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attori

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Tre pièce per il 25 aprile / Resistenza!

Trenta persone strette in due file di sedie in una grande mansarda intorno a un tavolo. Su di esso una zimarra di prete, una stola viola, un libricino, qualche foglio vergato con vecchia calligrafia.   Una basilica francescana bombardata due volte durante la guerra e ricostruita, nella navata centrale. Immagini astratte, terrose, baluginanti, suoni, sirene ricostruiscono l’emozione, l’orrore, del bombardamento, la guerra portata scientemente tra i civili per sgretolare il fronte interno. Una scena di colonne spezzate tra le quali si aggirano cinque persone che verrebbero definite disabili, per rievocare l’olocausto nazista dell’eugenetica. Lenz quei suoi interpreti li chiama invece attori sensibili.  Tre spettacoli, due a Bologna, uno a Parma, tre modi per rivivere la Resistenza, lontano dalla retorica, nelle sue pieghe meno epiche, mitiche, fondative, più umane; per smontare le troppo rassicuranti narrazioni di un tempo, ormai chiamate al banco di interrogazione della storia. Quando la storia marcia e, in relazione a tempi nuovi, per certi aspetti migliori per altri no, muta i propri criteri di analisi e giudizio. O semplicemente le proprie domande.   Un cristiano...

Materiali per una tragedia tedesca / Un serial teatrale di Tarantino-Arcuri

“Il futuro di un manipolo di giovani disperati e senza più futuro contro il passato di un uomo il cui passato è stato soppresso nel profondo del cuore della stessa Germania”. È qui che si situa Materiali per una tragedia tedesca di Antonio Tarantino diretto da Fabrizio Arcuri e prodotto dal CSS di Udine: in un luogo storico, politico, culturale schiacciato fra la seconda guerra mondiale e gli anni del “boom”, fra ricostruzione e contestazione, fra le azioni della Baader-Meinhof (o, meglio, RAF, Rote Armee Fraktion) che sconvolsero la Germania Ovest e il potere stesso del Paese (rappresentato nella battuta di Andreas Baader messa in apertura dalla figura di Hanns-Martin Schleyer, industriale in vista del Paese con un passato nelle SS che fu rapito e ucciso dalla RAF in uno dei momenti più caldi e atroci della vicenda).       L'apice della tragedia – su cui si concentrano i Materiali – si svolge in pochi, pochissimi mesi (circa un anno e mezzo): dall'inquietante suicidio in carcere di Ulrike Meinhof (maggio '76) ai momenti finali della detenzione degli esponenti della RAF nel tristemente celebre carcere di massima sicurezza di Stannheim (Meinhof e Baader, con Gudrun...

“The Evening” e altri travisamenti / Il teatro del reale: Richard Maxwell

Se per parlare di Richard Maxwell, drammaturgo e regista americano acclamatissimo della scena teatrale di sperimentazione, muoverò con una certa consapevole tendenziosità da un breve richiamo a qualche scottante estratto di rassegna stampa italiana che lo riguarda, non è per provincialismo, provocazione o captatio benevolentiae del lettore assetato di fulmini e saette, ma perché qualsiasi discorso su Maxwell e i suoi New York City Players è per la natura stessa della sua opera un discorso su come essa viene recepita. E affinché un discorso abbia senso occorre, almeno in un primo momento, circoscrivere un campo.   Una posizione scomoda per lo spettatore: note sulla reception   2005, Pompei. Il romanzo della cenere: una storica edizione della Biennale Teatro diretta da Romeo Castellucci, nel segno di uno sbilanciamento verso la performance e l’immagine, di una apertura estrema alla ricerca in tutti i linguaggi artistici, di una problematizzazione del concetto di rappresentazione e delle questioni legate alla spettatorialità: «Peccato che i molti stimoli di questo mosaico siano stati traditi proprio dal solo spettacolo ospitato dal Teatro Goldoni, Good Samaritans, scritto e...

