La controriforma psichiatrica

In Italia stanno per approvare una controriforma che cancella la legge Basaglia, cioè il rispetto della dignità e della cittadinanza dei folli. I proponenti sono militanti del PdL, però a sinistra molti sottovalutano l’attività, sostenendo che la legislatura potrebbe cadere prima. Cattiva abitudine della politica: sottovalutare l’impatto culturale di un’iniziativa.

La controriforma promuove l’idea che riaprire i manicomi, seppure nella forma di piccole cliniche private, sia un gesto di cura e non una violazione dell’habeas corpus.

 

Anche a sinistra la questione psichiatrica non è ben definita, i regimi a socialismo reale usavano i manicomi per togliere la libertà ai dissidenti, anche oggi, basti pensare al trattamento sanitario degli omosessuali a Cuba.

Trattamento sanitario, operazione sanitaria, termini usati persino per giustificare lo sterminio. Non era così che Eichmann definiva Auschwitz durante il processo a Gerusalemme? Ancora si pensa che il manicomio (grande o piccolo che possa essere) non sia universo concentrazionario, ma luogo di cura?

 

La controriforma Ciccioli. Non importa che ci siano poche probabilità di approvarla entro fine legislatura, si tratta di una cultura autoritaria che si manifesta, si esprime, sposta l’asse della giustizia verso l’ingiustizia, della cultura verso la tecnologia cieca. Pratiche che si nascondono dietro processi di razionalizzazione tecnologica. A parole tutti la condannano, in pratica si pratica con la giustificazione che funziona.

 

Vediamo in televisione documentari su Freeman, che praticava la lobotomia a domicilio, con risultati eclatanti: figli ribelli, mogli insofferenti, persone rivoltose, eccentriche venivano definitivamente sedate. Poi si racconta la vicenda della lobotomia a Rosemary Kennedy e si dice che per ragioni etiche fu vietata. In qualcuna delle nostre case di adoratori della tecnologia, ci potrebbe essere un bambino che non capisce: babbo, perché l’hanno abolita se funzionava, babbo, che significa ragioni etiche?

 

Chi lo sa? Ciò che sappiamo è che ci sono già cliniche private altolocate per famiglie altolocate che nascondono i figli tossici altolocati imbottendoli di vecchi neurolettici, o cliniche convenzionate, che fanno affari d’oro e ne farebbero ancor più con la controriforma. Non più delirio scientifico come un tempo, piuttosto meccanismo economico. Per questo la controriforma reintroduce l’idea che i malnati (si badi bene non i malati, i mal-nati) possano essere coerciti, costretti, ricoverati per periodi lunghi, contro la loro volontà, trattati farmacologicamente senza il consenso informato, come avessero commesso un reato. Anzi peggio, perché neppure un carcerato può essere costretto a intervento sanitario senza il consenso.

 

Si dirà: “È incostituzionale”. Vero, per questo la legge Basaglia - introdotta per applicare la costituzione - fu studiata e adottata in molti paesi democratici; per ribadire che un disordine mentale non può giustificare la reclusione, che la reclusione si legittima solo in presenza di reato.

 

Il reato, pratica diffusa tra i normodotati molto più che tra i folli. E tra i normali, in Italia, molto più tra i legislatori – stando ai dati dei giornali. Se la decisione di trattenere un folle è giustificata partire dal principio di pericolosità potenziale. Perché allora non fare una legge che introduca una carcerazione preventiva per i parlamentari potenzialmente pericolosi, come vorrebbe forse Grillo?

 

La risposta è semplice, perché non bisogna essere forcaioli, bisogna sempre avere fiducia che non ci saranno politici corrotti. Ma se diamo fiducia ai politici, coi dati che abbiamo sul tasso di corruzione, perché non dare fiducia ai folli e non aprire ancor di più la legge Basaglia? Per esempio, perché non si danno precise indicazioni sul trattamento sanitario obbligatorio, che dovrebbe scattare solo in condizioni del tutto eccezionali, dopo che l’unità psichiatrica si reca sul posto e osserva (spesso quando arriva l’ambulanza la situazione è sedata) e solo quando gli operatori non riescono a portare la pace sul posto? Riducendo questi trattamenti a meno del 10% degli attuali? Il nuovo romanzo di Magda Guia Cervesato, dal titolo lapidario: TSO (Sensibili alle foglie, 2012) ci invita a pensare al ricovero coatto dal punto di vista di chi lo attraversa, su cosa può accadere a una donna che riceve un TSO oggi.

 

Si dirà, ci sono tanti pazienti psichiatrici che sono contenti dei trattamenti, anche degli elettroshock. Vero. La psicologia sociale ha studiato a lungo e con competenza il fenomeno dall’obbedienza all’autorità e del fascino che subisce un persona sequestrata nei confronti del sequestratore, perché allora non liberalizzare il sequestro di persona?

 

In molte parti d’Italia la Centottanta non è stata mai applicata, si è sempre disastrosamente fatto, illegalmente, ciò che verrebbe legalizzato ora, non mi pare che dove già si svolgono queste operazioni ci siano centri di eccellenza psichiatrica. Questa legge è una sorta di condono edilizio mentale. È paradossale: dopo l’encomiabile proposta di chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari avanzata da Ignazio Marino, viene proposto l’opposto per gli ospedali psichiatrici non giudiziari. Viviamo in un paese pronto a una diagnosi di dissociazione.

 

 

Come mai i servizi di diagnosi e cura psichiatrici sono, in molte regioni, affollati, mentre in altre zone sono quasi vuoti? Come mai non si istituisce una commissione d’inchiesta per capire la differenza numerica tra i ricoveri coatti a Milano e a Trieste? Perché non si prende atto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la legge 180 come eccellenza psichiatrica? Com’è che non si considera che gran parte delle ricerche non finanziate da enti di parte mostrano che il primo fattore di miglioramento delle psicosi è costituito dai social network (le reti sociali che in Italia stanno scomparendo per via dei tagli economici degli ultimi vent’anni)?

 

La nuova proposta legalizza l’illegale che già c’è. Costringe le persone al ricovero contro la loro volontà. È illegale, ma se la legge dà al medico il potere di costringere, allora diventa legale. Viene in mente il Creonte di Antigone. Il tiranno può legalizzare l’oscenità, non sarebbe questa la prima volta. Ma come non avere il coraggio di reagire come Antigone? Saremo capaci di agire come Antigone? E tu hai osato sovvertire queste leggi? Il mio Dio non le impose. Né la Giustizia ha stabilito queste leggi per le persone.



Tags dell'articolo:



Articoli correlati

Museo Laboratorio della Mente
Stefania Zuliani

Disastri psichici e sottomissione
Pietro Barbetta

Napolitano e lo stallo repubblicano... Pietro Barbetta

The End. Berlusconi & Cattelan
Marco Belpoliti

Generazione 5 stelle
Marco Belpoliti

Futuro anteriore
Elio Grazioli

Lamezia Terme, 3 marzo 2011
Marco Martinelli

L’Esperimento richiede di continuare... Pietro Barbetta

Melodie nostalgiche
Pietro Barbetta

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.

comments powered by Disqus
Commenti: 90

Anonymous Lun, 02/07/2012 - 18:24

Caro Pietro Barbetta,
mia madre, il cui primo primo ricovero di cui ho trovato traccia fu nel 1970, anni fa sotto l'effetto di una crisi con allucinazioni uditive (questo perché non si voleva curare e viveva da sola) tentò il suicidio con il gas. Fu grazie al caso che non scoppiò insieme a mia madre una buona parte del palazzo in cui sorge il condominio in cui abita.
Io non so se la legge Basaglia sia una buona legge e quindi completa o se sia stata applicata solo in parte ma così come (da tempo) a Roma, parlo di Roma e non di uno sperduto paesino della provincia del sud o del nord, stanno le cose non va. Gli addetti ai lavori (psichiatri del DSM o CSM che dir si voglia) sono spesso latitanti, le strutture si disinteressano e dietro la motivazione del rispetto della persona e della privacy ci sono quasi sempre ipocriti alibi per non occuparsi di come mia madre sta male e non vuole curarsi. Ma se una persona psicotica cronica come lei non si cura va incontro alla morte e le conseguenze morali e psicologiche su di me che sono l'unica sua parente sono enormi. Non sono assolutamente per la riapertura dei cosiddetti manicomi così come almeno li conosciamo, nè per l'abbandono mascherato da "rispetto", ma manca chi si prende cura della persona che molto spesso è inconsapevole della sua malattia, non la riconosce e vive in un mondo delirante di allucinazioni persecutorie. E' facile criticare, se non si vive la situazione in prima persona molto facile, la legge così come è applicata non funziona e distrugge anche l'equilibrio mentale dei parenti prossimi costretti a trovare delle soluzioni che non trovano.

