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Russia

(81 risultati)

Otto / Diario russo. Trasformazioni della Giornata della Vittoria

L’anniversario della fine della guerra in Europa, il 9 maggio, è stato sempre un momento assai forte di memorie familiari. Il ricordo della Grande guerra patriottica ancora oggi, a distanza ormai di decenni, ha una forte presa proprio per la vastità della tragedia causata dall’Operazione Barbarossa: più di 27 milioni di cittadini sovietici morti, migliaia di villaggi e centinaia di città letteralmente cancellati, la distruzione di intere comunità ebraiche, violenze inenarrabili sui civili.   Eppure questa componente dolorosa, lacerante ancora oggi per numerose famiglie, è sparita dalla retorica ufficiale del 9 maggio, diventata festività della rilettura putiniana della storia patria, sfoggio di potenza militare, occasione per ribadire la propria alterità etica e morale verso un’Europa considerata decadente e corrotta. Non vi è più spazio per le note e i versi pieni di dolore di chi, come Aleksandr Tvardovskij, scriveva della battaglia di Ržev dal punto di vista di un giovane soldato caduto durante i combattimenti. La Giornata della Vittoria è diventata altro, all’insegna del sinistro možem povtorit’ (possiamo ripeterlo) diffuso prima come meme e come adesivo da attaccare al...

Parole e immagini (6) / Qui Odessa. Le parate

12 maggio 2022   Mi trovo dentro un negozio per ricaricare la carta al terminale. Accanto a me c’è un uomo che sta facendo lo stesso. Gli suona il telefono. Dall’altra parte si sente una voce di donna che grida in modo isterico. – Dove sei? Torna subito a casa!!! Dicono che nel giro di un’ora ci sarà un bombardamento a tappeto!!! Vieni subito!!! Lo osservo. In pochi istanti l’uomo forte e giovane si scolla. Il portafoglio gli cade a terra. Cambia di posto alle chiavi, ma subito dopo comincia a tastarsi il corpo per ritrovarle. Diventa grigio. Gli manca il respiro. Sta male. Decido di intervenire. Gli dico di non dare retta, è solo un fake, e di non credere a nessuno se non ai nostri. E i nostri ci avvisano quando vedono arrivare i missili. Apro una bottiglia d’acqua. Poi vado su telegram e gli faccio vedere la pagina, non c’è nessun allarme. Beve, sembra calmarsi. Capisco che le persone sono diverse. Qualcuno tende a credere ai fake. Ma è ciò che vogliono – spezzare lo spirito, obbligarci ad avere paura. Per favore, non prestatevi al gioco.   La guerra invade lo spazio mentale, non riesci a pensare ad altro. È un’occupazione sorda, inesorabile. Succede a noi, figurarsi a...

Sette / Diario russo. Good Bye Lenin!

Quando ho lasciato Pietroburgo per l’ultima volta, diretto al confine con l’Estonia, ho visto dal finestrino dell’autobus la prima statua di Lenin in cui mi ero imbattuto al mio primo soggiorno di studio in Russia, ormai diciassette anni fa. Solo pochi mesi prima era uscito Good Bye Lenin!, film visto e rivisto al cinema e in dvd, e anche a lezione all’università, durante il corso di Storia della Germania. Quando vidi dalla maršrutka, il microautobus allora tanto diffuso come mezzo di trasporto nelle città russe, stagliarsi il profilo bronzeo di Vladimir Il’ič a lato del Moskovskij prospekt, l’emozione fu molto forte, e pensai alla scena in cui Christiane, la madre di Alex interpretata nel film da Katrin Sass, decide di uscire di casa e di fatto sfuggire alla DDR in miniatura costruita dal figlio e vede una enorme statua del rivoluzionario russo portata via da un elicottero. La caduta dell’Urss, in realtà, non ha visto immediatamente in Russia la rimozione delle vestigia e dei simboli del socialismo reale, anche se si iniziò con il rinominare città e strade, con Leningrado tornata a essere Pietroburgo, Sverdlovsk Ekaterinburg e la prospettiva Marx a Mosca spezzettata nelle tre vie...

