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Suzhou / Il Giardino dell’umile amministratore

Si potrebbe, sulla falsariga del concetto di tristes tropiques di Lévi-Strauss, parlare di “tristi luoghi”, cioè non di oggetti di per sé tristi, ma del modo in cui certi siti sognati da tempo, ci deludono. Tale fenomeno si manifesta ancora più prepotentemente quando l’oggetto in questione è un giardino. Mentre la maggior parte delle opere d’arte riesce a mantenere la sua identità e una parvenza di eternità estetica, il giardino sopravvive cambiando incessantemente forma e sostanza. In questa luce tutti i giardini appaiono un po’ malinconici, riflessi di una immagine perfetta che non potrà mai acquisire una Gestalt stabile. In questo senso tutti i giardini sono edenici, ovvero perduti.      L’incontro con un giardino cinese è, se possibile, ancora più problematico ed esposto alla mutabilità del tempo. La città dove il “giardino cinese” appare tuttora accessibile è Suzhou, l’antica capitale della seta, il cui giardino-simbolo – che promette un’immersione nell’atmosfera e nello spirito del “classico giardino privato cinese” – è il Giardino dell’umile amministratore (chiamato a volte Giardino dell’amministratore maldestro).     Questo giardino di epoca Ming...

Tutti a guardare / Finestre

Per tentare di far capir bene il colore rosso a chi è cieco dalla nascita, ci vogliono similitudini azzardate: il rosso è quel calore che arroventa le guance dei bambini nel mentre che gli si agghiaccia il sangue, per esser cascati in una figuraccia. Le rose rosse hanno un profumo rosso che se lo si annusa, se ne sente il colore nell’area degli incanti del cervello. Terminate le similitudini, si può passare perfino alla dialettica degli opposti: il verde è la tinta dei prati (non a Roma) e della paura (dappertutto); il blu è quello del cielo sereno e del freddo bestiale; il giallo è il colore della cultura ebraica, e delle faccette dei cinesi… “La vita è sogno” dice il poeta spagnolo. E poi, perbacco, c’è il teatro: il palcoscenico è l’unità di luogo e di tempo dell’essere (pardon, dell’azione) e l’incorporeità dei personaggi recitati è la loro animula vagula blandula che occorre acciuffare. Però la cameriera, che entra côté jardin per dire solo “Il pranzo è servito” e se ne va via per sempre, impersona talmente poco, che la vita resta un mistero non solo per lei ma anche per gli altri attori.   Al contrario, gli spettatori in platea credono non solo che sulle assi polverose...