Sterzi A. Lun, 02/07/2012 - 22:01

La situazione attuale non funziona perchè, forse, latitano le persone in grado di dare davvero aiuto, di aver cura dell'altro, di essere solidali e di amare (e magari sono proprio i parenti i primi ad essere manchevoli di affetto!). Questo non significa però che dobbiamo ritornare ai manicomi(!). La coercizione è inaccettabile perchè priva l'individuo della possibilità di autodeterminarsi. E' inaccettabile legare o rinchiudere qualcuno perchè c'è il rischio del suicidio. Bisogna accettare il fatto che il suicidio è una possibilità, ma prendere anche atto che ogni volta che accade è un fallimento per tutti noi.
Bisogna cominciare a sentirsi responsabili di tutto e di tutti. Solo così, forse, è possibile costruire una comunità umana, non basata sulla violenza e sul dominio dell'uomo sull'uomo.

Silvia Migliaccio Mar, 03/07/2012 - 10:50

Caro Alessandro,

Sono pienamente d'accordo con te.
E, non so perchè, ma mi ritorna, come un vortice, un'eco familiare nella forma (estremamente amabile) da te adottata, per esprimere ciò che mi trova concorde con te.

Ciao!
Silvia.

Silvia Migliaccio Mar, 03/07/2012 - 10:50

Caro Alessandro,

Sono pienamente d'accordo con te.
E, non so perchè, ma mi ritorna, come un vortice, un'eco familiare nella forma (estremamente amabile) da te adottata, per esprimere ciò che mi trova concorde con te.

Ciao!
Silvia.

Marco Dotti Mer, 04/07/2012 - 11:37

credo che qui siano in gioco quelle che, retoricamente, vengono spesso chiamate "conquiste di civiltà". Ora, al di là dei casi personali, credo che per come siamo messi, e stante il prossimo attacco alla sanità e alla scuola, dopo aver devastato le poche certezze che simbolicamente orientavano il cd. "mondo del lavoro" (quanti giri di parole: diciamo semplicemente, il lavoro), qui sia in gioco non tanto una "conquista", quanto un principio di "civiltà": riconoscere il "malato" non in quanto "malato", ma in quanto persona. Il prossimo passo sarà l'effettiva post-democrazia? Qualcosa di molto simile a quanto amaramente prefigurato da P. K. Dick nel suo Solar Lottery...

sabrina rocchi Mer, 04/07/2012 - 12:13

...Guai un mondo senza matti in giro tra altri diversamente matti.
Il matto ci deve interpellare, tutti.
Grazie Pietro

Magda Guia Cervesato Mer, 04/07/2012 - 12:24

Al momento del mio TSO sapevo che 'decenni fa il pazzo stava rinchiuso in manicomio', certo non immaginavo che 'oggi un manicomio è racchiuso dentro il pazzo': questo almeno nell’SPDC teatro della mia esperienza e, a quanto appresi in seguito, in buona parte dei luoghi di ‘cura’ salute mentale del paese (80%?). E domani? il pazzo già farmaco-manicomializzato tornerà ad essere anche murato? I parziali progressi umani conquistati ributtati nel pozzo lercio della struttura punitiva, coercitiva e contentiva? Cosa fa pensare che un ritorno a questo modello si svilupperà in maniera diversa che in passato? Perché ora siamo più moderni e le stanze della minaccia e della tortura saranno privatizzate e dipinte in colori pastello, connesse al wi-fi e dotate di docce massaggianti? Basta guardare dentro i manicomi criminali ancora operativi per capire quanto moderna sia l’idea che (dis)anima questa cultura, quanto illusori siano i margini di realizzazione di una prospettiva già ampiamente disillusa.

Pietro Bianchi Mer, 04/07/2012 - 13:04

Qualche giorno fa sono andato a vedere il museo su Cesare Lombroso all'Università di Torino dove viene raccontato in maniera mirabile l'esperienza controversa (ma senz'altro affascinante) di quello psichiatra/criminologo ebreo torinese e della sua discussa pratica medica. Ma di riflesso si tocca con mano in quel museo anche che cosa fosse la psichiatria all'altezza della seconda metà dell'Ottocento. Stiamo attenti alle date: Lombroso studiava l'atavismo e la posizione del cervelletto dei criminali pochi anni prima di quando Freud scrisse gli studi sull'isteria. E' noto infatti: le isteriche venivano "trattate" (virgolette d'obbligo) in quegli anni tramite lo schiacciamento delle ovaie quando Freud iniziò ad ipotizzare che invece l'isteria andasse innanzitutto ascoltata. La scienza va avanti così, a sbalzi, a scoperte repentine che rivoluzionano completamente e in pochi anni quelle convinzioni epistemologiche che fino a poco tempo prima sembravano inattaccabili. Aver considerato la nevrosi (e poi la psicosi) come un "discorso" e non come una malattia è senz'altro stato uno dei grandi meriti scientifici della psicoanalisi (non l'unico). Tuttavia le scienze a volte fanno delle scoperte che sono così rivoluzionarie che è più comodo semplicemente far finta che non siano mai esistite. E' una tipica forma di resistenza al sapere: è così per la maggior parte delle rivoluzionarie scoperte della fisica del 900 (come poter accettare l'idea che il tempo di fatto non esista?), ma è così anche per la psicoanalisi e la scoperta dell'inconscio. Non volerne sapere è semplicemente più comodo.
Negli anni ci sono stati un numero infinito di attacchi alla scoperta dell'inconscio, ovvero al fatto che la follia è un'esperienza comune, universale. Soprattutto si è tentato di relegare la psicoanalisi ad un'esperienze d'elité, per qualche ricco e aristocratico esteta dello spirito, e la follia nei manicomi (le divisioni non erano solo diagnostiche, ma anche di classe, come sempre accade nella medicina). La pratica clinica di Basaglia è stata in assoluto (per una volta, l'Italia prima e meglio degli altri) una delle esperienze più radicali di rifiuto di voler relegare la traumaticità dell'esperienza dell'inconscio e della follia in un luogo nascosto e al sicuro. Essere fedeli alla scienza vuol dire innanzitutto guardare in faccia il sapere, anche quando è sapere della follia, anche quando la sua traumaticità è dirompente. La medicalizzazione, spacciata per scienza (e per una volta, cominciamo a ripulire il linguaggio!), obbedisce invece soltanto alla razionalità capitalistica dell'accumultazione e del valore: è semplicemente un ottimo business per continuare questo inganno feticistico collettivo ("la follia non esiste"). L'attacco alle 180 infatti è partito con i tagli al welfare (per lo più portati avanti dai liberisti "di sinistra"), in modo amministrativo, lasciando sole le famiglie di chi ha avuto a che fare con l'esperienza della follia con redditi sempre più svalorizzati e servizi in calo costante. E ora si vuole semplicemente dare copertura ideologica ad un attacco che è sempre stato politico (e di conseguenza teorico). Per opporsi però non è sufficiente limitarsi ai comitati di opinione, ai cartelli di esperti: c'è bisogno di un sostegno politico. Sindacati (i lavoratori della sanità ad esempio), partiti (PRC, Sel, IdV, e pure la sinistra PD), bisogna creare un fronte comune per organizzare una lotta efficace contro l'attacco alla 180. Il problema è che non bisognava partire adesso, ma era necessario avere un soggetto politico che avesse portato avanti la riflessione su medicalizzazione della follia, boom della farmacologia etc. da tempo, integrandola con gli attacchi alla welfare, la deflazione dei salari oltre che con l'egemonia accademica della valutazione, le terapie cognitivo-comportamentali etc. Insomma scontiamo il fatto che la difesa della 180 doveva essere portata avanti con un conflitto politico quotidiano e non soltanto ora che siamo in difesa attaccati da tutte le parti...

