Telepatia, telestesia

Origine e funzione

 

Cambridge, Regno Unito, 1882. Frederic Myers (1843-1901) inventa due parole: telepatia e telestesia. Al prefisso τελ-, che in questo caso rimanda alla distanza, si aggiungono πάөος (passione, affetto) nel primo caso, e αἴσөησις (sensazione) nel secondo. Intenzione di Myers è indagare fenomeni paranormali. La sua ipotesi non è così stucchevole come di solito in questo tipo di letteratura. Myers collega la telepatia – termine che, tra i due, ha avuto più successo – al fenomeno degenerativo. Invero per lui degenerazione è indicedi genialità. Myers ripete, a modo suo, un tema caro al suo conterraneo, più vecchio di quasi trecento anni, Robert Burton (1577-1640).

 

Firmandosi Democritus Junior, Burton, rinnova gli antichi argomenti intorno alla melanconia. Per farla breve: genio e sregolatezza. Si tratta di vedere come funziona e quali sono le origini della questione. Funzionare, la questione, funziona male. Son casi rari, sgangherati, confusi. Gli esoterici la chiamano divinazione, gli scientisti la definiscono priva di senso. Nel migliore dei casi si tratta d’inferenza poco probabile, roba buona per la letteratura. Il filosofo Charles Sanders Peirce (1839-1914) la chiama abduzione, conquesto sillogismo:

 

 

tutte le pedine in questa scatola sono bianche,

queste pedine sono bianche,

queste pedine vengono da questa scatola. 

 

Sembra facile! Dà l’impressione di essere roba certa. Invece il biancore delle pedine è precisamente l’indizio che le pedine possano non provenire da quella scatola. Potrebbe avercele messe qualcuno per depistarci. Scepsi holmesiana. C’è chi ci prende sempre, come Sherlock Holmes e il Monsieur Dupin di Edgar Allan Poe. Invero quest’ultimo non è solo abile conoscitore di metodi indiziari, possiede quell’esperienza interiore che permette di pensare i pensieri dell’altro. Poe lo presenta nel primo racconto della trilogia omonima. Ineffabile giocatore di Whist, Dupin risponde al pensiero formulato dal narrante dopo una lunga passeggiata silenziosa. Questi gli chiede come avesse potuto sapere quel che aveva in mente proprio ora, dopo un lungo silenzio tra i due. Dupin ricostruisce il percorso mentale del narrante durante la camminata, dal momento in cui i due avevano smesso di chiacchierare. Ripete, parola per parola, il flusso dei pensieri dell’amico.

 

Non siamo più alle pedine bianche, indizio di non provenire dalla scatola. Holmes è un genere di personaggio, un algoritmo sospettoso, Dupin è degenerato, possiede qualità inquietanti. Nella Lettera rubata, altro racconto della trilogia, Dupin ha già nelle mani la lettera, sottratta alla Regina dal Ministro. Riesce – in pochi minuti di ricevimento presso la casa del Ministro – a recuperarla. La polizia cerca dappertutto, ore e ore, durante molteplici perlustrazioni segrete presso l’appartamento del Ministro, ma non trova nulla. Dupin pensa i pensieri del Ministro. Luogo più evidente dove nasconderla: il contenitore delle lettere ricevute.

 

 

Empatia

 

Si potrebbe parlare di empatia: la capacità di Dupin di mettersi nei panni dell’altro, la certezza di ripercorrere senza alcuna fallacia, il suo pensiero. Invece Edmund Husserl (1859-1938) insegna che l’Einfühlung (immedesimazione o empatia) è sempre presuntiva.

 

Come sostiene Cristhopher Bollas: “Mentre l’analizzando, producendo associazioni libere [...] presenta un tappeto sonoro, l’analista riceve (per lo più inconsciamente) una trama complessa di collegamenti possibili” (Bollas, Il mondo dell’oggetto evocativo, p. 21). La seduta è una comunicazione tra due parti inconsce, quella della persona in terapia e quella del terapeuta. La coppia freudiana, come la chiama Bollas, sta nella presuntività di cui parla Husserl, nello scarto tra il medesimo e il presunto. Finché c’è fallacia, c’è relazione, differenza. I problemi sorgono quando la fallacia è satura. Dupin non sarà mai psicoanalista perché conosce troppo gli altri; li cura, ma interdice la cura di sé. Per farsi pagare espone l’esempio del medico. La curiosità di Dupin è satura, nessuna parola vuota, solo pienezza di senso.

