Questo è davvero un gran pezzo, Andrea, bravo. Concordo in quasi tutto, compreso l'assurdità di aver fatto del poliziottesco un tema da susseguioso convegno universitario.
Sulla Mazzantini dico solo che è capace di vertici di questa fattura: "Ti amavo come si ama un taglio nel vetro". Sono anni che mi chiedo il significato di questa oscura, ma sicuramente profonda, affermazione (che fa il paio con: "ho l'anima sudata").
E' vero, si confonde, scientemente, il monnezzone col capolavoro. E' una strategia evidente di questo mercato, evidente non a tutti, ben inteso, ma a chi nel campo letterario ci sta. Però diciamocelo, in modalità minore, con meno conseguenze immediate, con meno clamore, è capitato, spesso, di aver confuso un capolavoro (o quanto meno un libro di solida fattura letteraria) con un monnezzone, così, per partito preso, per speculare pregiudizio. E quel libro magari il tempo galantuomo che lo rimette a posto non lo incrocerà mai.
Oppure: assistere all'esaltazione autoreferenziale di alcuna critica che fa di un autore il proprio orto da coltivare, l'altare da adorare, il grimaldello da usare per scassinare l'accademia. Sono mali minori, ben inteso, che non hanno ricadute alcune contro il moloch mercato (anche se, in fondo, molti di questi autori "Non-letti-ma-ammirati-da-chi-conta-nell'ambiente", poi giungono alle major e pubblicano con continuità).
Dunque?
Io lo dico da anni... C'è chi propugna "meno Stato" in una nazione infetta della mafie. Per come la vedo io, invece, ci vuole "più Stato", più sentimento del bene comune. Similmente: altro che morte della critica! Ci vuole più critica. Più critica militante, più posizioni nette, più discussioni a viso aperto. Decidendo però che - anche se si sta magari in posizioni differenti rispetto alcuni autori, generi, idee letterarie - si condivide assieme, solidali, un livello di "legalità" e di rispetto reciproco. La critica ha il dovere di discernere. Non credo nella contrapposizione frontale fra autore e critico, se si è consapevoli di appartenere allo stesso “campo”. Bisognerebbe sapersi riconoscere, evitando i settarismi da sinistra italiana (che è sempre più a sinistra, sempre più pura e sempre più incattivita verso chi gli sta affianco, piuttosto verso chi dovrebbe stare in campo avverso).
Non oso rileggermi, ho scritto davvero di getto.
L’articolo di Repubblica dello scorso 21 agosto era un perfetto tappabuchi di stagione, un petit rien da ombrellone. Il titolo suonava Rivoluzione a Miss Italia: nel nuovo decalogo per aspiranti reginette è raccomandata, si leggeva, la lettura di “almeno tre libri l’anno”. Fra i titoli consigliati Madame Bovary, Orgoglio e pregiudizio e Acciaio di Silvia Avallone. Facendo assurgere a classico con stupefacente rapidità – a un anno e mezzo dalla pubblicazione – l’ennesimo monnezzone scala-classifiche fabbricato da quell’industria del cinismo in cui da tempo s’è trasformata l’editoria italiana.
Canonizzazione a tappe forzate che aveva previsto altresì, nel furor promozionale della volata (persa per un soffio) allo Strega 2010, l’oltranza di un editoriale avallonesco imposto alla prima pagina del quotidiano di scuderia, il Corriere della Sera (un temino di poche righe d’impostazione debitamente reazionaria, pour épater col pasolinismo degli stenterelli che tanto si porta in questi casi). Questa primavera è seguita la proposta d’un raccontino della medesima scala-tutto, sempre ai malcapitati lettori dell’house organ RCS, come secondo numero degli allegati “Inediti d’autore”. Giova qui scorrere il canone dei sinora trentatrè “autori” italiani contemporanei canonizzati dal Corriere: dopo l’apertura d’obbligo riservata a un sempre più mediatico Roberto Saviano sfila appunto Avallone seguita, fra gli altri, da Carlo Lucarelli, Fabio Volo, Silvio Muccino e, poteva mancare?, Federico Moccia.