Michele Dal Lago Mer, 04/07/2012 - 14:02

Sono d'accordo con Pietro Bianchi, la questione centrale è politica e deve essere compresa all'interno dell'attacco al welfare iniziato molto tempo fa. Aggiungerei solo una cosa riguardo la debolezza di cui parla Pietro Bianchi alla fine del suo commento: l'ambito dei servizi socio-assistenziali è oggi strutturalmente incapace di organizzarsi politicamente anche a causa del gigantesco processo di esternalizzazione (la nascita cosiddetto terzo settore) che ha subito dagli anni '90 in avanti. Ci troviamo oggi di fronte ad un forza lavoro dispersa in una miriade di imprese sociali, con un tasso ridicolo di sindacalizzazione e salari da fame (d'altra parte a questo serve l'outsourcing, non ad incrementare e ottimizzare l'offerta di servizi alla persona secondo il principio della sussidiarietà orizzontale). Anche qui, i liberisti di sinistra hanno gravi responsabilità

Giuseppe Genna Mer, 04/07/2012 - 17:56

Concordo totalmente con la prospettiva dell'intervento. Bisogna tuttavia intensificare una militanza, anche informativa, che se ne freghi dell'indifferenza a cui il tessuto sociale attuualmente sta sottoponendo ogni atto politico si compia su di esso. Per esempio: è veritiera o no la notizia che nel reparto di Psichiatria all'Ospedale Maggiore di Milano è in atto un ripristino dei protocolli di terapia elettroconvulsivante? In quali modi si cura in quel reparto, che è il primo centro da cui si irradia il concentro e l'azione nel concentro: il concentrazionario? Di quanti psichiatri in media dispone il pubblico, mettendoli a disposizione nei CPS? E quantio sono i pazienti in media che devono curare? In quale fascia di prezzo finisce in Lombardia un neurolettico per psicotici o non? Quanto deve spendere un disabile mentale che gode di un sussidio minimo, per acquistare il farmaco che lo conduce distante dal collasso psichico?

stefano dome Mer, 04/07/2012 - 22:16

Una delle buone cose che abbiamo in italia e' la legge 180.Quel santo di Basaglia purtroppo e' morto troppo presto e non ha potuto completare in altre regioni ,quello che ha invece completato in Friuli, e qui viene il dunque: entra in ballo la politica e cioe' il clienterismo. la salute mentale significa soldi e tanti : si fanno cliniche private, comunita' di recupero private,e il pubblico il piu' delle volte cerca di generare cronicita' delle malattie per poterle estendere ai privati. La persona malata ha bisogno di mettere dentro di se dei contenuti di vita sociale ,se invece viene messo da parte con un pacchetto di sigarette,sicuramente e' un male per la collettivita' e sopprattutto per lui

Enrico Cazzaniga Mer, 04/07/2012 - 22:21

In difesa e a protezione di Antigone.

"Tutto è più profondo e ricco di significati quando non si è al sicuro" (Paolo Volponi).

Grazie Pietro per i tuoi stimoli.
Grazie anche a Pietro Bianchi e a tutti gli altri intervenuti che contribuiscono a dare voce ad una cultura che include gli aspetti dolorosi della vita, compresa l'esperienza della follia.
É semplicemente e terribilmente pericoloso sostenere il processo di mercificazione della salute, della scienza e dell'etica.
Bisogna saper scegliere e opporsi al pensiero unico, lineare, banalizzate e mistificante che tende ad appiattire le differenze e negare la varietà delle esperienze umane.
La nostra Comunità ha bisogno di cura, non certo di segregazione.

lumir Mer, 04/07/2012 - 23:39

La 180 è una legge obsoleta, vecchia che ha mietuto e miete vittime silenti , imbastita di ideologie e ben lontana dal malato grave, il quale vive una realtà di abbandono insieme alla famiglia trasformata in micromanicomi dove i famigliari si improvvisano farmacologi, psichiatri , assistenti sociali per vedere il proprio congiunto cronicizzare inesorabilmente, perchè l'assistenza riservata a chi ha una malattia che non gli fa riconoscere lo star male è nulla.Oppure potremmo analizzare i tanti barboni che vivono per strada, ma vi siete mai chiesti dove stanno i malati gravi? Ve lo dico io ! per strada o dentro un opg perchè i famigliari disperati non sanno come gestire le crisi anche violente e l'unica strada è la denuncia, legata alla speranza di una comunità e spesso per effetti di una crisi psicotica si finisce in carcere perche medici dell'spdc o del csm se ne lavano le mani! QUESTA è LA 180 LEGGE CHE NON è STATA ESPORTATA DA NESSUNA PARTE !

Giovanna Alborghetti Mer, 04/07/2012 - 23:49

Caro Pietro,
hai scritto una bellissima riflessione, chiara e profonda, su un argomento complesso, è vero, ma anche semplice: i folli vanno rinchiusi o curati? Ed è possibile curarli, se sono rinchiusi? E il resto del mondo, i non-folli, può continuare a guardare i folli, ad averli davanti, accanto, insieme? Se è vero che lo sguardo che dai all'altro torna indietro e ti dice qualcosa di te, annullare la follia alla vista del mondo, alienarla in luoghi gestiti da esperti, limitare e definire i movimenti e lo spazio dei movimenti di chi porta la follia appesa al collo come una croce, togliere loro la parola (che costruisce il pensiero), serve ai sani di mente per dimenticare la follia e...se stessi?

LUMIR Mer, 04/07/2012 - 23:50

Inoltre dovreste vergognarvi a parlare delle famiglie colpevolizzandole, solo chi vive con uno psicotico grave sa cosa significa non avere piu una vita ,perchè la vita dei famigliari è dedicata al malato, vivendo ogni giorno con l'ansia di quello che potrebbe accadere alui o a chi gli stà vicino, avete mai visto una persona che è preda di allucinazioni uditive o che si crede dio onnipotente! i famigliari sono eroi che in silenzio cercano di proteggere il malato dalle sue crisi dallo stigma dalla perdita di dignità , pensate se la persona che amate di piu ... pensate a un figlio, a un fratello o a vostra madre, pensate se andasse in preda a deliri in giro in mutande per il traffico cittadino oppure in locali a fare casino oppure...lasciamo stare...QUESTA NON è LIBERTà è PERDITA DI DIGNITà LO SAPETE CHE LA DIGNITà è un diritto ?

Sterzi A. Mer, 04/07/2012 - 23:55

Dico grazie anch'io. Leggere qualcosa che si condivide fa sentire meno soli, anche solo per un po'.

LUMIR Mer, 04/07/2012 - 23:58

credo che chi parla di 180 come legge all'avanguardi sia un superficiale che se ne fotte di tutte le vittime cadute dietro le ideologie e che la realtà è altra, e viene taciuta per protezionismo politico di un sogno che ha visto la legge basaglia cadere sotto la verità fatta di gioco al nascondino, nascondiamo perchè parecchi malati entrano in opg, nascondiamo perchè tanti malati ci finiscono dopo crimini efferati dovuti a deliri non curati, nascondiamo i malati che non hanno nessuno e stanno in strada, nascondiamo le famiglie che collassano insieme al malato... quale umanità avete a scrivere certe boiate ?

Sterzi A. Gio, 05/07/2012 - 00:00

Onestamente, ho sempre sognato di andare in giro in mutande per il centro. Dovrò farmi diagnosticare un disturbo e poi sarò libero! La cosa più folle che ho fatto nella mia vita è lanciare da una finestra un televisore! Sono un principiante.