Parole e immagini (5) / Qui Odessa. Le scale e le cantine

5 maggio 2022   Viene prima la salita o la discesa? Quando si va in montagna, prima si sale, si soffre, si espugna la vetta, e poi si ritorna a casa sereni. A Odessa è il contrario. Prima si scende. La città si sviluppa su costoni collinari che si levano sopra il mare, e nella parte storica, per raggiungere il mare e gli stabilimenti balneari bisogna affrontare scale che dominano la scarpata. La gigantesca scalinata Potjomkin è una di queste. Se uno dei landmark della città è una scala, il binomio salire e scendere diventa un fatto costitutivo della mentalità dei suoi abitanti. Non siamo ai precipizi di San Francisco, ma nemmeno in pianura. (Lo confesso, da bambino dover scender le scale per andare al mare me lo rendeva penoso, non è che i bambini siano sempre disposti a barattare la felicità con una contropartita di fatica.)   La scalinata collega la città alla zona del porto, incluso l’attracco per le navi da crociera. È una scala a singhiozzo: settori di scalini si alternano a zone piane. Guardando dall’alto verso il basso, si vedono solo i tratti orizzontali, non gli scalini. Al contrario, quando si guarda dal basso si vedono solo gradini. E poi c’è l’illusione...

Ucraina, la radio resistente / La guerra nell'etere

Nei primi giorni di marzo, dopo solo una settimana dall’invasione russa in Ucraina, su decine di radio private locali l’esercito di Putin diffondeva attraverso i trasmettitori ucraini un messaggio: le città sarebbero presto state liberate dalla giunta criminale di Kiev, bisognava solo mantenere la calma. È incredibile come la radio rivesta da sempre un ruolo cruciale nei territori destabilizzati da guerre, conflitti, disastri ambientali improvvisi. Non è solo la mia personale passione, ma sono i fatti e la storia a permettermi di affermare senza timore che, da quando esiste, la radio si attesta come il più agile, robusto e resistente dei media.   La rapidità con cui l’etere ucraino è stato colonizzato dalle forze russe in realtà non deve stupire, è parte di una strategia ben definita e di lungo corso. Me l’ha spiegato Andrea Borgnino, esperto di storia della radio e radioamatore, intento da anni ad analizzare il ruolo delle emittenti nel corso dei conflitti in ogni angolo del mondo. Borgnino segue le vicende ucraine sin dall’inizio della guerra del Donbass e in queste settimane, attraverso un trasmettitore capace di captare le onde corte, è riuscito, insieme al suo gruppo di...

Sei / Diario russo. Il virus Z

I simboli fanno parte della nostra comunicazione da sempre, è quasi un’ovvietà ripeterlo, e nell’epoca della comunicazione social, del marketing e del rumore mediatico ancor di più. E forse è proprio per questo che ci interrogano sulla loro pervasività, sulle loro origini, spesso trattandosi di emblemi nati per caso. È successo così anche alla Z, lettera finale dell’alfabeto latino, utilizzata sugli automezzi militari russi per indicare la provenienza dal distretto militare occidentale (zapadnyj in russo), e che ha allarmato i media europei e statunitensi ancor prima dell’inizio della guerra, con domande sul reale significato del simbolo. La propaganda russa ha colto le potenzialità, in un gioco di specchi riflessi, di dare un emblema riconoscibile all’aggressione, e Russia Today ha iniziato a usare la Z per magliette e altri prodotti, in una macabra logica di marketing. E ora la Z è dovunque, viene utilizzata dal principe della menzogna televisiva, Vladimir Soloviov, viene imposta sulle facciate di alcune università nonostante le proteste degli studenti, addirittura appare in alcuni documenti ufficiali: l’amministrazione della regione di Kemerovo, dove si trova uno dei principali...

