambini che corrono
nel vento e non autografi, non fotografie,
ma spossate nostalgie di domeniche
pomeriggio - di Corso di Mazzola
Suarez Burgnich e Facchetti - e radio
accese in canottiera bianca e via sulla seicento
o ai giardinetti - e già strani gli occhi
di una bambina per mano alla mamma
che sale sulla corriera - la più carina - a marcare
nella distanza una bizzarra e misteriosa
differenza, come di chi - è mai possibile? -
del calcio può fare senza –-ma non io di te
o del senso più luminoso e vero
di maglie sudate di bambini che corrono
nel vento, come verso il mistero –
Giancarlo Sissa