Anonymous Gio, 05/07/2012 - 00:04

Le famiglie, è ora di finirla di difenderle a oltranza, ci sono famiglia che hanno figli disabili gravi e che vivono la dignità di essere famiglia che convivono con un essere umano differente, ci sono famiglie che chiedono di "normalizzare" i figli. La famiglia non è sacra, è composta da persone che si prendono responsabilità. La famiglia di Camille Claudel chiese al manicomio di trattenere la figlia là per 50 anni: famiglia di infami!

LUMIR Gio, 05/07/2012 - 00:26

APPUNTO... VISTO CHE TE SEI BRAVO PROVA TU A NON ESSERE INFAME E DOMANI VAI A PRENDERTI UNO DEI TANTI MALATI BISOGNOSI.

LUMIR Gio, 05/07/2012 - 00:29

STERZI@ confermi la mia teoria sulla superficialità nell' approcciarsi ad argomenti tanto delicati.

Pietro Barbetta Gio, 05/07/2012 - 00:42

Lumiur ci racconti la sua esperienza di familiare con paziente psichiatrizzato, mi interessa. Ho visto moltissime famiglie con un paziente psichiatrizzato negli ultimi vent'anni. Penso di averne aiutate alcune, magari no tutte, ma le esperienze concrete mi interessano, Lei ha una simile esperienza diretta?

lumir Gio, 05/07/2012 - 00:47

Non racconto la mia esperienza personale per difendere i miei famigliari.
Però puo andare a leggere sul sito di :"vittime della 180" oppure sul sito di :"associazione italiana psichiatri" , oppure sul sito di :"arap" ecc..li è pieno di documentazione che riguarda l'altra verità della legge Basaglia.

Pietro Barbetta Gio, 05/07/2012 - 00:55

Bene, lei fa parte dell'associazione "vittime della legge Basaglia" ora è tutto chiaro, grazie. Era ciò che pensavo.

lumir Gio, 05/07/2012 - 00:58

Io rappresento me stessa...comunque mi fà piacere sapere che per Lei è tutto chiaro...

Magda Guia Cervesato Gio, 05/07/2012 - 01:00

Sign. anonimo, a parte il fatto che se non fosse stato anonimo magari l'avrebbe avuta, una risposta, per Lei e Sua madre, qui si dice che non è logico accettare un sistema legislativo che da una parte reputa atto di civiltà chiudere gli OPG e dall'altra ripristinare sistemi manicomiali coercitivi prolungati, tornando indietro di decenni, azzerando il lavoro culturale e le buone pratiche avviate da Basaglia e portate avanti da tante persone. Certamente la 180, come spesso accade, è stata una legge rivoluzionaria e una enorme conquista rispetto al medioevo dei manicomi, ma applicata male in tantissimi luoghi e in troppi modi, e l'aspetto assistenziale al paziente e familiari nell' acuzie e nella cronicizzazione della sofferenza è carente. Ma si può lasciare che una cosa ammirata e riconosciuta dal mondo intero, OMS in testa, come positiva, venga soppressa o non vale piuttosto la pena sostenere una sua più capillare applicazione e, se possibile, miglioramento? Sign.Anonimo, sempre che Lei sia reale e non un controriformista trolleggiante), la sua richiesta d'aiuto inevasa negli anni è esattamente il motivo per cui si deve guardare avanti nel perseguire soluzioni migliori (che comunque già esistono, a Trieste, Mantova nel pubblico per es, e costano pure meno degli SPDC a porte chiuse e delle cliniche private... per cui non si tratta di pure utopie intellettualose..) invece che guardarsi indietro nel riaprire luoghi e princìpi superati. Ma detto tra noi non mi pare che Lei dimostri nel Suo post vasta conoscenza/esperienza sull'argomento, se si stupisce che Roma sia peggio dei paesini solo in quanto capitale: dovrebbe aver avuto tempo di scoprire, dal 70 citato ad oggi, che la situazione sul territorio è a macchia di leopardo: da lì, ehm, il mio pensar male..., di cui mi scuso in partenza nel caso io sia nel torto... In ogni caso una firma vera aiuterebbe a fugare malsani dubbi e aitarci a comunicare.

Natale Adornetto Gio, 05/07/2012 - 01:33

Trovo l'articolo veramente interessante. Devo dire che la legge 180, successivamente inserita nella legge 833, anche se non mi piace del tutto (per il tso e altre costrizioni), è una buona legge. O, per lo meno, potrebbe esserlo se venisse applicata anche in forma minima. Fin dalla promulgazione della 180, c'è stato in contemporanea il suo totale e unanime boicottaggio da parte di psichiatri e psichiatre. Ciò perché volevano far vedere che non era una buona legge. Ma "non lo è" perché non è stata applicata. Dare quindi la colpa di certe cose alla 180 da parte di specifiche persone è totalmente infondato, difatti la colpa va data a chi non ha applicato e non applica la legge per come è. E il vedere che viene colpevolizzata ad oltranza la 180, mi fa pensare che le cose sono 2: o tante persone sono completamente disinformate oppure sono in malafede.
Sul fatto poi che LUMIR parli di malati mentali, che ne parli come disperati barboni, che li etichetta tutti come deliranti e violenti, ecc., meglio stendere un velo pietoso. Perdinci, ci sta il richiamo "quale umanità avete a scrivere certe boiate?".
Mi piacerebbe poi che venisse spiegato cosa si vuol dire con l'affermare che la 180 ha fatto migliaia di vittime (questo è uno dei discorsi che fanno le persone dell'associzione "vittime della 180"). Cosa si vuol dire, che prima della 180 non c'erano vittime? Che è stata la 180 ad inaugurare la stagione delle vittime? Che abolendo la 180 non ci sarebbero più vittime? E come si dovrebbe riuscire a realizzare ciò, imprigionando le persone da qualche parte e imbottirle di psicofarmaci?
Ciò che viene definito delirio e allucinazione altro non sono che tentativi di esprimersi, di comunicare, di farsi comprendere, di farsi accettare. E probabilmente, le persone giungono a queste forme di espressione perché le altre comunemente usate, sono state soffocate in loro. E non si può soffocare ulteriormente la persona riempendola di psicofrmaci e impedendole ulteriormente di esprimersi, di lanciare la sua richiesta di attenzione, di aiuto, di vicinanza, di affetto, di calore umano.
È sì vero che a volte accadono delle tragedie, ma ci si chieda anche perché una persona arriva a certe cose. E comunque ciò non vuol dire che si debbano annullare centinaia di migliaia di persone sulla base di pochi casi.
Se si deve andare avanti, si deve veramente andare avanti, e non tirare fuori i discorsi più retrivi e le soluzioni più retrive.
E chiedere, ancora una volta, più posti letto, più psicofarmaci e più persone rinchiuse, sta agli antipodi del progredire nel riavvicinamento della distanza abissale che i "sani" hanno messo fra loro e i "non sani".
La costrizione impedisce qualsiasi effetto terapeutico. La costrizione non fa mai bene, fa solo male, fa danni. Per cui, il tso dovrebbe scomparire anche dall'attuale legge, altro che prolungarlo a sei mesi, un anno e ancor più.
È più che evidente che i moventi di queste cose sono solamente economici e di controllo.

Natale Adornetto Gio, 05/07/2012 - 01:36

Ah, ecco, ci sono stati altri commenti, e non ho sbagliato a pensare alle "vittime della 180"...

