Alberi di Natale

“Fraxinus in sylvis pulcherrima, pinus in hortis, / Populus in fluviis, abies in montibus altis”. Questi i luoghi d’elezione di alcuni tra gli alberi più diffusi individuati con precisa immediatezza da Virgilio e affidati in esametri alla voce di Thyrsi (Ec. VII, vv. 65-66). Possiamo contravvenire alla sensata quanto poeticissima indicazione virgiliana e, nel giardino, tenerci oltre al pino (pinus italica) anche il frassino e il pioppo. Certo, quest’ultimo meglio se ha i piedi in acqua: avremo più possibilità di cogliere vischio per baciarci a capodanno.

 

 

Ma, per favore, gli abeti lasciateli lì, sugli alti monti. Specie a Natale. Specie se abitate in città o in paesi di pianura. A poco, o a nulla, vale acquistarli in vaso con il pensiero di restituirli alla terra. I più sono destinati a una lunga agonia estiva. Li vedi perdere aghi, seccare ramo dopo ramo e, in autunno, quando ti aspetti una ripresa, collassare definitivamente. Persino in collina è arduo recuperare un abete natalizio: i miei due ultimi tentativi sono falliti nonostante le cure e i soccorsi estivi. I vivaisti fanno leva sui soprassalti delle nostre sbiadite coscienze ecologiste – ma sono alibi che non tengono – e invasano alberelli con barbe insufficienti per il trapianto. Gli altri, i sopravvissuti, intristiti nereggiano in brevi ritagli d’erba intorno alle casette a schiera o ai condomini affollati, in uno stonato contrasto di colori, proporzioni, aspirazioni (quelle degli alberi).

 

Meglio, molto meglio, per Natale regalarsi qualche ramo d’agrifoglio che, con le sue bacche vermiglie, fa Natale da sé. Gli abeti godiamoceli in montagna, magari imparando a distinguere il bianco dal rosso. Entrambi appartengono alla famiglia delle pinacee ma a due diversi generi: l’uno al genere abies l’altro al picea (da pix, pece, per via della resina abbondante).

 

 

Benché a dicembre si trovino da addobbare anche conifere pregiate come l’abete di Nordmann, propriamente, l’albero di Natale abete non è ma peccio (Picea abies), detto abete rosso per le tonalità della corteccia. Si differenzia dall’Abies alba (e dall’intero genere abies) per gli aghi non appiattiti ma di sezione tetragona; per gli strobili (i coni) penduli e non eretti, che a maturità cadono interi e non si sfaldano squama a squama lasciando sul ramo l’asse nudo; per il portamento dei palchi pricipali: non orizzontali ma protesi verso l’alto a conferire il tipico profilo triangolare. 

 

Bello, d’inverno, osservare le lunghe frange ondeggianti al vento scrollarsi di dosso la neve o, in primavera inoltrata, i teneri coni violacei che, a un lieve tocco, liberano in aria gialle nuvole di polline.



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Commenti: 2

Filippo Azimut Ven, 23/12/2011 - 23:28

Bello! Agrifoglio non abete. La letteratura ti fa capire tante cose.
Grazie.

Luca Ven, 30/12/2011 - 15:13

Bellissimo pezzo colto e intelligente.

© 2013 doppiozeroISSN 2239-6004