Una testimonianza / Donbass 2018- 2022: “Temiamo di non essere creduti...”

"Il mondo è appeso a un filo sottile, che è la psiche umana”.  C.G. Jung        Una colonna di veicoli militari russi si avvicinava giorno dopo giorno al confine ucraino. Questo, per milioni di italiani, era lo scenario televisivo di fine febbraio 2022. Mi vennero in mente i bambini del Donbass che avevo assistito negli anni precedenti. Dal 2015 avevamo attivato a Kiev e nel Donbass l’Expressive Sandwork: un progetto di intervento psicologico per contrastare i traumi della guerra. I rifugiati del Donbass arrivati a Kiev erano già allora circa 2 milioni. Risiedevano in strutture messe a disposizione dal governo. Arrivavano da città bombardate, che non erano mai uscite dall’immobilità sovietica. Erano spaventati. Dalla guerra e dall’incredulità rispetto alla guerra. Oggi si trovano sfollati una seconda volta. Non ricordano di aver ricevuto dei connazionali di quella dinamica e impaziente città, che Kiev era nel 2015. Le famiglie sfollate del Donbass, che ho conosciuto a Kiev in quegli anni, avevano perso casa e contesto e faticavano ad ambientarsi in quelle strade in cui si udiva tanto inglese quanto ucraino e si vedevano bicchieri di aperitivi color...

Parole e immagini (4) / Qui Odessa. La fabbrica della vita

28 aprile 2022   Sono andata in una delle cliniche di ostetricia più antiche della città, nella via Portofrankovskaja, e ho chiesto di poter fotografare le nascite. Maksim Golubenko, che in trent’anni deve aver fatto nascere qualcosa come diecimila bambini, mi ha ascoltato e ha detto di sì. Col consenso delle interessate avrei potuto fotografare i parti, i neonati e il personale medico. Come tutte le madri, avevo sempre visto il parto solo dal di dentro, ossia dal punto di vista del mio parto. Ho scoperto che tutti i bambini nascono assolutamente diversi. Con personalità diverse, sin dal primo istante. È un mistero a cui non riesco ad abituarmi. Vengono alla luce due gemelli, uno grida, e l’altro emette dei suoni riflessivi e si gratta la punta del naso, sembra totalmente consapevole di quello che sta facendo.    Roddom nomer 2, Casa delle nascite numero 2, in via Portofrankovskaja (che magnifico nome italiano per questa via, suona così italiano in russo, e quel franco che evoca libertà d’azione, spazio cuscinetto in cui provare ad alzare il capo e schiudere gli occhi su un mondo nuovo, quante connessioni di senso). È qui che passa la linea del fronte più avanzata...

Tra realtà e finzione / Zelensky, servitore del popolo?

In queste settimane sta andando in onda, in una modalità sperimentale e inedita, una nuova serie di fantascienza bellica. Non ha titolo (ma potrebbe benissimo essere “Orrore alle porte dell’Europa”) ed è trasmessa in chiaro sulle reti televisive di tutto il mondo. In uno scenario distopico dominato dal conflitto tra blocco occidentale e blocco orientale e dalle reciproche minacce di attacco nucleare, la Federazione Russa invade l’Ucraina, ex repubblica dell’URSS, bombardando le principali città del paese e martoriando la popolazione. Puntata dopo puntata lo spettatore assiste a terribili devastazioni, vengono alla luce atroci massacri perpetrati sui civili, mentre milioni di profughi si accalcano ai confini occidentali del paese in cerca di salvezza. L’anacronismo storico e il surrealismo della trama sono evidenti, ma l’immaginazione dei creatori della serie non fa sconti: la messa in scena è cruda ed estremamente realistica, le immagini delle atrocità sono cruente, la distruzione delle città e la disperazione della popolazione sono mostrate in tutta la loro drammatica violenza. La serie dovrebbe essere vietata ai minori ed è assolutamente sconsigliata a un pubblico sensibile....