Natale Adornetto Gio, 05/07/2012 - 02:02

PSICHIATRIA: MIOTTO (PD), LEGGE BASAGLIA NON CREA ABBANDONO, DEVE ESSERE APPLICATA
(AGENPARL) - Roma 27 giu - “La campagna di disinformazione portata avanti dall’on. Ciccioli in materia di psichiatria è pericolosa e da respingere senza esitazioni. È totalmente falso, infatti, che le persone ad alto rischio sociale siano messe in libertà. Così come non ha nessun fondamento affermare che il Pd non ha partecipato ai lavori in commissione sulla proposta di legge di riforma della Basaglia, dal momento che ci siamo imbattuti nella totale chiusura di Ciccioli su ogni nostra proposta”. Lo dice Margherita Miotto, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera.
“Dopo le audizioni, largamente critiche, su quella proposta di legge che prevede la riapertura dei manicomi – prosegue Miotto -, il Pd ha cercato di migliorare il testo ma ben presto ci siamo scontrati con la chiusura di Ciccioli che è il frutto di un pregiudizio che si fonda sulla constatazione che ci sono famiglie e persone abbandonate a causa della legge Basaglia. È vero il contrario, e cioè che è la mancata applicazione della legge 180 che lascia sole le famiglie e non è un caso che in alcune realtà regionali, dove i servizi funzionano, le persone malate siano prese in carico e riabilitate fino al ritorno in famiglia e all’inserimento lavorativo. Non è la Basaglia che crea abbandono ma la sua mancata applicazione”.
http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20120627-psichiatria-miott...

Anonymous Gio, 05/07/2012 - 02:55

La scusa è quella di proteggere il malato e la sua famiglia. In realtà vogliono semplicemente controllare le nostre menti visto che quasi nessuno va a confessarsi dal prete. vogliono dirigere la nostra vita a loro piacimento, elettrochoc, coercizione, psicoterapia atta a far comprendere che siamo malati e bisognosi di cure. La famiglia lasciata sola? ma se la maggior parte dei "matti" si ammala in famiglia, proprio per i problemi di relazione esistenti tra i componenti. Facile curare il matto di casa e lavarsene le mani scaricandolo in un manicomio. In nome di cosa? per la sua salute? per preservagli la vita? prima lo fa ammattire e poi gli vuole salvare la vita? Ognuno deve essere lasciato libero di vivere e morire come meglio crede. Se poi il rischio è quello di fare una strage nel condominio, beh gli si può sempre fornire un'alternativa, magari una di quelle cliniche svizzere per la dolce morte! Tutti dobbiamo vivere dignitosamente, che vita dignitosa ha un malato psichiatrico? compatito, vessato, isolato, controllato a vista. Il manicomio non è solo l'edificio con le sbarre alle finestre in cui altri pazienti camminano avanti e indietro, fumano, urlano, ridono, parlano da soli.....sono le nostre case, i nostri conflitti quotidiani, il nostro disadattamento alla vita non più a misura d'uomo ma di macchina. All'apparire, all'avere, alle aspettative deluse, ai fallimenti personali e sociali. Sono tanti gli elementi che concorrono, non si può liquidare con l'allontanamento in TSO senza risolvere i problemi alla radice. Curare solo la punta dell'iceberg. Non credo che passerà questa riforma che ci farebbe tornare al medioevo della psichiatria!

enrico Gio, 05/07/2012 - 05:50

Trovo ributtante che il dolore reale delle famiglie venga strumentalizzato da associazioni e lobby senza scrupoli con finalità che sono unicamente di ordine economico e poliziesco.

Mammamsterdam Gio, 05/07/2012 - 08:32

La civiltà di un paese si misura da come si occupa dei suoi deboli. La legge Basaglia, ma anche tutto il movimento dell' antipsichiatria è riuscito, oltre a promuovere uno spostamento culturale, a ridare dignità alle persone. Il problema è che le cose come sempre le fanno a metà, abbandonando a se stessi o alle famiglie persone che invece avrebbero bisogno di essere seguite e curate. E la domanda allora è anche cosa sia stato fatto in termini di strutture, di cura e di accoglienza e la risposta è: molto poco.

In Olanda, dove vivo, ci sono delle strutture che permettono ai pazienti di vivere in semi-autonomia, magari in miniappartamenti con spazi centrali e operatori che gestiscono la situazione e le eventuali terapie occupazionali, ma resta il fatto che ognuno ha casa sua, ha qualcuno che passa a guardare come stai, se hai mangiato, se bisogna chiamare il medico, se hai preso le medicine eccetera. Una specie di case popolari attrezzate, ecco.

Non possiamo fingere che la malattia e la sofferenza non esistono, non possiamo accollare a famiglie impreparate e coinvolte emotivamente la cura di un malato che andrebbe seguito da professionisti.

Non ce lo possiamo permettere? Eh, allora ripristiniamo la rupe Tarpea che facciamo prima. Se uno stato non ha come priorità il rispetto delle persone ai sensi della Costituzione che si è dato, allora ditelo così smettiamo di farci illusioni.

Natale Losi Gio, 05/07/2012 - 08:42

Vi invito a leggere, e lo riprendo da un post di Marianella Sclavi, qualcosa che mi sembra suggerire un superamento di una contrapposizione sterile con un anonimo/a pretestuoso/a.
Sono con te Pietro! Grazie.

La ribellione dell’ironia
Gianluca Carmosino | 30 giugno 2012 | 0 commenti

Le periferie delle metropoli, hanno spiegato in questi anni Mike Davis, Raúl Zibechi, Saskia Sassen, David Harvey e molti altri e altre, sono i territori nei quali l’oppressione, l’aggressione alla dignità delle persone, il logoramento delle relazioni sociali sono più evidenti, ma sono anche luoghi «della speranza». È nelle periferie che si sperimentano la ricomposizione dei legami sociali, forme e reti di interscambio reciproco tra i poveri (Latouche parla oggi di «città inedita», dal punto di vista urbanistico e sociale), insurrezioni sottotraccia, tentativi collettivi di riprendersi in mano la propria vita e le città (nella foto a lato, favela «trasformata» di Rio de Janeiro). Dal nostro punto di vista, tutta questa complessità è vera in parte anche per le periferie delle grandi città italiane, a cominciare da diversi quartieri di Roma e dagli insediamenti di rom, cantieri sociali nei quali per dirla con Marc Augè le città si rammendano.

Un prezioso punto di vista aiuta a dipanare ulteriormente la matassa delle periferie, dei suoi movimenti e dei suoi linguaggi: lo offre l’indiano Arjun Appadurai, uno dei massimi esponenti degli studi postcoloniali, che nei suoi scritti si sforza di mostrare e considerare la capacità dei poveri di esprimere la propria protesta come capacità culturale, non come una generalizzata virtù democratica. Appadurai parla di capacità di «aspirare» degli impoveriti, quale fatto collettivo che si alimenta di culture condivise, in cui l’idea di cultura non è legata a «radici» e «storia» ma è prima di tutto il terreno di lenta rielaborazione condivisa e di rappresentazione dei futuri possibili. Nei suoi studi, dedicati in particolare allo Slum/Shackdwellwers international (Sdi, la rete internazionale degli abitanti delle baracche, presente soprattutto in India e Sudafrica ma con legami anche in America latina e con evidenti analogie con le periferie urbane occidentali) dimostra come la capacità di «aspirare» implichi questioni sociali, politiche, economiche, investa dottrine e norme, teorie e prassi. E includa il ricorso a strumenti metaforici, retorici, organizzativi pubblici.

Le «aspirazioni», spiega Appadurai in un libro brillante dal titolo «Le aspirazioni nutrono la democrazia» (et al. edizioni), hanno a che fare con i bisogni, le scelte, con le azioni, ma non sono mai semplicemente individuali, «come invece farebbe pensare il linguaggio dei bisogni e delle scelte», prendono sempre forma in stretta connessione con la vita sociale nelle periferie. In particolare, le aspirazioni a una vita migliore «tendono rapidamente a dissolversi e occultarsi dietro idee più concrete e tangibili, convenzioni relative al valore del matrimonio, del tempo libero, della convivenza, della rispettabilità, dell’amicizia, della salute e della virtù. Queste norme intermedie spesso si collocano al di sotto della superficie ed emergono solo in quanto specifici bisogni e scelte».