 

 

Sincronicità

 

Il problema della telepatia fu affrontato da Jung in un saggio sulla sincronicità del 1952, pubblicato insieme a uno scritto del fisico Wolfgang Pauli (1900-1958). Jung si riferisce all’opera di Myers e si domanda se il concetto di sincronicità possa colmare

 

      

una lacuna nella concezione del mondo elaborata dalla scienza; in particolare come un contrappeso al principio di causalità. Una caratteristica specifica della sincronicità, però, è che comprende sia i fenomeni non fisici che quelli fisici, e che li percepisce in un rapporto reciproco non causale ma significativo (Ira Progoff, Le dimensioni non causali dell’esperienza umana, p.9).      

 

Invero l’ipotesi di Myers pone la domanda darwiniana: se alla degenerazione attribuissimo evoluzione, se i nostri degenerati fossero tipi umani particolarmente strani, se possedessero capacità affettive a noi estranee, che mostrano sensibilità sconosciute, non potrebbero essere persone rare del corso evolutivo? Bateson le chiama forme di apprendimento a scarsa probabilità negli individui umani adulti. Casi rari, che osservano eventi a noi incomprensibili, indiscernibili, imperscrutabili; come ammise Ippocrate al cospetto di Democrito. Come renderne conto, come spiegarli? Bateson soleva rispondere: “Questo mi ricorda una storia”.

 

 

Comunicazione inconscia

 

La persona mi racconta un episodio accadutogli di recente: l’apprendimento della morte della suocera mentre viaggia in tram con la moglie, Claudia. I due, scossi, rimangono muti in fondo al tram semivuoto, non fanno il biglietto, prendono la multa. La Cosa che lo inquieta è un sogno di dieci anni prima, alcuni giorni prima del matrimonio con Claudia.

 

Sta in fondo al tram con la madre della fidanzata, i due si rendono conto improvvisamente della morte di Claudia. Rimangono attoniti a piangere appoggiati all’obliteratrice. Sogno caduto nell’oblio fino a quel momento.

 

Evoca in me episodi di trama differente, con ripetizione, la scomparsa da Milano del tredici (el trèdes), che prendevo quotidianamente – mi portava a scuola, in centro, a trovare gli amici, alla Statale. Sogno quel tram vagare per Milano, per Bergamo, venne a prendermi fino in Massachusetts, dove ho trascorso alcuni periodi viaggiando su Peter Pan Bus.

 

Forse è questo che Bollas intende quando si riferisce alla comunicazione inconscia. Ho scelto l’esempio in cui il tram è l’oggetto evocativo. Tramsfert è traslazione che accade tra due persone che hanno vissuto in una grande città, come Milano.

 

Tram non è oggetto qualunque, ha una propria quiddità. Si viaggia insieme: odori, suoni, panche di legno, nel traffico. Va scomparendo dall’invenzione del jumbo-tram, ma non è del tutto eliminato, dalla città e dal ricordo. Regno della presuntività. Persone sconosciute si parlano, lente, immerse nel rumore, durata indecidibile, quando non c’erano le segnalazioni del tempo di arrivo, false e mutevoli. Quando si tratta di aspettare.

 

 

Telepatia onirica

 

Capita di fare sogni che contengono episodi che si manifestano dopo il sogno. Elvio Fachinelli (1928-1989) scrive al proposito:

 

Formalmente, si tratta di episodi di telepatia onirica o di precognizione onirica, che si accompagnano, alcune volte, a lapsus della vita vigile, nei quali si riconosce un movimento parallelo (Fachinelli, Claustrofilia, p.168).

 

Ci sono almeno due modi d’intendere la telepatia. L’uno è cosmico, spiritualistico, credulone.

L’altro epifanico.

 

 

Epifanie/telestesie.

 

Nel 1905 James Joyce gettò alle fiamme Stephen Hero, romanzo salvato e riscritto a Trieste.

 

Queste volgarità lo indussero a pensare di mettere insieme molti di quei momenti in un libro di epifanie. Epifania era per lui manifestazione spirituale, repentina. Così nella volgarità del discorso, del gesto, come in una fase memorabile dello spirito. Credeva che registrare con estrema cura queste epifanie fosse compito del letterato, che le osserva in sé come momenti, i più delicati ed evanescenti. Disse a Cranly che l’orologio della Torre di Ballast era capace di un’epifania. Cranly interrogò il quadrante imperscrutabile della Torre con espressione non meno imperscrutabile:

-        Stephen disse, sì. Ci passo davanti in ogni momento, alludo alla Torre, mi riferisco a lei, l’afferro con un’occhiata. È solo un elemento del mobilio stradale di Dublino. Poi immediatamente la vedo e subito capisco cos’è: epifania.