Parole e immagini (3) / Qui Odessa. La città che ride

21 aprile 2022   Don’t Worry Be happy, una canzone di Bobby McFerrin nata giocando in sala di registrazione, è la versione newyorchese di Keep Calm and Carry On, lo slogan stampato dal governo britannico nel 1939 in un poster da due milioni e mezzo di copie. Sembrerebbe un motivetto da cantare sotto la doccia, non sotto le bombe, e fa venire un’espressione leggermente ebete sia a chi lo canta che a chi lo ascolta: il manifesto di una piccola felicità a priori da usare come un patetico scudo di cartone. Eppure a Odessa l’hanno usata sotto un cielo che promette morte. In un video che gira in rete, cinque soldati di una banda militare vestiti in mimetica e col berretto di lana nero soffiano tristemente negli ottoni davanti a un muro di sacchi di sabbia che sbarrano la strada, all’incrocio fra Lanzheronovskaja e Richelievskaya. Sullo sfondo c’è il teatro dell’Opera, ci sono le bandiere gialloblu che guizzano e un cielo praticamente nero. L’effetto è bizzarro, una cacofonia dell’anima.   L’immagine mi si è appicciata sotto la retina, ora non potrò più ascoltare l’attacco della canzone senza ricordare queste immagini. La musica è un materiale instabile, assorbe tutto, e a...

Per fare chiarezza / Aggressione, crimini di guerra, genocidio

Nel drammatico scenario della guerra in Ucraina, tra morti e rovine, è comparso un nuovo soggetto di cui s’invoca il rispetto, il diritto bellico. Il presidente ucraino parla di ‘genocidio’, le fonti internazionali di crimini di guerra, contro l’umanità, di aggressione… Benché sia disturbante, la guerra di per sé e in quanto tale non è considerata un crimine dall’assetto internazionale. Infatti la maggior parte delle istituzioni e dei governi preferiscono evitare lo scontro militare, esso è purtuttavia un'eventualità possibile, seppur non auspicabile. Fatta questa premessa nella guerra la licenza di uccidere non è illimitata: nel conflitto alcuni comportamenti sono vietati, regole e sanzioni disciplinano la condotta degli Stati. Nel conflitto ad esempio, se è scontato che i soldati ammazzino altri soldati, allorché invece avviene la resa al o del nemico il vincitore deve limitarsi a prendere in custodia i prigionieri senza torcere loro un capello.   Comportarsi diversamente significherebbe incorrere in un ‘crimine di guerra’, categoria giuridica questa prevista dallo Statuto della Corte Penale Internazionale dell’Aja (art. 8). Nei Paesi che si consideravano "civili" il...

Cinque / Diario Russo. Tolstoj fuorilegge a Mosca

Le notizie che arrivano dalla Russia in questa settimana sono sconfortanti. Oltre all’adattamento, disgustoso quanto si vuole ma, ahimè, normale in condizioni come queste, la situazione all’interno del paese peggiora di giorno in giorno. Un peggioramento che non è solo economico, anzi, al momento le sanzioni si avvertono fino a un certo punto, perché il loro effetto viene alleviato dalla bilancia commerciale in attivo: d’altronde, non si riesce più a importare nulla, e l’esportazione di gas e petrolio continua a registrare ottimi incassi. Una parte di quell’ampia zona grigia, frastornata, disorientata tra shock e non accettazione della guerra, ora si è schierata. Mi è capitato di esser testimone di chi, durante i primi giorni di guerra, con la chiusura delle principali catene di abbigliamento e di consumo, mi chiedeva una mano per cercare lavoro qui in Italia, e ora pubblica i maldestri e velenosi “reportage” di alcuni interessati italiani, pronti a negare qualsiasi possibile realtà mostruosa del conflitto.   E forse questa reazione è indicativa di cosa hanno prodotto i due decenni del sistema di Putin in Russia, inoculando nella coscienza collettiva un siero composto di...

