Traiano Boccalini / Ragguagli di Parnaso

11 Luglio 2011

Per una volta, in questo Ragguaglio del capolavoro barocco di Triano Boccalini, non ci si lamenta di una ennesima aggressione militare al territorio italiano o di un dominio straniero esercitato con le armi: stavolta a fare le spese dell’invasione subita (a opera degli Spagnoli) sono gli abiti, la lingua e addirittura il cibo nazionale, scalzati dalla voga esterofila. Ma ancorché l’attentato alla libertà e all’indipendenza sia stato perpetrato sugli usi e costumi nazionali, i suoi effetti non sono meno esiziali . Una accorata denuncia di quello che qualche secolo dopo si sarebbe chiamato imperialismo culturale, insomma.

 

 

Parte Terza, Ragguaglio XXXIII

 

Dopo un importantissimo avviso portato in Parnaso da un poeta italiano, Apollo per pubblico bene d’Italia fa ammonire quella nazione a non usar abiti né costumi stranieri, come quei che sono di pessima conseguenza alla libertà di lei.

 

Sono già passati sei giorni, che una mattina fu veduto un poeta italiano sopra un velocissimo cavallo correr verso il real palazzo della Maestà di Apollo, tutto affannato, gridando all’armi; il qual, domandato da Sua Maestà di donde veniva e quello che recava di nuovo, con molto cordoglio rispose ch’egli veniva dalla corte di Roma e che portava l’infelicissima nuova che, essendo gli Italiani divenuti tutti Spagnuoli, i re di Spagna si erano fatti assoluti padroni di tutta Italia. Infinita mestizia apportò così lugubre avviso a tutto Parnaso, il quale per questo fu creduto vero, che, essendo poco prima giunto un corriere alla Reina d’Italia, non così tosto furono aperte le lettere, che s’udì nel palazzo di lei un grandissimo pianto e, percioché poco appresso furono veduti tagliarsi numero grande di vestiti di lutto e il palazzo fu tutto apparato di bruno, l’infelice nuova della servitù d’Italia fu pubblicata per certa. Allora tutto Parnaso s’empì di strepito e di rumori, percioché i re di Francia, con la spada ignuda in mano della loro potente nobiltà, montarono a cavallo per liberar l’Italia dalla servitù spagnuola, la Germania tutta per la salute degli Italiani pigliò le pubbliche armi, i re d’Inghilterra posero in mare la loro potente armata di mare e fino il vastissimo Imperio ottomano si mostrò prontissimo in soccorrere l’Italia; onde gli Spagnuoli, i quali da principio rideano nel veder tanti tumulti suscitati da una nuova affatto vana, in infinito si afflissero quando videro che quel rimanente di libertà che avanza in Italia è osso duro da rodere, avendo tanti prencipi che son pronti per difenderla. Apollo, in tumulto così grande e in tanta costernazione di tutte le cose, mandò l’eccellentissimo Bartolomeo d’Alviano alla serenissima Reina d’Italia, a fine che intendesse da lei la cagione del suo lutto e se era vero il caso infelicissimo, che si era pubblicato, della servitù di tutta Italia. Rispose quella grandissima Reina, che in Italia non si era alterata cosa alcuna circa la libertà, ma che ella vestiva di duolo se stessa, la sua famiglia e la sua abitazione per la nuova infelicissima che aveva avuta della morte del serenissimo e dolcissimo suo figliuolo Ferdinando, granduca di Toscana, il quale essendo stato non solo la salda colonna, che nelle grandissime sue afflizioni avea sostentata la libertà italiana, e il suo fortissimo antemurale contro la potenza e gli artifizi degli Spagnuoli, e il Salomone della sua età, ma quell’Atlante gagliardissimo, che con le spalle della sua infinita prudenza avea sostentata l’immensa machina del regno di Francia, che gli Spagnuoli, per aprirsi la strada al dominio di tutta Italia, voleano gettar a terra, avea giusta cagione di affliggersi com’ella facea, essendo suo costume eternamente sparger lacrime per la morte di quei prencipi d’Italia, che ella ha conosciuti veri e onorati italiani. Grave sdegno concepì allora Sua Maestà contra quel poeta, che con nuova tanto vana e lugubre avea cagionata in Parnaso somma alterazione d’animi, onde, avendolo fatto chiamare a sé per punirlo severamente del fallo commesso, rimase molto attonito quando udì che il poeta, ancorché convinto per lo grave testimonio della Reina d’Italia, asseverava la nuova esser verissima, dicendo che, avendo egli veduto in Italia la maggior parte degli uomini e delle donne vestir alla spagnuola, usar nel ragionar molte voci spagnuole, mangiar avidamente cibi conditi alla spagnuola e usar i vasi e gli altri servigi della tavola secondo il costume della Spagna, facea bisogno confessare che gl’Italiani di animo erano divenuti Spagnuoli: e tanto maggiormente, che così si vedeano amar la conversazione degli Spagnuoli, come per riputazion della lor nobilissima nazione doveano averla in sommo orrore; onde, avendo gli Spagnuoli vinto il punto più principale di addomesticar gl’Italiani e farsi affezionati gli animi loro, era pazzo chi non conoscea che i re di Spagna si erano fatti assoluti signori di tutta Italia, altro non rimanendo loro che andar a pigliar il possesso di quei corpi, delli animi de’ quali con artifizi tanto cupi si erano insignorati.