-        Che cosa?

-        Immagina le mie occhiate all’orologio come tentativi di un occhio spirituale che cerca di adattare la sua visione a un focus preciso. Nel momento in cui il focus è raggiunto, l’oggetto è epifanizzato. Proprio in quest’epifania trovo il terzo, la qualità suprema della bellezza. (Joyce, Stephen Hero, p. 211, trad. mia).

 

L’esperienza estatica è telestesia, più desueto di telepatia e con un senso diverso. Potremmo accontentarci di ciò, forse la telepatia è uno sviluppo troppo avanzato della telestesia. Come quando Francis Bacon distrugge i quadri perché andato troppo in là, quando Lacan distingue tra sublimazione e la Cosa, quando Bateson mostra la differenza tra arte e Sacro. Forse la psicoanalisi non può permettersi di andare troppo al di là della telestesia, si deve fermare prima della telepatia. In questo spazio interstiziale tra le parole e la Cosa vale la pena sondare la soglia, rischiando di attraversarla di tanto in tanto, così come hanno fatto Joyce, Bacon, Bateson, Fachinelli e altri. Sporcarsi un po’ le mani, essere un po’ imperfetti.



  • Il tram, di  Floriana Quaini.
    Il tram, di Floriana Quaini.
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Commenti: 14

endb Sab, 15/09/2012 - 15:07

Complimenti ....mi viene in mente una storia tratta da Natale in casa cupiello il grande Eduardo si rivolge alla mogli e spiega cosa è la telepatia"Concetta la telepatia è quando tu apri la porta prima che io bussi" Ecco la telepatia è essere anticipato nei nostri affetti prima che lo comunichiamo all'altro..corrispondenze...amorose .... Per i sistemici in verità Concetta apre la porta al marito per evitare che questi bussando svegli Luca il figlio bamboccione grande amore della mamma

Alessandro Sterzi Sab, 15/09/2012 - 21:27

Articolo interessante, però da ignorante quale sono non ho ben capito l'ultima parte, cioè che "la telepatia è uno sviluppo troppo avanzato della telestesia". Lì, mi sono perso.

Pietro Barbetta Dom, 16/09/2012 - 22:42

Grande Eduardo! Beh ha ragione là si fa un po' più complicata. Quando guarda qualcosa, che le evoca qualcosa, diciamo che è telesetsia. Avere una sensazione, un sentimento a distanza. Come il ranz de vaches un canto che faceva venire la nostalgia ai soldati mercenari che calavano in Italia. Telepatia: mettiamo che domani lei trovi, senza aspettarselo, una splendida occasione che cambierà la sua vita. Forse penserà che solo telepatico. Sarà assolutamente un caso, ma il dubbio che io c'entri le rimarrà più o meno attaccato. Così come quelle persone che terminano la terapia conquistando il coraggio del desiderio. Alcuni pesano, sbagliando, che sia merito dell'analista, invece sono loro ad avare ogni merito. E' questo il bello, una buona terapia può giovare; se non si fosse fatta, ancora si sarebbe al posto di prima, ma l'analista non ha alcun merito. Ogni merito è della persone che ha frequentato l'analisi.

Simona di Leo Boato Mar, 18/09/2012 - 14:36

Cosa intendi Pietro per "Sporcarsi un po' le mani,
essere un po' imperfetti"?
Me lo spieghi meglio?
Grazie, come sempre per i tuoi spunti.

Simona

Pietro Barbetta Mar, 18/09/2012 - 23:36

Mi scuso per il commento antecedente, assolutamente incomprensibile, la stanchezza a volte fa brutti scherzi.
Il lavoro clinico, per quel che penso, non può essere perfetto, per certi versi è il contrario. Uno dei miei maestri, Gianfranco Cecchin, scrisse, con Tiziano Apolloni, un libro dal titolo "Idee imperfette". Le nostre idee, le idee cliniche, sono per definizione imperfette. Sporcarsi le mani, lo riconosco, è espressione infelice e desueta. Sarebbe stato meglio scrivere: avere pazienza, diventare un po' pazienti (per fare questo lavoro dobbiamo a nostra volta sederci per anni dalla parte di là). Quando ascoltiamo un sogno, un racconto, ecc., ci viene voglia di interpretare, come se fosse importante. Essere brillanti, capire subito, ecc. Come fossimo giovani avvocati che, alle prime armi, devono mostrare un eccesso di competenza al cliente.
Winnicott scrive invece che aspettava ore, e che prima o poi, la persona in psicoterapia, l'interpretazione la faceva da sola. Davvero curioso, davvero bizzarro (direbbe Jonesco) che questo gruppo anglais, fatto di pediatri, ufficiali dell'esercito, donne non laureate abbia contribuito al cambiamento della psicoanalisi, non credi?