Quattro / Diario russo. Nuvole di sangue

La lunga strada verso l’Italia è fatta di incontri e di tentativi di elaborare il distacco dalla nostra vita precedente. Narva-Jõesuu è la prima tappa del nostro itinerario, luogo di riposo e di vacanze sin dalla tarda età imperiale, quando si chiamava Hungerburg, ovvero città della fame. Gli estoni, all’epoca dominati dalla nobiltà tedesca del Baltico, preferivano chiamare quel posto Meresuu, “bocca del mare”, e così si chiama il posto dove alloggiamo. Nella hall si parla russo, la receptionist ha vissuto in Italia per qualche tempo e scambiamo due parole, e alle pareti ci sono foto delle celebrità dello spazio post-sovietico che hanno visitato l’hotel, tra cui Anne Veski, icona della canzone estone del periodo sovietico. Una coincidenza strana: eravamo stati, nel 2019, in un altro hotel a Tallinn, nella località di Pirita, dove si erano tenute le gare di vela durante le Olimpiadi di Mosca 1980, e vi è un video della Veski che canta Pozadi krutoj povorot (Alle spalle, una curva difficile) proprio lì, nel 1984. E forse è la consapevolezza di esser passati, come prosegue la canzone, su un ghiaccio ingannevole che ci porta a una frenesia fatta di lezioni, incontri e chilometri....

Media e leadership / I selfie di Zelensky, i tavoli di Putin, gli occhiali di Kim

Gli esperti sono unanimi nel riconoscere le innovazioni apportate dal presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky alla comunicazione della leadership politica in tempo di guerra. Con una cadenza ormai quotidiana, dal suo bunker a Kiev, Zelensky pone il mondo di fronte a una inedita e dissonante evidenza: al tempo dei social e della connessione costante, comunicare efficacemente dal cuore dell’assedio è possibile. Il suo è un vero e proprio viaggio ufficiale in videoconferenza nei parlamenti e nei consessi del mondo occidentale (almeno 20 nel mese di marzo).   Ogni discorso è uguale ma diverso, come un format. Per supportare le sue richieste di auto militare, Zelensky punta sull’empatia cercando paragoni storici che facciano capire ai rappresentanti e ai cittadini dei singoli paesi lo stato emotivo in cui versano gli ucraini: cita Churchill ai britannici, Pearl Harbour e l’11 settembre agli americani, Genova agli italiani, la Shoah agli israeliani… Il discorso al Congresso degli Stati Uniti è stato fatto precedere da un video realizzato per l’occasione che affiancava le immagini di un’Ucraina bella e spensierata nel suo percorso di emancipazione dall’influenza russa al found...

Tre / Diario russo. Da Napoli all'Estonia

Giovedì 24 marzo ho iniziato la mia traversata di metà Europa, da Napoli verso Narva, per riprendere la mia famiglia in uscita dalla Russia. Circa 3200 km al volante, altrettanti al ritorno, attraversando l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca, la Polonia, e poi i tre paesi baltici fino all’antica fortezza ora estone, già tedesca, svedese e russa, importante centro strategico distrutto quasi totalmente nel 1944 durante l’offensiva sovietica. Si tratta di un tragitto a tappe forzate, perché devo arrivare di lunedì a destinazione, e con qualche rischio: in Europa settentrionale è tornato il freddo, e la mia cara vecchia automobile è abituata a climi più miti. Nel viaggio provo a mantenermi attivo, partecipando a iniziative e attività scientifiche, collegandomi dai posti più disparati: per una lezione in un liceo di Genova mi fermo all’area di servizio di Giove sull’A1, per un seminario del Centre d’analyse et prevention strategique e per una conferenza dell’Università della Tuscia sfrutto il wifi di un bar di un distributore Eni a un’ora di guida da Vienna, mentre faccio lezione il sabato mattina da Czestochowa, in un albergo a via Combattenti della Battaglia di Montecassino....