A fronte di tali episodi la reazione-standard suona più o meno così: non c’è nulla da strepitare, gli pseudo-libri da classifica ci sono sempre stati e gli editori li hanno sempre promossi; nessuno confonde i monnezzoni coi testi letterari; è proprio grazie al successo dei primi che gli editori possono permettersi i secondi; non contano i tempi della cronaca ma quelli della storia; è appunto la resistenza nel tempo a far sì che oggi leggiamo Italo Svevo e non Virgilio Brocchi. Perché il Tempo – insomma – è Galantuomo.
Considerazioni di buon senso, che come sempre contengono una parte di verità. È vero: nella modernità le cose sono andate più o meno così. Ma da un pezzo ormai non vanno più solo così, e non ci sono fondati motivi di ritenere che in futuro andranno ancora così. Primo argomento: il successo degli scala-classifiche consentirebbe un margine per la sperimentazione (di nuovi format, nuovi autori, nuovi temi e nuovi stili) e spazio per testi a forte coefficiente letterario. La formula di una volta: la commedia all’italiana che finanzia il cinema d’autore. Bene, sono anni ormai che non funziona più così. Lo ha spiegato benissimo André Schiffrin nel primo dei suoi pamphlets, Editoria senza editori (che risale ormai a dodici anni fa): i margini di profitto, in precedenza considerati sull’insieme della produzione, vengono ora pretesi – in scala sempre crescente – su ogni singolo prodotto. Sino a quella che Schiffrin chiama “censura del mercato”. Cassandre, si dirà; apocalittici apodittici. Intanto nel 2006, scomparso Alfredo Salsano, malgrado il successo d’opinione di Editoria senza editori il secondo saggio di Schiffrin, Il controllo della parola, è stato pubblicato sempre da Bollati Boringhieri ma con una prefazione-distinguo, al limite dell’auto-stroncatura, affidata a Stefano Salis. Infine, nello stesso 2010 in cui Bollati Boringhieri viene assorbita dall’impero editoriale GEMS, il terzo capitolo della requisitoria di Schiffrin, Il denaro e le parole – com’è come non è – non esce nella collana dei predecessori bensì per l’ottima, piccola Voland. Censura del mercato? Ci mancherebbe.
Secondo: nessuno, in editoria, confonderebbe monnezzoni e testi letterari. Proprio sicuri? Non fa specie incontrare nella stessa collana, la “SIS” Mondadori, Autopsia dell’ossessione di Walter Siti insieme al Conto delle minne di Giuseppina Torregrossa e a Fìmmini di Pietrangelo Buttafuoco? Si risponderà che proprio la narrativa Mondadori è presidiata da uno degli ultimi rappresentanti della gloriosa genia degli editori-letterati, l’erede insomma di Vittorini, Sereni e Calvino. Verissimo: Antonio Franchini, oltre che l’intelligente manager che tutti riconoscono, è anche uno dei più apprezzati scrittori del nostro tempo. Uno scrittore talmente intelligente che i suoi libri nemmeno si sogna di proporli a se stesso come manager. Ché in quanto tale – lo sa bene – sarebbe tenuto a bocciarli. Riguardo alla confusione di piani entro il medesimo comparto commerciale (cioè nell’istituto della collana, orientamento un tempo essenziale) proprio Franchini mi ha risposto – intervistato nel documentario Senza scrittori, prodotto da RaiCinema e l’anno scorso realizzato insieme a Luca Archibugi – che tale confusione deriva dal rimescolamento dell’idea di “letterarietà”, che oggi ciascuno “tira dalla sua parte”. E, alla domanda se questo sia per lui un bene, sorride dicendo che tutto ciò “è molto divertente”.