A proposito di povertà, Appadurai ricorda alcuni studi dai quali emergono tre atteggiamenti principali dei poveri rispetto alle norme dominanti delle società in cui vivono: ostilità, sottomissione, senso dell’ironia. Quest’ultimo è ciò che permette ai poveri di conservare una qualche dignità nelle peggiori condizioni di oppressione e di disuguaglianza. La capacità di esprimere una protesta è quindi capacità di avere aspirazioni, «l’una accelera l’emergere dell’altra». Le iniziative di protesta e di proposta sono spesso percorse «da uno spirito trasgressivo» che si esprime attraverso il linguaggio del corpo, lo stile dei discorsi e il modo nel quale ci si rivolge al pubblico. Gli uomini e le donne dei movimenti di protesta, ad esempio, si prendono continuamente in giro tra loro: in nessuno altro luogo, ricorda Appadurai, questo spirito ironico e ribelle «affiora in maniera tanto chiara quanto nei toilet festival», organizzati in India per trasformare il problema e l’umiliazione di fare i bisogni in pubblico, come avviene in ogni baraccopoli, «in uno spazio di innovazione tecnica, celebrazione collettiva e recita carnevalesca» in presenza di rappresentanti istituzionali.

Appadurai conclude ricordando come i movimenti dei poveri oggi lavorano sulla cosiddetta «democrazia profonda», ciò che li rende in grado di raggiungere risultati più importanti di quanto possono fare il mercato, lo stato e il mondo dei finanziamenti allo sviluppo. In questa prospettiva sono numerose le analogie con le analisi di Majid Rahnema e Jean Robert, autori di «La potenza dei poveri» (Jaka Book), secondo i quali il modo con il quale l’Occidente racconta l’universo degli impoveriti condanna «all’invisibilità, un modo di vita vernacolare, basato sui principi della povertà conviviale… L’homo oeconomicus (…) incarna un’idea della ricchezza quantificabile che è l’antitesi del senso della pienezza delle società ‘povere’. In queste ultime, le fonti della ricchezza non possono essere separate, estratte dalle relazioni umane vissute, dai doni e dai controdoni che formano la trama di un mondo di intersoggettività condivisa». Cosa rende davvero unica questo tipo di democrazia e questo modo di costruire relazioni sociali? Scrive Appadurai: «La capacità di rispondere all’emergenza con una politica della pazienza».

Anonymous Gio, 05/07/2012 - 09:14

In questi commenti ci sono molti punti di vista: tecnici, psichiatri, politicanti, teorizzatori, intellettuali e quant'altro. Tante belle parole, tante belle teorie. E' semplice parlare di dignità della persona; di brutalità della coercizione; è facile insomma parlare esprimendo una morale degna di plauso, ma la realtà è un'altra e la può sapere solo chi vive direttamente il dramma di un familiare di persona affetta da psicosi grave. Ebbene io ho un fratello affetto da schizofrenia grave da oltre 20 anni. In questi vent'anni ho valutato ogni aspetto della questione: quello legale, quello psichiatrico e ovviamente quello pratico, cioè quello che vivo ogni giorno in prima persona. La realtà la può conoscere fino in fondo solo chi conosce la situazione sotto tutti gli aspetti! Ora, al di là della solita stupida diatriba manicomi sì manicomi no, abbiamo un dato certo: l'assistenza psichiatrica così com'è non risolve niente! I malati cronicizzano e le famiglie sono lasciate sole a vivere un dramma fatto di costrizioni, limitazioni della propria libertà, paura, frustazione; costrette a vivere tutti i giorni, seppur per amore, le vessazioni, le aggressioni, le minaccie del malato. Allora, se proprio si vuole parlare di questo problema enorme, si parli ponendo delle soluzioni concrete. Delle belle parole, delle critiche di chi non comprende profondamente la situazione, non sappiamo che farcene. Morale. I manicomi non li vogliamo, anzi li aberriamo; l'assistenza attuale serve a bene poco; auspichiamo semplicemente un'assistenza migliore per il malato e i suoi familiari. Amen!

Anonymous Gio, 05/07/2012 - 09:15

Dimenticavo. Il commento che finsce con amen è del sottoscritto. Antonello cavallaro

antonella mazzoleni Gio, 05/07/2012 - 10:41

Salve a tutti,
sono una psicologa e ho avuto la possibilità, per brevi periodi, di lavorare in un ospedale psichiatrico in uk e un centro di recupero per pazienti con dipendenza da sostanze in italia...
devo dire che la situazione non cambiava di molto..
la mia breve esperienza mi ha fatto capite che molte volte il "disservizio" e la "mala-interpretazione" del concetto di cura sono legate a una molteplicità di fattori, ma in primisad una questione economica. Avere un ospedale pieno di persone da lavoro e un certo introito di denaro che si cerca di perpetrare al di là della fote del guadagno. Inoltre, molto spesso, il personale non è per nulla formato rispetto a molte sfaccettature del luogo in cui si trova a operare...
si spende molto meno di ciò che si guadagna.
E poi, spesso sopravivve il concetto per cui un malato mentale lo sarà per sempre e è solo tempo perso investire nel suo recupero, "lo si annaffia come una piantina" e lo si guarda declinare.
Gli psicofarmaci sono degli ottimi strumenti per tenere sotto controllo l'ansia, la paura e le difficoltà di relazione del curante che preferisce zittire piuttosto che mettersi in gioco..
E' difficile lavorare in un contesto con queste premesse, è doloroso pensare che invece di migliorare si voglia regredire cercando di legalizzare una situazione che altrimenti potrebbe generare "sensi di colpa" per chi consapevolmente agisce ignorando l'etica e l'amor del prossimo .
Magari le mie considerazioni sono solo frutto di esperienze "sbagliate", ma credo si sia tutti d'accordo che i manicomi siano contro i principi fondamentali di libertà e uguaglianza che dovrebbero caratterizzare un paese cosi detto democratico.

antonella mazzoleni Gio, 05/07/2012 - 10:50

un ultima considerazione, forse superficiale, in riferiemento alle notizie di cronaca quotidiana...

ma come facciamo a distinguere chiaramente chi è matto da chi è sano..
sembra che da un giorno all'altro il primario di turno, piuttosto che il marito irreprensibile, il vicino tranquillo o il poliziotto irreprensibile, si svegli e con un'arma di fortuna accoltelli, uccida a manganellate o a sforbiciate la compagna..
sicuramente c'era qualcosa che non andava in queste persone, ma lo sappiamo solo dopo...
questo solo per dire che nel pensare ai matti dentro, dovremmo avere un occhio di riguardo anche "ai matti che stanno fuori". Magari la 180 non era perfetta, ma l'idea promosso merita tutto il nostro impegno per renderla migliore. Grazie

Marcelo Pakman Gio, 05/07/2012 - 11:06

Although defending abstract principles brings clearly mayor problems, among them the everyday life of chronically psychotic people and those involved in their care or simply living with them, calling for an antitheoretical stance, for a refusal of ideas is also dangerous. In spite of voices claiming simplistic solutions madness covers an enormous variety of situations that we risk homogenizing with abstract concepts and principles. In the most difficult cases it remains a catastrophic situation. The long experience of confinement shows quite clearly that these situations are overall further complicated by these interventions, adding a long series of violations to the lifes of people. I would include here the escision in well intentioned family members feeling that they have surrendered to awful solutions of which they frequently end up feeling coparticipants, if not plain guilty, or leaving cronically frustrated, especially when they have to give approval to the confinement. For new approaches ideas and thinking are necessary so it is essential not to take an anti-intellectual stance, even knowing that occassionally people can get lost into abstract words or principles. The complexity of the issue overwhelms everybody. Technocracy would not solve it. Appropriation of everything by marketing strategies we have to count on. The very idea of clear and distinct solutions will not account for dilemmas that call for continuous work and involvement to deal with madness as it is experienced. The solutions are not in going backwards, the usual idealization of original times of illusory and lost "perfecta" but in the concerted effort to go beyond some basic principles that Basaglia and other world initiatives give a basis to know that "no less than that" is the minimum acceptable for people, freinds, families, professionals working with them and society at large living within a moral horizon in which how those falled today among the abnormals speak about themselves and their our children.

