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Storia d'Italia attraverso i sentimenti (13) / Bambini in manicomio

Qui è l’orrore. Ben oltre quello che possiamo immaginare. Un bubbone putrescente tenuto nascosto nel sottosuolo della nostra storia. Troppo a lungo.  Parlo dei “manicomi dei bambini”, discarica di vite difficili, o rifiutate. La loro esistenza si è protratta fino ai primi anni settanta, quando le mura dell’istituzione manicomiale hanno cominciato a sgretolarsi.  Il frenetico sviluppo del paese nel corso degli anni cinquanta, si era spento da tempo, ma da quelle terre estreme non è mai passato. Lì tutto è rimasto fermo, la violenza esercitata uguale nel tempo. E uguali nel tempo il disagio e la sofferenza. Adriano Sansa, giudice al Tribunale dei minori di Torino a metà degli anni sessanta, ha raccontato l’“enorme turbamento” entrando a Villa Azzurra, il “manicomio dei bambini” di Torino: “C’era un silenzio assoluto, questi bambini erano dei piccoli adulti tristi”. “Reparto 10, 36 bambini e ragazzi – si legge in La fabbrica della follia, racconto del manicomio e delle sue vite – completamente abbandonati in uno stato di totale inerzia. Non sono integrati in alcun modo, né è prevista alcuna attività di gruppo o ricreativa. Vi sono ragazzi ricoverati da diversi anni che non...

Guantanamo e i nuovi Lager

Tra i commenti ai recenti attentati di Parigi alcune voci si sono soffermate sulle possibili conseguenze che una risposta securitaria potrebbe portare in termini legislativi nelle società europee. L'uso isterico dei pronomi personali dopo la strage nelle redazione di Charlie Hebdo è anche una spia linguistica della logica dell'identità che all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle del 2001 ha accompagnato le retoriche dello scontro di civiltà; retoriche che hanno giustificato gli interventi di polizia internazionale e le guerre chirurgiche. Intervistato da Repubblica il 15 gennaio Giorgio Agamben ha invitato «a mantenere la lucidità» e non commettere lo stesso errore l'«equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra [...] che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo». Il rischio – continua Agamben – è quello del lento scivolamento «in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno...

La memoria come esperienza del trauma

 Non sono mai stata ad Auschwitz. Né negli altri siti del trauma, a parte Dachau, dove i miei genitori ci portarono da bambini e dove, per una sorta di irriflessa coazione, tornai qualche decennio più tardi in compagnia dei miei figli, ancora troppo piccoli per ricavare dall’esperienza alcuna lezione storica utile, e tuttavia profondamente colpiti dalla desolazione del luogo, dal freddo novembrino, e dalla consapevolezza che lì, proprio lì, erano successe cose orribili.   La sera della mia prima visita a Dachau, per sovrappiù, cenammo all’Hofbräuhaus di Monaco, dove appresi i dettagli del Putsch del 1923, e contestualmente fummo avvicinati da un anziano bavarese in preda a malinconie alcoliche a cui prestai l’identità del vecchio nazista tormentato dai sensi di colpa. Quella notte mi venne la febbre, che presumibilmente incubavo già, ma che attribuii alle impressioni del giorno prima. Secondo le categorie formulate dagli odierni Trauma Studies, ero diventata una testimone secondaria, testimone di testimone, attraverso la quale il trauma poteva propagarsi e passare alle generazioni successive....