Detto, fatto. Quest’estate in un’altra collana da edicola – “I capolavori dello Strega” del Sole 24 ore – proprio Franchini ha accompagnato con una propria introduzione uno dei suoi maggiori successi come editor, Non ti muovere di Margaret Mazzantini (appunto Strega nel 2002). Descrivendo una scrittura “densa, corposa, spesso ruvida per aderire alle cose in modo più stretto; è una lingua piena di scarti, di soluzioni non canoniche”. Il che fa sì che venga “recepita come una forza in qualche modo esogena, estranea al sistema letterario ufficiale”. Insomma, proprio perché scrive in modo così irredimibilmente atroce Mazzantini rivoluziona la narrativa italiana: per questo la casta dei letterati, tradizionalisti e parrucconi, la snobba o la esecra. (Segno fra l’altro che, con sublime ironia, Franchini para-critico si appropria delle retoriche nuoviste-brutaliste cui in questi anni ci ha resi avvezzi uno dei migliori autori cooptati dal Franchini manager, Antonio Moresco.)
È vero quanto sostiene Franchini. La “letterarietà” ognuno oggi la tira dalla sua parte; ma non patrocinando una poetica o l’altra, un progetto di società alternativo all’altro: bensì per coonestare le classifiche di vendita. Facendo cioè coincidere negli stessi testi, una buona volta, valore letterario – relativisticamente sostenuto indecidibile – e – considerato invece oggettivamente misurabile – valore merceologico.Con un’agudeza ha voluto sintetizzare tale situazione il manifesto sull’editoria del movimento TQ: viviamo “in un tempo in cui gli editori non scelgono più i bei libri sperando che vendano, ma i libri che vendono sperando che siano belli”. Correggerei: non si “spera” che quei libri siano “belli”; oggi, autoritariamente, lo si decide.
Sento già rispondere: ma esiste la critica, a contrappeso di queste prepotenze da trivio mediatico. La critica? Volete dire quella cosa che si faceva sulle pagine culturali dei giornali? Proprio sull’ultimo exploit di Mazzantini, Nessuno si salva da solo, è toccato leggere su la Repubblica, lo scorso 3 marzo, un articolo – si immagina divertitissimo – dell’illustre Nadia Fusini (in veste di narratrice, è il caso di ricordare, a sua volta cooptata nella SIS): che ha fatto ricorso all’ibridazione dei generi storicamente connaturata alla forma-romanzo (e sì che pochi narratori si attengono a un format più tradizionale di Mazzantini): “basta, basta con la purezza delle forme”, grida (sorridendo, si spera) Fusini: “La forma si sposerà alla disarmonia, si sporcherà con la realtà più umile”. Dopo Mazzantini-Moresco, insomma, siamo direttamente a Mazzantini-Gadda.
Ma no, sento che protestate, non parlavamo di questa critica. Quella a cui ci affidiamo è la Critica dei tempi lunghi e degli spazi congrui; confidiamo nei Grandi Saggi le cui Illuminanti Risultanze, anche per questo nostro tempo sventurato, formeranno quel Canone che per il passato è nelle Grandi Antologie, nelle Grandi Storie Letterarie, dunque negli Illuminati Programmi Scolastici e Universitari. Di queste storture sarà il Tempo, appunto, a far giustizia. La saggistica. S’intende quella che oggi i Grandi Editori fanno a gara per pubblicare, vero? (Per lo strangolamento in corso anche di questa dissidenza rinvio a quanto scrive Fausto Curi – ma un quadro desolante era già quello del Mario Lavagetto di Eutanasia della critica, ormai sei anni fa.) Comunque è vero, il tempo – seguendo strade un po’ meno rettilinee di quelle che piace immaginare – ha selezionato Svevo e Tozzi e ha cancellato Brocchi. (In attesa, beninteso, che qualche genio del marketing ne proponga il repêchage con un bel “Meridiano”; in questa gloriosa collana del resto, oltre ad Alberto Bevilacqua ci sono già stati ammanniti tre Mario Soldati e due Piero Chiara.)
