È vero, è vero cara Signora Borghesi! Ottimo testo, bellissimo paragone; sì i kaki sono gli agrumi del Norditalia. E sono altrettanto colorati, e confortanti per la vista: un po' di colore nella nostra amata foschia.
Peccato che nel sapore non eguaglino per nulla gli agrumi. Tanto emozionanti, passionali e intensi questi utlimi, quanto tiepidi e mollicci i kaki.
Ma se Lei li gradisce...
Daniela
p.s. che siano mille volte dannati i cacciatori
“I migliori sono quelli del ragno”, diceva mia madre dei kaki. E il ragno non era l’artropode, ma il disegno delle linee nere nell’arancio al colmo del frutto, che da lontano sembra un aracnide intento a suggerne il dolce.
Per noi al nord, i kaki (per favore, chiamatelo kaki anche al singolare) sono i nostri agrumi. Non v’è brolo o pomario rispettabile senza un albero di diospiri (Diospyros kaki) ben potato, per frutti a portata di mano. Come l’arancio, è cinese d’origine e assai ornamentale: chioma tondeggiante compatta, larghe foglie ovali dall’apice pronunciato, lucide nella pagina superiore, d’un bel verde scuro in piena vegetazione, viranti in autunnali sinfonie di rossi. Poi, a novembre, sui rami spogli spiccano i globi accesi dei frutti a sciogliere freddo e nebbia.
Per questa invernale solarità, nell’Elegia di Pico Farnese (Le occasioni), Eugenio Montale li ha eletti a epifaniche primizie della metamorfosi di Clizia (colei “ch’a veder lo sol si gira”) in Visiting Angel, o donna del “soccorso”:
Se urgi fino al midollo i diòsperi e nell’acque
specchi il piumaggio della tua fronte senza errore
[…]
il tuo splendore è aperto. Ma più discreto allora
che dall’androne gelido, il teatro dell’infanzia
da anni abbandonato, dalla soffitta tetra
di vetri e di astrolabi, dopo una lunga attesa
ai balconi dell’edera, un segno ci conduce
alla radura brulla dove per noi qualcuno
tenta una festa di spari. E qui, se appare inudibile
il tuo soccorso, nell’aria prilla il piattello, si rompe
ai nostri colpi! Il giorno non chiede più di una chiave.
È mite il tempo. Il lampo delle tue vesti è sciolto
entro l’umore dell’occhio che rifrange nel suo
cristallo altri colori. Dietro di noi, calmo, ignaro
del mutamento, da lemure ormai rifatto celeste,
il fanciulletto Anacleto ricarica i fucili.
Non teme le rigide temperature il Kaki, ancor più se innestato sul rustico Diospyros lotus. Nota come falso loto o albero di Sant’Andrea, questa varietà ha piccoli frutti eduli, perfette miniature di quelli che cogliamo nell’orto di casa o acquistiamo dal fruttivendolo. Ma le analogie si fermano qui.
Il falso loto raggiunge altezze di rilievo (finanche venti metri), mostra lunghe foglie lanceolate e la corteccia, incisa da profondi regolari solchi, nera, artistica. Forse per questo a Milano se ne possono cogliere le bruno-bronzee bacche dal sapore datterino nel parco della Triennale. Ma la sua diffusione è ormai spontanea: i non ignari cacciatori lo piantano come esca per gli uccelli nei roccoli, verdi architetture dell’inganno.
- Rubriche
- 3 gennaio 2013
Bellissimo articolo di questa enciclopedia portatile di botanica letteraria.
Grazie.
Marita. "Spesso gli alberi coltivano la memoria" cosi' Lei ha scritto in una delle sue rubriche, ed e' vero. La mia memoria la coltiva il kaki ( una delle mie piante preferite) . A quei tempi, parlo di una lunga vita fa, nel brolo dietro casa mia ne primeggiava un'esemplare orgoglio di mia nonna.Anche lei usava dire,proprio come Sua madre, sono i kaki piu' buoni, quelli del ragno. Vede cara signora Angela non solo le piante ma anche la sua rubrica ravviva la mia memeria. Grazie
Gentile Signora Marita, la ringrazio: le sue parole danno un senso ulteriore a "Clorofilla".
Alla Signora Daniela, invece, suggerisco di assaggiare i kaki vaniglia, una varietà dalla polpa più soda. Forse li troverà più attraenti.