Coincidentia oppositorum / La guerra è roba da vecchi?

Quindici giorni fa sono stato invitato dall’Associazione lacaniana internazionale a discutere con Charles Melman, il grande vecchio della psicoanalisi francese, allievo della prima ora di Jacques Lacan, che gli aveva affidato la gestione della propria scuola designando in lui il proprio continuatore. Poi, si sa, le vicende non sempre vanno nel modo più lineare, le scuole lacaniane si sono moltiplicate lungo tante linee di frattura, talvolta dolorose, talvolta feconde. Ma questa è un’altra storia.  Avrei dovuto discutere con Melman del destino di una società, la nostra, ormai disancorata, o largamente disancorata, dal riferimento religioso. Era una sua proposta, una sua preoccupazione. L’aveva manifestata l’estate scorsa, quando iniziammo a parlare di questo dialogo che alcune comuni amiche romane volevano promuovere in seno all’Associazione. Poi, un mese fa, è scoppiata la guerra russo-ucraina. Melman ha proposto di ragionare sull’urgenza, di ragionare sulla guerra. Ha anche proposto un titolo o una domanda. La guerra è roba da vecchi? Così mi ha scritto in una mail. La guerre est-elle un truc de vieux?   Abbiamo poi fatto questo dialogo, ho accolto la domanda del grande...

Due / Diario russo. Razryv

Storie   La parola razryv in russo vuol dire rottura, ma anche lacerazione, strappo, separazione. E in questi giorni forse nessun vocabolo è in grado di spiegare così bene cosa sta accadendo nella società russa, nelle relazioni intime, negli affetti, nelle amicizie. Mi scrivono le mie ragazze e i miei ragazzi, mi chiedono come sto, alcune volte aggiungono di essere orgogliosi delle scelte che ho fatto. Alcuni di loro vivono in Italia, dove studiano nei corsi magistrali di alcuni atenei. Appena posso, in questi giorni dove l’orrore non conosce tregua, li incontro, ci parlo. E le storie che mi raccontano aggiungono ancor più dolore, perché sono giovani lacerati, tra la scelta etica di non accettare la guerra e la sua pornografica propaganda, e le loro famiglie. Alcuni genitori sostengono la cosiddetta “operazione speciale”, altri pagano sul posto di lavoro i permessi di soggiorno dei propri figli, e quest’ultimi si trovano dilaniati, tra coscienza e amore. Altre famiglie sono divise dai bombardamenti di queste quattro settimane di guerra, lacrime e silenzi si alternano nell’affrontare la tragedia, incredulità, rancori e disperazione popolano le notti.    Discorsi...

Testimonianze / La guerra nelle parole dei rifugiati

La guerra nelle parole dei rifugiati (Enrico Osvaldi)   Appena l’estate scorsa, nell’afa di un balcone di una piccola “Khruščevka” [Casa sovietica del periodo Khruščev] in ulitsa Družba Narodov a Kyiv, tra i racconti di una vita trascorsa nell’URSS, infinite tazze di čaj, fotografie di Levitan, e quell’onnipresente odore di aneto che inonda le case dell’est europeo, mai avrei immaginato di trovarmi, appena pochi mesi dopo, in un tendone nel centro di Bologna a raccontare con malinconia quel periodo alla fiumana di profughi che ogni giorno si affretta alle porte chiedendo aiuto e comprensione. Lo racconto, nei momenti vuoti tra una domanda e l’altra degli assistenti sociali, a chi richiede asilo, basiche necessità, o un luogo in cui dormire. Mi avvicino a loro e cerco per un momento di tranquillizzare i loro sguardi impauriti. Nel caos del tendone, tra bambini che corrono e operatori che monotonamente riempiono i loro moduli o eseguono i loro compiti, lo sguardo di uno studente di storia russa e dell’ex-URSS è doppiamente malinconico e, per quanto possibile, conscio. Sembra di colpo di trovarsi in uno dei racconti di Isaak Babel, dove storie di uomini e donne in tempi d’orrore...