Non va ovviamente dimenticato il ruolo-chiave della Scuola. Ma è messa oggi, la Scuola, nelle condizioni di fare le sue scelte nel mare delle Scritture a perdere – come le ha definite Giulio Ferroni – che si arrogano tutto lo spazio mediatico a disposizione? L’articolo che più ha sollecitato questo mio l’ho letto ancora una volta su Repubblica. Lo ha pubblicato il 17 giugno scorso Gian Arturo Ferrari, dal 1997 al 2009 onnipotente direttore della Divisione Libri del Gruppo Mondadori poi premiato – buonuscita ben rispondente all’intreccio di affari pubblici e privati notoriamente caro alla proprietà di quel Gruppo – con la carica di Presidente del Centro per il Libro e la Promozione della Lettura istituito dal Consiglio dei Ministri. A celebrare il decennale del maggior successo del grande cocco nazional-popolare, quello dal cui ultimo effato ha annunciato di voler trarre un film nientemeno che Bernardo Bertolucci, insomma di Niccolò Ammaniti. E il libro è Io non ho paura, uscito appunto nel 2001 e a sua volta portato sullo schermo da Gabriele Salvatores. Un libro, esulta Ferrari, “che in questi dieci anni non solo ha toccato picchi di vendita, per conto proprio e in compagnia del film che ne è stato tratto, ma, cosa persino più importante, ha messo radici e si è impiantato nel vero terreno del classico, cioè nella scuola”.
Classico– ecco la parola magica. Quella che la concezione parruccona dei moderni voleva legata alla persistenza di un testo che superasse la cronaca e si confrontasse con la Storia. Ma se viviamo nell’età dell’accelerazione globale non può stupire più di tanto che venga proposto quello che Luca Archibugi, in un salace commento uscito sul Fatto quotidiano il 13 luglio, ha definito “instant classic”. Naturalmente anche Ferrari ha ragione: proprio come Franchini. Da tempo la Scuola, sconcertata dalla letterarietà “elastica” ereditata dalla deregulation postmodernista e terrorizzata dall’apparire non abbastanza up-to-date, mette da parte l’illeggibile Gadda e, davvero, propina Ammaniti. (Né fa qualcosa di diverso l’Università demagogica che, nanificati i propri programmi dal Tre più Due, organizza sussiegosi convegni sulla narrativa noir o sul cinema poliziottesco.) Conclude Ferrari: “La paura non c’entra con la fiaba… è la componente costitutiva della tragedia”; quella di Ammaniti è “una fiaba tragica, dunque, una tragedia fiabesca”.
Non so se è una tragedia quella che ho raccontato. Ma sono convinto che sia una favola la credenza secondo cui il Tempo – senza che ci poniamo mano noi, qui e ora – sia destinato a comportarsi bene, in avvenire, seguendo il lume della Provvidenza (quella stessa cui gli ideologi neoliberisti, non a caso, sfrontatamente paragonano il loro dio-Mercato). Più probabile che si comporti, piuttosto, come certi Galantuomini (e Gentildonne) qui passati in rassegna.
Questo articolo è stato pubblicato nel focus sull’editoria del numero Cinque di alfalibri, a cura di Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone.
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- 2 novembre 2011
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E sono solo alla seconda riga. Lascio perdere.