Grazie anche a Federico
Buonasera. Partecipo al viaggio nella memoria, a bordo del bel frutto che si finge arancia, ricordando che da piccoli aprivamo il seme, sperando di trovarci dentro tutte e tre le posatine bianche ( credo siano germogli ma han proprio la forma di forchetta coltello e cucchiao ed era fortunato chi le trovasse tutte e tre) .Non ho mai mangiato questi frutti in vita mia, per le stesse ragioni di Daniela e un po' mi dava fastidio anche vederli mangiare, specie quelli maturi ( non tutti li tagliano a spicchi ordinati procedendo poi con un cucchiaino ecc) L'albero di cinquant'anni fa per nostra fortuna vive ancora nell'orto di Casa , il raccolto anche questa volta è stato buono, io continuo a non mangiarne i frutti e a temere per chi si arrampica con lo scaletto per arrivare su e afferrare questi panciuti soli di tramonto impigliati lì così. Grazie.
Marco Belpoliti dice che dopo aver visto Silvio Berlusconi pulire sedie da Santoro avrebbe voglia di distogliere lo sguardo da tutto questo, fare altro, magari scrivere un romanzo, ma qualcosa di bello. E' una sensazione che capisco. Con meno pretese io faccio due cose che spero contribuiscano a pulire i miei occhi e la mente. Anzitutto guardo a lungo la foto che accompagna l'ultimo articolo del prof. Pietro Barbetta perchè mi riporta a un luogo carissimo e lontano dall'orrore quotidiano: il cimitero acattolico del Testaccio. Peraltro anche l'articolo del prof. Barbetta merita attenzione, riflessione.
Il secondo, amatissimo esercizio d'igiene mentale e di civilità, è la lettura del mensile clorofilliano di Angela Borghesi.
Adoro i kaki (di meno quelli vaniglia) e ne sono ghiottissima. Mi piace guardarli quando vengono lasciati maturare sui rami spogli, il freddo anzichè ammazzarli li carica di un rosso elettrico. Poi li rama e poi ancora li tumefà. Ma soprattutto mi piace guardarli a lungo quando passeggio per le campagne nel tardo autunno dicembrino, all'ora che l'occhio si aggrappa alla coda dei colori e i kaki penduli sembrano i lumini dei morti.
Il kaki lo mangio così. Anzitutto mi accerto che sia maturo: il dito, toccandolo, deve lasciare una leggera impronta. Lo avvolgo a cupola con entrambe le mani e lo divido in due semisfere coi pollici tesi, senza affondarli, piuttosto tirando verso l'esterno. Adesso ho davanti lo spettacolo della polposa esuberanza dei due semikaki aperti. Con un cucchiaino estraggo a entrambi le guance, insomma le due sacche più croccanti, annidate al centro. Poi comincio a scavare verso la buccia. Se la polpa rimane educatamente sul cucchiaio qualcosa non va. Deve gocciolare, sbordare, precipitare, urlare, desiderare di tornare alla rossa coppa del frutto. Arrivata vicino alla buccia, smetto di adoperare il cucchiaino. Prendo in mano quel che rimane (una specie di straccetto floscio) e striscio l'interno della buccia (l'unghia, direbbe il casaro) sull'arcata dentale inferiore, dall'alto verso il basso, pronta a raccogliere l'ultima goccia di polpa. Smetto quando sento il bacio della strega che allappa la lingua.
Rialzo la faccia sbafata, striscio il dito sul piattino per raccogliere le ultime gocciolature del lumino dei morti.
Grondante festa , particolareggiata descrizione . Io addento a denti stretti e ad occhi chiusi , ma non davvero, solo nell'immaginazione.
Lo so che non c'entra niente ma io ho letto qui le varie parole e ringrazio ed anche pensavo anche se non c'entra nulla che se magari F.De Andrè fosse ancora qui sulla terra leggerebbe qui anche lui e metterebbe insieme delle cose e poi magari scriverebbe una canzone intitolata 'Fedora', chissà.
Fedora!
"acqua che stringe i fianchi" . T
Grazie a Fedora per la giunta ai kaki. Anch'io ne sono ghiotta; il massimo della goduria, per me, è quando il kaki è maturo al punto di pefezione, allora la sottilissima pellicola esterna si leva lasciando intatto il frutto che si gusta senza nulla sprecare dell'umore zuccherino.
Quanto a Marco Belpoliti, colgo l'occasione per ringraziarlo: a lui si deve la mia rubrica: l'ha caparbiamente voluta vincendo ogni mia resistenza.