Davide Sacchelli Gio, 05/07/2012 - 12:55

E' che bisogna sempre semplificare tutto. Le persone diverse danno fastidio alla maggioranza delle persone che si somigliano. Quelle molto diverse danno molto fastidio perchè si somigliano ancora meno con la maggioranza. Qual'è la soluzione? Escluderle, toglierle, metterle da parte, segregarle in modo da potere avere un mondo intero di persone che si somigliano. Come il cattivo di Matrix.
Chi lavora nei servizi pubblici deputati alla diagnosi e alla cura dei cosiddetti disturbi psichiatrici sa che deve cercare di sopravvivere; è già a questo livello che si creano le aberrazioni. Si tratta della trasformazione, a opera dello Stato, dell'operatore sanitario da professionista dell'aiuto a pozzo artesiano dentro al quale buttare tutto ciò che non può stare sulla superficie della terra: malati, relitti, diversi, pericolosi. Ma non c'è denaro da investire, non ci sono le strutture, non c'è la cultura, non c'è la preprazione, non c'è davvero chi può intervenire o fare qualcosa. Per chi ci lavora, troppo spesso, si tratta di sopravvivere perchè tutta la struttura è organizzata per funzionare così: ti do una responsabilità enorme ma non ti do gli strumenti per intervenire davvero. Il messaggio paradossale è sempre il solito: "intervieni senza intervenire". Dato che lavoro con le famiglie mi capita spesso di avere a che fare con i CPS e con i trattamenti sanitari obbligatori. So che non ci posso fare conto perchè i primi non hanno ciò che gli serve per funzionare davvero (nonostante la buona volontà delle persone) e i secondi provvedono solo a contenimenti momentanei e diagnosi sommarie. Poi il problema continua ad esistere fuori dall'ospedale, esattamente come prima.
Abrogare la 180 servirà solo, come prima, a nascondere alle persone ciò che non si desidera vedere, a favore di qualcuno che ci guadagnerà pure tanti bei soldini.
Che tristezza.

Nadine Gio, 05/07/2012 - 13:02

Cari Lumir e anonimo di Roma,
la psicosi per voi è un fratello, un figlio, una madre. E' un altro colui di cui parlate (e per il quale vorreste decidere), ma non siete voi stessi in prima persona a sapere cosa sia un delirio o un'allucinazione. Perciò parenti (cari?) lasciateci la nostra vita, la nostra libertà ed il nostro diritto ad esistere. Così come lo ha sognato e attutato Basaglia, che ringrazio perchè grazie alla sua Legge, ho potuto come molti altri non essere reclusa e guarire in questo mondo e non relegata dietro a mura perchè l'imbarazzo causato da una vita sbagliata è troppo per voi.
Nessun altra malattia è così crocifissa, nessun altro tipo di malato è costretto a subire cure e "trattamenti" che non vuole. Perchè invece coi malati mentali è diverso? Forse perchè, citandovi, "questa è perdita di dignità"? Ma cosa significa questa affermazione? Forse che vi vergognate di noi?

Perchè non lo provate voi un TSO? Perchè non provate ad ingurgitare un cocktail di 25 mg di Zyprexa e altri farmaci e a dirmi se riuscirete ad alzarvi dal letto per almeno un'ora al giorno? Ultrasedati, i medici scriveranno nella vostra cartella clinica che ora i sintomi positivi sono spariti ma permangono quelli negativi.
Provate a dirmi che ne pensate del vostro corpo dopo che è ingrassato di 20 o 30 kg perchè di antipsicotici bisogna darne tanti e gli effetti collaterali sono da considerarsi sempre irrisori. Provate a farvi visitare in reparti dove oltrepassi almeno due porte chiuse a chiave, dove entri suonando un campanello. Provate a dormire in un letto che non è il vostro con le telecamere puntate. Provate a dire la vostra opinione e a non essere creduti perchè tanto uno schizofrenico farnetica sempre. Provate a parlare e a sentirvi afoni, perchè quel che dite non ha valore e nessuno vi ascolta. Questa è mancanza di dignità, questa è umiliazione, questa è mancanza di fiducia. Quella fiducia sulla quale ci costruisce la relazione col medico, col terapeuta, con la famiglia, quella fiducia che fa guarire! Senza la quale si può solo peggiorare.
Che razza di cura è questa? Che medicina è? La reclusione non ha mai aiutato nessuno.
Lo so, lo capisco, non è facile vivere con noi ma è più difficile per noi essere malati. E della nostra vita si tratta! Perciò, nelle nostre disgrazie, lasciateci vivere come a tutti è concesso.
Perchè un cardiopatico che rifiuta le cure non viene recluso in qualche reparto per essere curato? Anche la sua vita è in pericolo. Perchè è libero di scegliere della propria salute e noi no?

Grazie Pietro, questa battaglia ti fa onore e noi tutti siamo con te.
Noi malati ci opponiamo a questa controriforma, perchè guarire si può, ma solo se si è veramente liberi.

Anonymous Gio, 05/07/2012 - 13:27

Sig. Antonello, sono la mamma di una ragazza schizofrenica. E' vero, siamo lasciati soli a vivere questo dramma come sono lasciati soli tutti quelli che hanno un congiunto malato di qualsivoglia patologia non psichiatrica. La disabilità isola, tutti indifferentemente. I deboli soccombono nonostante si faccia un gran parlare di solidarietà. Dobbiamo per forza aspettarci tutto dallo Stato? la riapertura dei manicomi non farebbe altro che NON ATTUARE la legge 180 che non prevedeva solo la chiusura dei manicomi ma tanti altri aspetti finalizzati al recupero e quindi all'autonomia dei pazienti psichiatrici. La cronicizzazione, lei è sicuro che dipenda dalla patologia e non dall'uso massiccio di psicofarmaci atti solo a sedare le crisi violente di suo fratello?

luca casadio Gio, 05/07/2012 - 15:02

Grazie a Pietro Barbetta per aver sollevato questo argomento così complesso e così doloroso. Credo che ci sia assoluta necessità di approfondire ancora, di scrivere ancora diversi "pezzi" come questo. Grazie

luca casadio Gio, 05/07/2012 - 15:02

Grazie a Pietro Barbetta per aver sollevato questo argomento così complesso e così doloroso. Credo che ci sia assoluta necessità di approfondire ancora, di scrivere ancora diversi "pezzi" come questo. Grazie

massimo giuliani Gio, 05/07/2012 - 15:16

L'articolo di Pietro Barbetta pone una questione dalla cui risposta dovrebbe poi (solo poi) discendere qualunque considerazione sull'argomento: è lecito imporre la reclusione a chi non abbia commesso un reato?
Se a qualcuno pare una questione ideologica, pazienza.
Dai tempi della 180 abbiamo sviluppato e affinato metodi di cura per le persone e per i loro sistemi. Se non sempre i servizi li conoscono, se non sempre sono in grado di aiutare pazienti e famiglie, non è colpa della legge 180. Quel che lo Stato dovrebbe fare, allora, è formare professionisti e servizi all'uso di questi strumenti. Investire sulla cura di vite e relazioni anziché sulla scorciatoia di soluzioni concentrazionarie.
Barbetta parla dell'impatto culturale della proposta Ciccioli, che vada in porto o no: perché comunque vada a finire avrà un effetto sull'aria che tira. Come in altri campi della vita pubblica, l'aria che tira è quella che mette le une contro le altre categorie di persone deboli (in questo caso i pazienti diagnosticati e i parenti tartassati). E' una soluzione efficace: una di queste categorie in conflitto diventerà sempre più impopolare e detestata e sarà più facile sbarazzarsene; licenziarla, ridurla al silenzio, rinchiuderla, sopprimerla con l'accordo e la riconoscente approvazione dell'altra.
Come si vede da questa pagina, l'idea inaudita e antiterapeutica che si possa curare qualcuno chiudendolo e buttando la chiave non è quasi più nemmeno messa in discussione. Difendere i sani dai matti, mettere gli uni contro gli altri è spacciato per la "cura".
Però una cura che metta le persone le une contro le altre (che separi i sani dai matti) non è una cura: è un'altra cosa.
Si può parlare di tutto, ma per lo meno si chiamino le cose col loro nome e si chiarisca di cosa stiamo parlando.