@ Gianni Biondillo
Certo, sono d'accordo. È giunto il tempo di una nuova "verifica dei poteri": dove le malefatte del mercato, anzi del mercatismo (che è cosa ben diversa) vengano considerate insieme alle malefatte della pseudo-critica, della pseudo-accademia, degli pseudo-premi ecc. ecc. E soprattutto queste discussioni – che "nell'ambiente" si ascoltano da tento tempo, sino alla noia e allo sfinimento – vanno portate alla luce del sole, in sede pubblica e, dunque, politica. Perché sono tanti i segnali denotanti il fatto che tanti lettori hanno smesso di fidarsi di quel che passa il convento e, proprio perché il convento si presenta così sfacciato e svergognato, stanno sviluppando una domanda di criticità, forse, senza precedenti. Tanti lettori che, sia detto per inciso, forse comporrebbero una "quota di mercato" non indifferente. Ma a questa domanda i canali indipendenti – non all'apparato militare-industriale mercatista, cioè, come sono ormai invece, nella stragrande maggioranza, quelli dell'informazione culturale mainstream – sinora hanno risposto poco. Molto ha fatto (nella nostra lingua) Nazione indiana, molto stanno facendo ora doppiozero, qui, e poi Punto critico, Absolut Poetry, Le parole e le cose e altre notevoli realtà sull Rete. Ma è ancora poco, pochissimo. Per esempio io non mi capacito del motivo per cui un'iniziativa che ha ormai due anni di vita come le Classifiche di qualità Stephen Dedalus-Pordenonelegge (che, con tutti i loro difetti e la fatica di portarle avanti senza le risorse adeguate, pure garantiscono con continuità segnalazioni alternative a quelle, mediaticamente monocratiche, delle classifiche di vendita; e che hanno dato vita a una formula di premio che prevede tre differenti "gradi di giudizio" e nell'ultima edizione ha visto premiati autori come Franco Arminio, Milo de Angelis e Massimo Rizzante), non sia ripresa da un maggior numero di siti oppure, dove presente, raccolga solo commenti di sospetto, se non proprio di vituperi e insulti. Continuiamo così, facciamoci del male.
mancava un <>:
dove ora si legge «canali indipendenti – non all'apparato militare-industriale mercatista, cioè» si intendeva: «canali indipendenti – non embeddedall'apparato militare-industriale mercatista, cioè»
L'ansia di vendita è direttamente legata all'ansia di attualità. Una masticazione immediata per cogliere l'immediato, questo dice la retorica e questo torna utile al mercato.
Peccato che poi l'attualità non esista o meglio esiste quanto esistono le novità librarie che spesso mascherano prodotti vecchi e obsoleti, prodotti scaduti. Prodotti per l'appunto.
La lettura non può concilliarsi con l'ammasso, la perdita di ogni ordine legale, sociale ha ridotto il tempo ad una massa informe da schiacciare nell'immediato. E non sono sicuro che sia per fare più soldi, certamente anche sì, ma il risultato è che i soldi non si fanno più.
Prima di leggerli oggi i libri è necessario rivederli. La furbizia si annida già nelle copertine. Come se anche in un minimo oggetto come un libro, in Italia, si riuscisse a intravvedere quello slittamento che trasforma il furbo in intelligente.
“ Continuiamo così, facciamoci del male. “, scrive Andrea Cortellessa. Che, da come cita, si capisce che è un galantuomo. [*] E anche uno che, giustamente, vuole continuare.
[*] “ Giovedì 17 maggio 2001 - Sui giornali si torna a parlare di Moretti, e i giornalisti continuano a citare le sue frasi più famose. Soprattutto quella che dice: « Continuiamo così, facciamoci del male ». Ma, per lo più, la citano male, dicendo: « Continuiamo a farci del male » oppure « Facciamoci del male » oppure « Continuiamo a farci male » oppure « Facciamoci male »... Così accade che, mentre Moretti continua a farsi del male, i giornalisti continuano a fare del male a me, che ho il torto di leggerli. Comunque, in un modo o nell’altro, continuano tutti. « E tu? » Io? ... io continuo a non continuare « Cioè a smettere? » Praticamente sì. “.
@ andrea c.
Non ho capito. Non continui così, la prego.
Una nota un po' eccentrica rispetto al tema dell'articolo, ma in fondo si parte da lì. L'articolo tappabuchi di Repubblica dello scorso 21 agosto non mi è sfuggito. E mi ha colpito, sì, per la presenza ingiustificata di Avallone tra Flaubert e Austen. Ma mi ha soprattutto atterrita per l'evidente unico criterio plausibile che emerge dalla magra selezione: quello di "letteratura femminile", che ovviamente deve confacersi a una Miss. Una "letteratura femminile" che accomuna indistintamente libri scritti da donne o che parlano di donne - letteratura da e per femmine, a cui certo non si può consigliare di leggere "La condizione umana". Forse questa tendenza a compartimentare i libri in letteratura di genere, sulla base di ipotetici target di consumo, è un'altro dei mali che affligge l'editoria italiana e di conseguenza la cultura, concausa della corsa ai best-sellers così ben illustrata da Cortellessa.