Intervista a Stefano Massini / Lavoro, parola controtempo

Che cosa era il lavoro nel passato e che cosa è oggi, in tempi di fluidità, di mobilità, di precarietà? A questa domanda prova a rispondere Stefano Massini in Lavoro, un libretto della serie “Parole controtempo” del Mulino, dichiarando subito che lui non è un giuslavorista e neppure un sociologo e che perciò non parlerà “del lavoro come fenomeno, bensì come parola”. Lui è consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, scrittore di teatro, autore di testi molto rappresentati e soprattutto di Lehman Trilogy, uno spettacolo che sta calcando i palcoscenici di tutto il mondo, la storia della dinastia alle origini della banca d’affari Lehman Brothers, una delle protagoniste dell’ultima grande crisi finanziaria mondiale. In questo volume di 131 pagine Massini ripercorre varie questioni partendo dalla consapevolezza che “è fuori dubbio che la parola ‘lavoro’ rappresenti oggi un elemento di acida stonatura, coincidendo con una ferita scoperta, un nodo nevralgico, forse il più doloroso quesito senza risposta dentro un cimitero che alle croci ha ormai sostituito i punti di domanda”. E lo fa, come si vede da questo breve assaggio, con leggera, sapiente tensione di scrittura.   Come...

L’ultimo Mahabharata di Peter Brook / Battlefield, una meditazione in forma di fiaba

In un raccontino hassidico due amici parlano insieme e uno chiede all’altro: “Ma come sarà il mondo dopo la venuta del Messia?” E il secondo gli risponde: “Sarà come è adesso, noi parleremo qui, il bambino dormirà di là nella stanza, tutto sarà come è ora, soltanto un po’ diverso”. Forse questo scarto leggero, quasi inavvertibile, e tuttavia decisivo, con cui un mondo traspare da un altro, è quel che più rimane impresso nello spettatore di Battlefield, lo spettacolo con cui Peter Brook e assieme a lui il drammaturgo Jean-Claude Carrière e la co-regista Marie Helène Estienne sono tornati sul Mahabharata. Non si spiega altrimenti la profonda sensazione di pace che qualcuno confessa di aver provato davanti a quella che tuttavia gli sembrava una semplice recita che del teatro smorzava i rumori più animosi, smussandone i rilievi, a cominciare da un tono in cui l’interpretazione e la narrazione si sospendono a vicenda: è poca cosa questo Brook, anzi no, a pensarci bene, è tutto. È il mare di fango e di sangue in cui la terra è stata trasformata dalla disastrosa battaglia finale tra i fratelli Pandavas e i cugini Auravas per il possesso di una città che poi il Gange spazzerà via, anche...

Conversazione con Gianni Celati / Teatro come incantamento

  Il 28 e 29 maggio, a Reggio Emilia, «Dedicato a Gianni Celati». Qui il programma dell'evento.     Vorrei capire come mai sei arrivato alla scrittura teatrale così tardi, con Vecchiatto. In molte tue opere narrative si sente un’ispirazione quasi teatrale, e i tuoi personaggi sembrano corpi su una scena, maschere contemporanee...   È che sono sempre stato un po’ respinto dal teatro come si pratica ai nostri tempi, questo teatro dove gli attori fanno finta di scambiarsi battute in una lingua fintamente quotidiana, con in più la finzione che il pubblico non ci sia. Possiamo chiamarlo teatro borghese. Ma è l’essenza di tutte le abitudini nel teatro occidentale.   Il teatro borghese pretende di rimandare a una realtà…   Io direi che la sua regola si può formulare così: ‘Tu spettatore stai vedendo in scena dei fatti di vita come li avresti visti se fossi stato presente quando si svolgevano”. Di qui la necessità di costose messinscene, che più sono costose e più somigliano a quelle case-museo dei nuovi ricchi. Il pubblico è come se spiasse da fuori quello che si svolge in casa d’altri.   Si deve guardare la scena come se si avesse di fronte un pezzo...

Fus 2015, un anno dopo / Un teatro sempre in crisi?

Mi sembra che l'anno scorso nel teatro italiano non si sia fatto altro che parlare della riforma del Fondo unico per lo spettacolo (Fus). Che fra l'altro chiamarla “riforma” fa un po' ridere, quel decretino partorito dalla più che decennale esperienza dell'ex direttore generale allo Spettacolo dal vivo. Poco male, ché pare che ci penserà il nuovo direttore a dare una sistemata, visto che gira voce di un pensiero per una nuova Riforma, con la maiuscola, una potenziale Legge vera e propria per il teatro (l'ennesima dagli anni Settanta!, chissà se avrà l'obliato destino di tutte le altre).  Nel frattempo il nuovo corso ha già cominciato a intervenire, prendendosi il tempo di pensare e di apportare qualche piccolissima modifica (che forse poteva aspettare la fine del triennio, invece che rimandare i finanziamenti 2016 a chissà quando, idem per la strana urgenza dello “stato di eccezione” del Piccolo di Milano). Il risultato è che le domande sono slittate di tre mesi e dal Ministero non arrivano novità o cenni di sorta su (se e) quando riprenderanno i lavori, anche perché fra l'altro c'è una fila infinita di ricorsi a tutti i livelli (in alcuni casi veramente pesanti).   La (...