Il progetto imperiale di Putin / Russia, Ucraina, Europa: la fine dell’età post-sovietica?

“Il periodo di recupero è finito. La fase post-sovietica nello sviluppo della Russia, del resto, così come nello sviluppo del mondo intero, è completata ed esaurita.”   Nel primo dei documenti programmatici che anticipavano la sua candidatura al terzo mandato presidenziale nel 2012, Vladimir Putin dichiarava la fine della ‘fase post-sovietica nel processo di sviluppo della Russia’ e del resto del mondo, e l’inizio di una nuova era. Un’era in cui era possibile ‘ripristinare la controllabilità elementare del potere’, ‘restituire alla Russia lo status di entità geopolitica’, ‘stabilire un sistema sociale e migliorare l’economia’ del Paese. “La fine della fase post-sovietica” veniva dunque sancita direttamente dalle parole di Putin. Ma che significato aveva in termini politici un’affermazione del genere?   Affermazioni che al tempo potevano sembrare puramente funzionali alla campagna elettorale presidenziale hanno poi trovato una loro concreta applicazione in una serie di riforme relative al ‘ripristino della controllabilità elementare del potere’, approvate nei primi anni seguiti alla rielezione di Putin al terzo mandato presidenziale: la legge federale sulle riunioni...

Uno / Diario russo. 19 marzo 2022

Riflettere su avvenimenti in grado di cambiare la storia è sempre molto difficile, è addirittura banale affermarlo, ma farlo quando questi eventi hanno un effetto immediato sulla propria vita è impresa ben più ardua. Come per l’Ucraina, per la Russia vi sarà un “prima” e un “dopo” il 24 febbraio, quando i primi missili e le prime bombe sono piombate su Kiev, Kharkiv, Chernihiv e altre città poco prima dell’alba, gettando un popolo, quello ucraino, nel terrore e nell’angoscia, e rendendo i russi ostaggio di un azzardo orribile. All’aggressione militare corrisponde in questo momento il totale restringimento di quei pochissimi spazi d’espressione e d’informazione ancora presenti in Russia, con misure che seguono una escalation durata più di un decennio contro la società civile. Non si tratta più dell’avvelenamento di Navalny, della liquidazione di Memorial, dei media e dei giornalisti bollati come agenti stranieri, ma del tentativo di zittire chiunque. Per un post sui social arriva il Centro E (la lettera sta per Estremismo) del Ministero degli interni a casa di buon’ora; se ci si trova di passaggio per il centro di Mosca in concomitanza con una manifestazione non autorizzata si...

Aleksandra Kaluzhskikh / Protestare in Russia: un interrogatorio

Il 6 marzo a Mosca e in tante altre città russe vi sono state numerose proteste contro la guerra in Ucraina. Secondo i dati di OVD-INFO (un'organizzazione indipendente che fornisce assistenza legale ai prigionieri politici e che è attualmente riconosciuta come agente straniero, ma continua a lavorare), avevano protestato decine di migliaia di persone di cui sono state arrestate 5186. Pubblichiamo la traduzione della registrazione dal commissariato di polizia a Brateevo, un quartiere di Mosca. Una delle arrestate, Aleksandra Kaluzhskikh ha registrato quanto avveniva sul suo smartphone. Qui il link originale.   La poliziotta: Dove risiede abitualmente?  La detenuta: Mi rifiuto di parlare. Articolo 51 [articolo della Costituzione delle Federazione Russa che attribuisce a ognuno il diritto di non testimoniare contro sé stessi].  La poliziotta: Va bene, va bene. (ridacchia) Numero di telefono per far chiamarla al tribunale. E non prendermi per il culo La detenuta: No, voglio che mi venga inviata una convocazione per posta.  La poliziotta: E dove?  La detenuta: All’indirizzo della registrazione.  La poliziotta: Va bene. Dove studia?  La detenuta:...