endb Mer, 19/09/2012 - 11:11

ah ah ah scusate ma la richiesta di maggiori lumi in riferimento allo- "sporcarsi le mani" mi suscita una bonaria risata….
Come è da intendersi per uno\a psicologa l'invito a sporcarsi le mani?
Siamo stati allevati per anni nelle varie accademie universitarie secondo la più moderna delle superstizioni: l' ideologia scientifica e la sua epistemologia. La scienza per essere tale distingue, separa, giammai unisce. Siamo stati allevati a pensare-osservare-dialogare-interagire-oggettivare ovvero a coltivare la distanza ma giammai ad usare le mani. Eccola l'idea PERFETTA!
Nell'età dell'oggettivazione psicologica nell'epoca della professionalità psicologica anche la stessa inters-oggettività e con essa la distanza tra se e l'altro la TELE deve restare un luogo neutro. Non inquinato puro scevro da contaminazioni pericolosissime! Mi viene in modo paradossale da aggiungere. La psicologia non si fa con le mani E' questione di privacy Non si può E men che meno sporche! Ah ah ah
E' meritorio l'articolo di Barbetta oltre che coraggioso nella sua dissidenza poiché tenta d'infrangere il tabù del purismo e peggio ancora dell'eclettismo che ne è una importante variante.
Nell'epoca post moderna la psicologia corre il pericolo di distribuire purismo e diventare il "luogo mentale" scientifico gnoseologico direbbero i filosofi delle moderne superstizioni. La prima delle superstizioni è il soggetto e la certezza stessa del soggetto che è il preludio del suo "sapere" fondato tutto sulla distanza.
Verrebbe da aggiungere all'invito a sporcarsi le mani anche: sorridete piangete emozionatevi con i vostri paziente non temete di sporcarvi con le loro emozioni con i loro patimenti aprite loro la porta del vostro cuore ne sarete arricchiti umanamente e professionalmente
Come fa Concetta con Eduardo non aspettate che siano loro (i pazienti) a bussare alla porta delle nostre certezze che Bateson definiva i nostri principi dormitivi per Bateson, le nostre idee perfette di Cecchin Anticipiamoli i clienti (con distacco si non con distanza) Sarebbe bello misurare la nostra efficacia terapeutica su queste nostre capacità umane non sulle nostre teorie…

gabriella erba Ven, 21/09/2012 - 17:37

Telepatia onirica
Al risveglio in un riad di Marrakech mi rammento il sogno fatto. Nel sogno vedo una collega da tempo malata che mi saluta e si allontana verso sinistra mentre a destra alcuni altri colleghi sono immobili e la guardano avviarsi nella direzione opposta. Poche ore più tardi sono una grande casa, una specie di caverna di Aladino circondata dalle più varie mercanzie berbere, tuareg, provenienti da vie carovaniere, o almeno così mi piace immaginare, ma più plausibilmente e in gran parte frutto di laboratori artigiani sparsi nel mondo.
Sto trattando un acquisto con la lentezza e i rituali del the che si convengono in un paese arabo, quando ricevo una telefonata che mi annuncia la morte improvvisa della collega. Resto sbalordita e dopo aver riagganciato mi viene naturale parlarne con il mio interlocutore che mi stava osservando e che dopo aver ascoltato il mio racconto mi guardò con attenzione e mi disse: “lei possiede la baraka”. Per qualche ragione la cosa mi confortò.
In realtà non avevo idea di cosa significasse questa parola, baraka, ne avevo letto solo in un racconto di viaggio di Jeffrey Taylor “La valle delle kasbah”, e ciò che rammentavo aveva a che vedere con civiltà preislamiche, marabut, dono, sacro. Ora, sollecitata dalla telepatia onirica di cui scrive Barbetta ho provato fare una breve ricerca in Intenet per scoprire un mondo tanto vasto quanto correlato non solo al sacro, e il va sans dire alla salute, ma in particolare alla malattia mentale, alla degenerazione. (Naamuni 1993, e Aouttah 1993, Mekki Berrada 1997).
La baraka, termine nel con il quale si sono misurati antropologi del calibro di Clifford Geertz, è un concetto organizzatore fondamentale e al contempo fluttuante, con possenti implicazioni politiche. Nel saggio Le baraka chez les arabes. L’influence bienfaisante du sacré. l’autore J. Chelhod la compara a una corrente elettrica; non ne si può scorgere la presenza se non per gli effetti che essa provoca (come non pensare a Mesmer). “ Un libro, una pietra, un albero, una sorgente come tanti, eppure… dietro ognuno è presente una forza benefica e temibile: il sacro dal quale dipende la vita dell’uomo e della natura”. Esso è un qualcosa in rapporto all’al di là, all’invisibile, al sacro, manifestazione del divino nel quotidiano.