Gli acrobati fantasmi di Constanza Macras / Danza e Cina al Fabbricone di Prato

Ogni spettacolo di Constanza Macras è un viaggio. Dopo la cultura rom e quella sudafricana, quella indiana e quella brasiliana, con The Ghosts – il suo ultimo lavoro al debutto italiano al Metastasio di Prato (le repliche successive saranno al CSS di Udine, anche coproduttore dello spettacolo) – è la volta della Cina. Ma è una Cina un po' “particolare”, che viene presentata agli spettatori occidentali tramite una dei marchi artistici più celebri del Paese, quello dell'arte acrobatica circense. Sono più di duemila anni che è così: dai banchetti offerti agli ambasciatori stranieri in età imperiale, fino alla scelta del circo come arte rivoluzionaria e proletaria per rappresentare il nuovo corso all'epoca di Mao; ed è così anche oggi, nel momento in cui l'arte acrobatica è valorizzata e sostenuta a livello pubblico come biglietto da visita da esportare verso l'esterno. Ma il percorso con cui la coreografa argentina d'origine ma ormai berlinese d'adozione porta la Cina sui palcoscenici europei è del tutto peculiare, avendo a che vedere solo in parte con gli aspetti celebrativi e auto-rappresentativi affidati tradizionalmente all'acrobatica dell'estremo Oriente.    Il viaggio...

Metamorfosi di Roberto Latini / Forme mutate in corpi nuovi

L'opera di partenza è il nome di un'idea, l'azione centrale, l'unità di movimento per un'opera nuova. Metamorfosi: trasformazione, trasfigurazione – senza affondi storici e filologici: non come siamo cambiati e ci siamo stratificati nel tempo dal caos primordiale all'oggi di Ovidio, ma come cambiare ancora, come sfuggire alla forma, sfare, sformare, muovere, insorgere. Roberto Latini, che firma regia e adattamento di questa particolare produzione di Fortebraccio Teatro, in verità non riscrive, non adatta, non consegna letture ed esegesi; invece saccheggia furiosamente letteratura e storia dell'arte, accumula frammenti brucianti – Camus, Strindberg, Foscolo, Gualtieri, l'impossibile, la luna, liriche della lacerazione e della perfezione di maestri di quella virtù che Cioran chiamava apprendistato della macerazione –; Latini regista e attore, poeta guerriero, che si dibatte tra hybris e paura, egotismo e umiltà, e sprofonda in “colate di pensiero”, per rubare ciò che gli serve, ciò che lo attrae, battagliando dentro le forme contro la scontentezza di sé e contro la battaglia stessa, in un essere o non essere che in queste Metamorfosi recita perfino, ma al contrario, in disordine,...

Un teatro tra le risaie

Tra le risaie intorno alla città di Yojakarta, a Java, in Indonesia. Un teatro costruito come se fosse una delle nostre arene, le sale estive di cinema all’aperto. Invece dello schermo però c’è il palcoscenico con il suo bravo sipario in rosso su cui stazionano una decina di geki in bella evidenza (anche questo accadeva nelle nostre arene). E una decina di pipistrelli svolazzano intorno alla luce che illumina il drappo rosso. Attendiamo che inizi una serata di ketoprak, un genere di teatro una volta molto popolare (a Yojakarta c’erano duecento teatri fino a dieci anni fa, questo è l’unico rimasto).   La sua caratteristica è che è un teatro d’improvvisazione ed in più gli attori non sanno prima dello spettacolo che parte interpreteranno. Siamo invitati a seguire la sessione in cui la regista, una simpatica e tracagnotta signora sulla quarantina, racconta, la storia agli attori, a gambe conserte dietro le quinte sul palcoscenico, a sipario chiuso. Sono contadini o fabbri o guidatori di risciò che due volte alla settimana diventano attori. Guardo le loro facce consumate dal sole, le mani...