Eugenetica e misurazione

Cosa si nasconde dietro le linee guida per la valutazione scientifica?

Richard Herrnstein (1930-1994), psicologo comportamentista, scrisse nel 1971 su The Atlantic, un articolo dall’emblematico titolo I.Q. (quoziente intellettivo). Herrnstein è famoso anche per aver scritto, insieme al politologo Murray, il libro The Bell Curve, uscito nel 1994.

La tesi di Herrnstein è oltremodo semplice: l’intelligenza è una cosa naturale, sta nella testa delle persone e favorisce una sorta di distinzione sociale per natura. Ci può essere il caso dell’intellettuale bohemien, però, dal punto di vista statistico, nella società aperta, in cui le persone acquisiscono le posizioni sociali in base al merito - e gli USA sono, secondo l’autore, il massimo rappresentante di quel tipo di società - le posizioni della classe dirigente sono acquisite dalle persone più intelligenti.

 

La storia dell’I.Q scritta da Herrnstein è la storia della difesa di un’intelligenza universale, determinata scientificamente da un unico fattore, dettofattore g, presente, in misura maggiore o minore, in ognuno, che varia geneticamente.

Herrnstein si propone come storico di quellacosa reale che è l’intelligenza, vista da Spearman, Jensen e alcuni moderni psicometristi attraverso un procedimento algebrico che si chiama analisi fattoriale. In “I.Q.”, Herrnstein confuta, con argomenti comprensibili al pubblico dei conservatori - i numeri - ogni ipotesi che vorrebbe far interagire la povertà, la differenza culturale, l’emarginazione con l’intelligenza, così come ogni ipotesi di molteplicità del fenomeno intelligenza. Herrnstein parte da una premessa per lui indiscutibile: gli Stati Uniti sono una società meritocratica in cui lo status ascritto è stato totalmente superato dallo status acquisito.

 

Stephen J. Gould (1941-2002), nel 1981 scrisse The Mismeasure of Man: l’errata misurazione dell’uomo. Il testo venne poi riedito nel 1996 con una serie d’integrazioni che confutano le teorie presenti in The Bell Curve sul piano matematico. Il principale argomento metodologico di Gould è che, l’analisi che indica la presenza di un fattore G è una procedura statistica detta analisi fattoriale. Un procedimento matematico elegante che deriva dal calcolo delle matrici, a sua volta legato alla teoria dei numeri immaginari.

 

Finché queste ricerche coinvolgono la matematica, sono formalmente affascinanti. Quando vengono usate per inferire qualcosa che riguarda il mondo esterno alla matematica possono essere fuorvianti. Gould critica profondamente l’idea occidentale di misurare la natura pensando che un modello matematico possa dire qualcosa sul mondo psicologico e delle relazioni umane. In queste procedure vede facili tentazioni di tenere sotto controllo il mondo, dominarlo e sottometterlo. Sostiene che da un procedimento matematico possono emergere solo elementi di carattere algebrico e non cose naturali. Così vale anche per l’intelligenza.

 

Gould fu paleoantropologo, ridiscusse, ampliò e rinnovò il pensiero di Darwin alla luce delle idee di Gregory Bateson e del dibattito intorno alla biologia evoluzionista. La sua opera The Mismeasure of Man fu liquidata da un pessimo saggio intitolato Considerazioni sull’intelligenza apparso su Le scienze nel 1999.

Dell’opera di Gould, come di altre ricerche critiche riguardanti la misurazione dell’intelligenza, si è detto che sono sociopolitiche. Invero The Bell Curve fu scritta da Herrnstein in compagnia di Murray, che era un politologo di destra. Se ne desume che, secondo gli scientisti, la scienza di destra è neutrale, quella di sinistra no. Difesa della misurazione, metodo scientifico di destra. La misurazione, il calcolo statistico, presso un certo numero di psicologi accademici, sono ritenute le uniche forme scientifiche accreditata. L’aspetto sociopolitico viene nascosto dietro l’apparente neutralità del metodo quantitativo.

 

La storia moderna dell’intelligenza si accompagna in modo inquietante con la storia delle classificazioni razziali, con la storia delle idee etnocentriche e razziste, dei provvedimenti di discriminazione sociale e razziale nel mondo occidentale e contemporaneamente con l’uso dei metodi quantitativi di misurazione degli uomini.

 

Nel poderoso volume di A.L.Kroeber Antropologia, apparso in una nuova edizione nel 1948, al capitolo “Problemi posti dalle differenze tra le razze”, si racconta la storia dei test I.Q. come strumento per misurare l’intelligenza d’intere popolazioni, sia per valutare ciò che è già implicito - cioè che la razza bianca, in particolare nelle sua versione germanico-anglosassone e protestante, sarebbe superiore alle altre - sia al fine di decidere la vita di migliaia di bambini, donne e uomini in termini di:

- incarichi da attribuire nell’esercito;

- assunzioni sul lavoro;

- tipo di mansioni da svolgere in azienda;

- assegnazione del permesso di immigrare;

- assegnazione del tipo di scuola da frequentare;

- eventuale procedura di sterilizzazione al fine di non avere figli.

 

Emerge una circolarità assai bizzarra: gli strumenti che, per Herrnstein, dimostrerebbero che in una società aperta lo status si acquisisce in base al merito sono stati usati per anni come mezzi dominanti per definire le posizioni sociali degli individui. Sono cioè stati esattamente i mezzi principali di ascrizione di uno status militare, lavorativo, di cittadinanza, scolastico e persino genitoriale.

 

Dal 1917 in poi negli USA biologi e psicologi cognitivisti sono andati a braccetto per dimostrare come le razze inferiori fossero meno intelligenti delle razze superiori. Ci si trovavano coinvolti, in questa sicumera, membri dell’MIT e di Harvard. Insomma tutta quella bella compagnia di signori che lottano darwinianamente per il Premio Nobel. Questo andò avanti fino agli anni Settanta, se pensiamo che in Virginia la legge che impone la sterilizzazione delle persone con diagnosi di ritardo mentale verrà abolita nel 1973 e in Svezia (dove ci si reca a ritirare il Nobel) nel 1976.

Si dice a volte: i ricercatori che lavoravano per l’eugenetica erano inconsapevoli dei danni che producevano. Ma oggi questo non accade più, oggi i ricercatori sono consapevoli! O no?



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Commenti: 2

Andrea Coltro Mar, 15/05/2012 - 14:25

Qualsiasi strumento matematico che voglia "misurare" una persona, è uno strumento discriminante, poichè parte da un assunto di base comune per tutti e immodificabile che non tiene conto dei vari fattori che possono influenzare la vita e, quindi, la visione della realtà della persona stessa.
Non ci sarà mai nessuna ingegneria che potrà dirci che una determinata persona è fatta in quel modo, pensa in quella maniera, ha quel preciso temperamento, eccetera. Solo la comprensione tra individui, la comprensione delle reciproche "buone ragioni", ci potrà permettere di "sentire" il mondo di un certo individuo.

www.pasqualemis... Gio, 17/05/2012 - 06:36

Grazie. Un post chiaro e tondo, documentato e appassionato. Lo condivido. Questi metodi di misurazione dell'uomo sono errati e riduttivi. Ma. Penso che misurare giustamente e in tutta la loro complessità le parole, gli atti, le opere dell'uomo sia un obiettivo intellettuale e morale da porsi. Dunque il problema non è se sia bene misurare l'uomo, bensì come misurare bene l'uomo.

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004