Che la baraka sia su di voi

Anonymous Lun, 24/09/2012 - 13:23

Un'altra puntata della psicologia quotidiana. Bene. Telepaticamente grazie.

Alessandro Sterzi Lun, 24/09/2012 - 19:32

Ma a che serve lo psicologo se il merito è tutto del paziente? Non mi è chiaro.

Pietro Barbetta Lun, 24/09/2012 - 20:27

Beh, non è proprio così semplice. Non le pare?

Alessandro Sterzi Lun, 24/09/2012 - 20:46

Io vado in psicoterapia e spesso mi chiedo se serva, a cosa serve.
La sua risposta mi insospettisce. Forse non lo sa nemmeno lei? Lo dico senza polemica, sia chiaro.

Simona di Leo Boato Lun, 24/09/2012 - 21:34

Per rispondere al commento di Pietro alla mia domanda su "sporcarsi le mani, essere imperfetti".

Grazie, ho capito a cosa ti riferisci, conosco bene le "idee imperfette" di Gianfranco Cecchin. E ammiro l'immagine dei bravi terapeuti che sanno aspettare, senza l'urgenza dell'efficacia, che sanno restituire alle persone la dignità di essere creativi.

"Invisibile ogni buon maestro che si fa invisibile l'atto e la parola né sciabola né bastone invisibile"
"La grande arte è un mestiere piccolo invisibile"

Capisco anche il valore di "sporcarsi le mani".
Ho ripreso la terapia, questa volta è una cosa nuova, una terapia di gruppo con una terapeuta gestaltica.
Dopo 4 incontri individuali mi ha proposto di entrare nel gruppo e ricordo le sue parole quando le ho detto di essere una psicoterapeuta

"non puoi chiedere a un altro di fare il pianto che tu non hai fatto"

La propria terapia è come una lente di profondità dello sguardo, del pensiero, del sentire. Fai l'esperienza di scendere dentro di te, accettare quello che ci trovi, fai l'esperienza di essere intero, anche temporaneamente, riunirti, recuperare i pezzi che hai lasciato fuori di te (anche pezzi di corpo, come direbbe Frederick Perls, gli occhi, le orecchie, e così via).
E quando torni al tuo lavoro allora può darsi che tu sappia meglio che posto occupare e quali spazi vanno lasciati liberi. E' un lavoro che supera infinitamente qualsiasi supervisione.

Come maestro, che ne pensi Pietro dell'idea di introdurre nella formazione dei terapeuti sistemici il processo della terapia nel gruppo?
Come gruppo noi abbiamo partecipato al processo della terapia delle famiglie, sostanzialmente da osservatori partecipanti, ancora prima di capire dall'interno cosa fosse.
i nostri colleghi gestaltici (ne conosco alcuni) hanno fatto 4 anni di terapia all'interno del gruppo per diventare terapeuti. Una sorta di rito di passaggio?

Grazie

Simona

Alessandro Sterzi Lun, 24/09/2012 - 22:36
Pietro Barbetta Gio, 27/09/2012 - 22:55

A Simona, il gruppo è un'esperienza esistenziale e psicoanalitica fondamentale.
Ad Alessandro Sterzi, Carmelo Bene è un genio assoluto, qualsiasi cosa abbia detto mi trova, prima ancora di averla sentita, d'accordo. La psicoanalisi non serve, come Wilde: "Il miglior modo per resistere a una tentazione è cedervi". Nel mondo del soggetto cerebrale, certamente la psicoanalisi è una tentazione.

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004