“ 21 febbraio 1994 - « Belluno, 2 giugno 1960 - Nel tratto ferroviario Padova-Belluno ho letto il Diario d’Edimburgo e d’America di Gianandrea Gavazzeni, anticipo del Diario 1950-1960 di prossima pubblicazione. Non è un diario ma piuttosto un laudario, un repertorio di citazioni atto a convalidare l’appartenenza dell’autore agli eletti sinedri della cultura ammessa e accettata dal protogiornale. Tuttavia di tanto in tanto l’avverto in guerra con me, per la Callas, per Mascagni e Giordano, per la musica dodecafonica, per l’arte impegnata, ecc. E allora, senza nomi, cerca di rifarsi, condannando e deprecando, della consuetudinaria apologia di un’intellighentsia, italiana ed europea, esclusiva e propulsiva, di cui lui, con Bacchelli, Montale, Mila e altre non meno degne persone, fa parte. Comunque, caro Gianandrea, la guerra dei diaristi continua, e io ti cito ancora; non citerà bene chi non citerà per ultimo! » (Beniamino Dal Fabbro, Musica e verità. Diario 1939-1964) “. [*]
[*] (Non continua)
cara roberta l,
lei è agghiacciante. si parlava di 3 libri da dare in lettura alle ragazze di un concorso di bellezza: tutte le tesi, le sottotesi, i complotti contro l'intelligenza delle femmine che non possono leggere "la condizione umana" e tutto il resto ce li ha visti solo la sua mente - non si offenda - fortemente, ma fortemente paranoica. insomma, ci si lamente che in italia non si legge, che c'è la civiltà dell'immagine vuota e del corpo schiavo femminile, e appena qualche buon intenzionato propone - senza secondi fini che solo lei e cortellessa vedete - a questi gusci femminili di leggere qualcosa (tra cui 2 classici, cazzo!), lo si assale perché ha consigliato "libri scritti da donne o che parlano di donne - letteratura da e per femmine" e perché ci ha ficcato la avallone: ma dio santo, non è un'esame di critica letteraria: è un concorso di bellezza, e qualcuno potrebbe aver proposto la avallone "solo" perché è piaciuta, senza stare a pensare che sia o meno classica o se sarà o meno salvata dal tempo. si parla di ragazze, di un concorso di bellezza (!), che devono leggere 3 libri (finalmente!): è in grado di assimilare il semplice, semplicissimo, significato dell'iniziativa? solo quello? la rovina e il fallimento di un progetto culturale, in un paese come il nostro oggi, non è dato dal mercato o dal concorso di bellezza, ma da persone come lei, signora roberta l, che dall'alto di una presunta superiorità appunto "culturale", non hanno la minima elasticità per poter capire la differenza dei contesti, e soprattutto non ha l'umiltà di poter capire sono approcci snobistici del genere che portano e hanno portato l'italiano "medio" ad allontanarsi dalla lettura, sin dalla scuola. in altri tempi, si parlava di vecchi tromboni.
così come non se ne può più di sentire la favola assiomatico-dogmatica che in italia non si legge e che non ci sono lettori. ma basta, non è vero. credo che sia il più grosso luogo comune oggi vigente nel nostro paese, il pensiero unico perfetto e inscalfibile: altro che religione. ho la stessa reazione quando leggo "madido di sudore" in qualche romanzo.
Certo che non si sa più cosa fare ( e dire) per dare una sferzata al dibattito, vero? C'è di che essere, come dire....'madidi di sudore'. Nonché tristi, abbastanza, in generale.