Compassione e giudizio / Considerazioni sulla guerra

Come ogni guerra, anche questa che il potere russo ha portato in Ucraina, è un teatro di morte e di violenza. L’atto del distruggere – vite, abitazioni, legami, istituzioni – soltanto in apparenza è strumento per un’affermazione di supremazia, di dominio territoriale, di controllo; nei fatti disvela la pulsione più propria di una politica fondata sul mito della potenza e non sulla cura della res pubblica, sui fantasmi del sacro suolo e non sulle regole del vivere civile: una pulsione che consiste nel togliere volto, pensieri, affetti, cioè singolarità vivente e senziente ai corpi di migliaia o milioni di individui, per il fatto che in un dato momento vengono considerati, in certo modo identificati, soltanto come appartenenti a un Paese ritenuto un pericoloso campo di minaccia. È dalle terre di confine che giungono sempre le minacce. Le motivazioni belliche invocano le loro ragioni, esibiscono i loro obiettivi geopolitici. Solo che nel dare forma visibile a queste ragioni, nel perseguire questi obiettivi, scelgono la via della cancellazione: di vite umane, di vite animali, di ambienti, di storia e cultura.   La politica delle armi, se osservata a distanza di qualche decennio...

Diario 5 / Quando leggo Tolstoj mi sento voluto bene

Lunedì 28   Una vita per leggere, ci vorrebbe. Invece ce n’è a stento una per vivere, ma quando si leggono certi autori come Tolstoj, si ha la sensazione di essere voluti bene. Me lo ritrovo scritto nel messaggio di un amico di Bologna, anche lui professore. Ogni tanto manda delle poesie, anche delle foto. Una volta mi ha spedito la fotografia della lavagna che aveva alle spalle della cattedra. C’era questa scritta: sigillate i vostri orifizi in generale e chiudete il becco in particolare.  Rude, politicamente scorretto e molto amato dagli studenti. Quel giorno facevano un baccano indiavolato. Trenta maschi grandi e grossi. Lui si è alzato, ha scritto in silenzio alla lavagna ed è rimasto in piedi lì di fianco senza dire una parola. Si sono calmati quasi subito, come vitelli. Potenza della parola fulminante che si fa eco di un grande sentire, e che rompe le regole.   È un uomo ispirato dal pensiero laterale, questo mio amico di Bologna. Qualcosa che ispira anche una mia collega di latino, ma in modo diverso. Lei parla solo a bassa voce, bassissima, al limite dell’udibile. E lascia spalancata la porta dell’aula. Quando passo dal corridoio non si sente volare una...

Intervista con il sociologo Grigory Yudin / Un movimento contro la guerra in Russia

Il 24 febbraio, la Russia ha cominciato la guerra in Ucraina. In quello stesso giorno, sono cominciate le proteste in tutta la Russia. È difficile chiamarle manifestazioni di massa, anche se in definitiva quasi 6,500 persone sono state arrestate (in Russia, questo genere di assembramenti è di fatto vietato, e le autorità perseguono persino individui che fanno picchetti solitari). Anche il sociologo Grigory Yudin è stato arrestato ed è finito in ospedale in seguito a una protesta contro la guerra a Mosca. La corrispondente speciale per Meduza Svetlana Reiter ha discusso con Yudin il motivo per cui non ha senso dire che le proteste in Russia siano “piccole” – e perché Yudin crede che gli studiosi e gli intellettuali debbano assumere una posizione dettata da principi morali. [Meduza è un organo russo di informazione indipendente con sede in Lettonia, che pubblica sia in inglese che in russo. Di recente è stato preso di mira dal Cremlino e ha invitato i suoi lettori e le sue lettrici dall’estero a sostenerlo. NdT]   Quando abbiamo cominciato a pianificare questa intervista, hai avuto da ridire sulla mia affermazione che le proteste contro la guerra fossero piccole: “Non così...