 

Fu il poeta licenziato da Apollo e ringraziato della diligenza che avea usata in portar quella nuova in Parnaso, la quale fu tenuta per tanto vera, che tutti i letterati zelanti della libertà d’Italia, vestendosi di duolo, mostrarono pubblico lutto; e come suole accadere nei casi infelici, che si ricorre agli aiuti sacri, fu concluso che con molta diligenza fossero veduti i libri sibillini degli Annali e delle Istorie del magno Cornelio Tacito, ne’ quali considerando altri le cose passate con somma eccellenza scritte da quell’ingegno singolare, si profetizzavano le future. Esattissimamente furono veduti gli scritti di Tacito, e in quella preziosa gioia, in quel compendio della prudenza umana, in quel magazzino di sentenze e di precetti politici della Vita di Agricola, scrittura che, passando l’eccellenza dell’umanità, fece inarcar le ciglia a Livio e sospirar Sallustio quando da essi fu letta, fu ritrovato che, parlando egli delle brache spagnuole, con le quali ricuoprendo i nostri Italiani le vergogne del corpo scuoprono i vituperi dell’animo loro servile, asserisce che apertamente predicono la vicina servitù dell’Italia. Onde Apollo, a fine che gl’Italiani, che commettono tanto mancamento di mostrarsi affezionati alle nazioni straniere con pigliar gli abiti, la lingua e le altre usanze loro, venendo in chiara cognizione di quanto pregiudizio sieno alla privata riputazione di ciascheduno e alla pubblica libertà, avessero commodità di emendar errori tanto grandi, comandò che nei pubblici rostri, all’ora che nel fòro massimo si trovava numero maggior di popolo, fosse prima in latino letta, poi interpretata in volgare la profezia di Tacito; onde l’eccellentissimo signor Andrea Alciato, così comandato da Sua Maestà, comparve nei rostri e ad alta voce così ragionò al popolo: — Gli antichi Romani, accortisi che con la forza delle armi non sarebbono giammai arrivati a soggiogar la ferocissima nazion inglese, stimarono strada più sicura usar l’artificio di domesticarli con la conversazione, assuefacendoli alla lingua, agli abiti, ai conviti, ai bagni e alle altre usanze loro: strada molto certa per arrivar a dominar qualsivoglia feroce nazione; i quali artifizi dei Romani, dice la profezia di Tacito, che “apud imperitos humanitas vocabatur, cum pars servitutis esset” parole che altro non vogliono inferire in italiano, eccetto che il portar le brache e il pigliar le altre usanze spagnuole appresso gl’ignoranti sono tenute cose da nobil gentiluomo, essendo veramente principio di una vergognosa e crudel servitù.

 

 

Edizione di riferimento: Traiano Boccalini, Ragguagli di Parnaso e scritti minori, Laterza, Bari 1948

 

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