La sinistra al mento

Due manifesti elettorali per le elezioni politiche nazionali e per quelle in Lombardia, e due atteggiamenti – almeno a prima vista – identici: se si accostano le immagini scelte per la campagna di Bersani e per quella di Ambrosoli, salta agli occhi l’analoga impaginazione che privilegia prima di tutto il volto. È come se Bersani si fosse improvvisamente girato verso di noi per intercettare il nostro sguardo;

 

 

Ambrosoli, invece, si è messo proprio di fronte, e dunque tutti e due i candidati ci guardano negli occhi. Soluzione inevitabile in un manifesto elettorale, perché da sempre lo sguardo diretto verso lo spettatore è quello che consente un contatto immediato tra chi osserva e chi è osservato. Ma le analogie non finiscono qui. È vero che il segretario del PD sembra indossare la giacca (e forse la cravatta) e che Ambrosoli porta invece un maglioncino con camicia appena sbottonata, ma è l’atteggiamento della mano ciò che accomuna le due fotografie, al punto che viene da chiedersi se questa somiglianza sia solo casuale.

 

 

Detto altrimenti: sono i due politici ad essersi atteggiati in questo modo o, cosa più probabile, è stata l’agenzia che ha progettato la campagna a suggerire a entrambi (quasi) la stessa posa?
Di che posa si tratta? In entrambe le fotografie è la mano sinistra che  si avvicina al mento e  vi si appoggia con leggerezza; ma tutto non avviene per caso, come mostra anche la fede nuziale, ben visibile in entrambi gli scatti.

 

Perché portare una mano verso il mento? Davanti a gesti come questo solitamente offriamo risposte contrastanti, se non addirittura antitetiche: a volte ci sembra che si tratti di movimenti del tutto irrilevanti, altre volte ci arrovelliamo invece sul loro significato. In questo secondo caso cadiamo in un tranello, per quanto attraente: nell’idea cioè che possa esistere sempre e comunque una traduzione in parole dei movimenti del corpo. È vero che esistono gesti codificati e con un senso preciso (quelli ad esempio di un vigile), ma è altrettanto vero che la varietà e la complessità delle azioni del corpo nella vita quotidiana non sono mai riducibili a un ristretto elenco di significati. Il fatto è che il corpo e i suoi movimenti, più che avere dei «significati», si caricano continuamente di valori e allacciano incessantemente relazioni con i diversi ambiti della vita sociale.

 

In queste due immagini, il volto viene come marcato dal contatto con la mano in uno spazio speciale, il mento. Si direbbe un’area secondaria del volto, eppure nel mondo antico aveva un’importanza inattesa: in Grecia si supplicava ritualmente qualcuno inginocchiandosi e sfiorandogli il mento. In ogni epoca il mento può avere un ruolo importante nelle posture che si assumono in pubblico; Emilio Cecchi diceva di Wagner: “cacciava egli fuori il mento imperioso che, per trent’anni, come una mensola immane, fece ombra su tutta l’Europa musicale”.

 

 

La mano che si appoggia al mento, a sua volta, è imparentata alla ben nota iconografia della malinconia, in cui la mano si apre e si distende sulla gota; atteggiamento della sofferenza spirituale, ma anche della commozione. Il soffermarsi sul mento assume però una connotazione speciale: è il gesto che, soprattutto a partire dal Settecento, viene attribuito ai filosofi e agli uomini di scienza. Lo vediamo, per fare solo un esempio, nella statua che Lorenzo Bartolini dedica a Niccolò Machiavelli in pieno Ottocento. Diviene, insomma, il segno della concentrazione e dell’attenzione.

 

 

Per la verità nel manifesto di Bersani c’è qualcosa in più. Se si guarda attentamente, infatti, la mano sinistra compie un altro movimento ancora: stringe e abbraccia l’altra, che appena si intravvede in questo intreccio.  Per quanto stemperato nella sua incerta leggibilità, è il ricordo di un gesto di coinvolgimento e di partecipazione ben presente nell’iconografia cristiana. Ma sta proprio qui – nell’allusione a determinati movimenti, più che nella loro piena descrizione – la chiave del manifesto di Bersani. Il viso del segretario del PD è leggermente girato, appena in penombra, e parzialmente troncato, come del resto le stesse mani: è, insomma, una forma non immobile, da rifinire, un’immagine che coinvolge lo spettatore chiedendogli di completarla.



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Commenti: 4

Sergio Momesso Lun, 14/01/2013 - 11:20

Articolo interessante e utile, a mio avviso, a diffondere nel web un modo meno superficiale di leggere le immagini di tutti i giorni.

Segnalo una riflessione per certi versi analoga, ancora sul manifesto di Bersani, nel nostro sito "storiedellarte":
- Articolo

Saluti,
sm

Anonymous Lun, 14/01/2013 - 13:25

Un amico mi ha fatto notare come questo modello della mano al mento sia stato ripristinato negli anni Ottanta nelle fotografie di manager e rampanti pubblicate su Capital e Class, con un bel substrato di vanità, che c'è meno in Bersani e un po' di più in Ambrosoli (il limite visivo e psicologico della candidatura dell'avvocato in Lombardia è in questa superbia-vanità del candidato, che dice con inconsapevole spocchia: Sono pulito e voi?). Su FB commentando il pezzo di Franzoni una lettrice ha ricordato la stessa posa in Steve Jobs. Sempre il modello manager con in più il maglioncino girocollo dell'artista-designer. Insomma, siamo sempre a questi stereotipi anni ottanta. A quando una nuova puntata del dossier 80 sui manager del bel tempo andato?

Anonymous Lun, 14/01/2013 - 13:42

e che dire dei tristissimi superposter di Bersani con inconfondibili fondali grigi-plumbei? radiosi futuri progressivi?

Anonymous Lun, 14/01/2013 - 17:20

Mano sul mento, d'accordo, ma io direi nel caso di Bersani e Ambrosoli a me sembra francamente un pizzicotto. Di quelli che si danno ai bambini bravi.

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004