Natale Adornetto Gio, 05/07/2012 - 17:28

Nadine, sono con te.
E lasciano il tempo che trovano le "osservazioni" che "è facile" parlare di brutalità della coercizioni, della "morale" degna di plauso, delle belle parole, delle critiche di chi non conosce bene la situazione, e addirittura che non sanno che farsene.
Dico chiaramente allora che siamo noi che non sappiamo che farcene sia delle parole che delle persone che non hanno mai subito determinati trattamenti e vorrebbero addirittura mettere da parte le persone psichiatrizzate e le loro parole: già questo è manicomio, poiché il manicomio è prima di ogni altra cosa un criterio, e non un edifico.
Bella questa, io che per mesi non son potuto alzarmi dal letto perché scannato nel corpo dagli psicofarmaci iniettatemi con la violenza dovrei sentirmi dire di cosa avrei bisogno, che magari "poetizzo".
Lasciamo stare.

Manuela Colombo Gio, 05/07/2012 - 18:57

La lettura dell'articolo mi ha rapita, penso che sia perchè tratta di un argomento che interessa e deve interessare tutti, comunque ci coinvolga. Credo che la provocazione di Pietro Barbetta rispetto al fatto se i malati mentali debbano essere curati o rinchiusi, o rinchiusi per essere curati, rimanga appunto una provocazione, fatta per aprire un dibattito che come vedo è molto acceso. Credo che il pensiero di logica comune ci porti a pensare che la malattia mentale, essendo appunto malattia, debba meritare una cura che possa prevedere un ben-essere per l'individuo e indubbiamente anche per i famigliari, visto che una rete sociale sana e positiva è fondamentale per tutti. La reclusione in strutture sanitarie è stata spesso effettuata in nome della scienza, della ricerca e con la presunzione che per poter guarire servisse l'isolamento dal mondo reale e la totale dipendenza medica. l'isolamento porta con sè il senso di colpa, come se la malattia mentale fosse una scelta, e non incentiva sicuramente la motivazione ad affrontare il percorso di cura. credo che ormai tutto questo sia assodato. Allora perchè voler tornare indietro? Principalmente per questioni economiche. Un malato mentale costa meno internarlo, paradossalmente, piuttosto che avviare percorsi diversificati di recupero e di inserimento sociale, insieme a percorsi di sostegno alla rete famigliare. Creare strutture dove inserire i malati mentali crea anche una funzione di controllo sociale: ci sentiamo meglio a sapere che i matti non sono tra noi, che non fanno parte del nostro mondo. Ho partecipato negli anni a progetti all'epoca quasi innovativi per malati mentali, come l'inserimento in appartamenti protetti, che prevedono l'acquisizione di un'autonomia sociale parziale, o percorsi di sostegno nell'ambiente famigliare. Certo, internare solleva immediatamente la famiglia, e sono d'accordo con chi sottolinea la questione della necessità di interventi funzionali che prevedano da un lato la gestione di situazioni di urgenza, dall'altro però occorre comprendere che il ben-essere della persona è una conquista, a volte lenta, e che l'isolamento come soluzione terapeutica non giova a nessuno. Vorrei inoltre ricordare che le malattie mentali sono varie, che necessitano di ipotesi di lavoro diversificate, non possiamo generalizzare la questione, occorre differenziare le riflessioni e le ipotesi di intervento. Grazie quindi a Pietro Barbetta, che risolleva la questione complessificandola, visto che -comunque la pensiamo- i nostri politici tendono invece a voler semplificare il tutto alla questione 'struttura o non struttura', che in realtà nella loro riflessione mentale è piuttosto 'quanto costa meno allo Stato?'. chissà perchè quando lo vogliono i nostri politici la fanno facile. Quando gli fa comodo, s'intende.

Pietro Barbetta Gio, 05/07/2012 - 19:49

Sento il bisogno di ringraziare Nadine e la mamma del 5/7 13.27. Le ringrazio perché rompono uno schema ideologico e superficiale, lo schema che vuole le famiglie dei pazienti armate contro la 180. E' falso. Si tratta di un mito ideologico inventato da associazioni che sostengono falsità. La prima falsità che sostengono è che uno schizofrenico possa essere pericoloso. La pericolosità viene da disturbi di ben altro tipo, come alcune forme di narcisismo presenti ai vertici della società. Patologico e delinquenziale è che un individuo guadagni milioni di euro all'anno, patologico e delinquenziale è che questa crisi economica la paghino le classi deboli, patologico e delinquenziale è pensare di rinchiudere depressi e schizofrenici in cliniche private, patologico e delinquenziale è quanto accaduto al Santa Rita di Milano. Avere una persona schizofrenica accanto può essere difficile, che sia un figlio, un fratello, un marito. Il mio lavoro in questi venti venticinque anni è stato anche quello di rendere meno difficile queste convivenze. Spesso penso di avere aiutato un familiare ferito, che si vergogna del parente, a guardare le sue relazioni con l'altro in modo diverso, a uscire da una chiusura narcisistica ("tu mi fai vergognare!", "tu mi aggredisci!" detta apertamente o diplomaticamente pensata) per provare l'inclusività. Spesso se ci sono strutture buone, come a Trieste, ciò può aiutare ancor di più, ma la premessa è quella di Nadine e della mamma del 5/7 13.27.

enzo db Gio, 05/07/2012 - 20:06

a me piace molto quello che dice NADINE BRAVA
Questa proposta di cambiare la 180 piace a Lumir che ribatte in modo ostinato e preoccupante Ella dice io ho un familiare che andrebbe messo in manicomio e voi psikkorecchie sinistrose e professorali di cartone non capite un cavolo di malattia mentale
E se nel manicomio ci mettiamo invece del familiare di Lumir la stessa Lumir che lei a quanto pare ne capisce più di tutti e le togliamo internet così la smette di rompere Petizione quanti vogliono internare Lumir e Ciccioli? Magari in Turchia o in uno di quei paesi dove i manicomi ci sono e sono aperti e poi fra 2 anni andiamo a chiedergli COME STATE CARI !?!

Sterzi A. Gio, 05/07/2012 - 21:47

Io, invero, non ho ancora capito in vent'anni e passa di vita perchè esista il denaro. Perchè abbiamo creato un sistema così folle che si illude di rinchiudere i folli, di metterli fuori dal gioco, quando è il gioco stesso ad essere folle?!

Enrico Cazzaniga Gio, 05/07/2012 - 22:13

Volgiamo lo sguardo agli effetti. "grazie" ad un parlamentare e la sua proposta di revisione della 180, si rinnova un movimento che ri-comincia (finalmente!) a confrontarsi su un tema importante che riguarda la salute di tutti. La violenza é abbandonare, isolare, escludere, rifiutare l'aiuto e questo penso che valga per molte situazioni che coinvolgono ogni parte del sistema: per i cosiddetti "pazienti", i familiari, gli operatori della relazione d'aiuto, gli amministratori pubblici e privati, i politici. La scelta é etica. Lo sapevano, lo sappiamo e lo sapranno le generazioni future che chi sta male se isolato sta peggio e fa star peggio. Le forme dell'isolamento possono essere molteplici. Allestire contesti in cui queste forme di esclusione si realizzano piú facilmente la ritengo una soluzione che genera nuovi problemi e aumenta le difficoltà. Se in prima battuta puó dare sollievo a qualcuno (?), poco dopo ci si ritrova con nuove complicazioni.
Piú che cambiare una legge che ha una sua bontà, forse é meglio interrogarsi sui modi della relazione che possono migliorare o peggiorare la nostra salute.
É comprensibile la rabbia e la stanchezza di tutti coloro che, per la posizione che occupano nella rete delle relazioni, hanno sentito o sentono il peso della sofferenza. Questa sofferenza peró riguarda tutti. Chi più, chi meno, é vero, ma non esclude nessuno. La responsabilità é di ognuno.
Il confronto acceso é segno di bisogni inascoltati. Spero si possa rigenerare una coscienza che non ci faccia dormire troppo sereni se si ha la consapevolezza che quello che si fa é far perdere qualcuno.
Un caro saluto.

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004