Tre libri di Alessandro Vanoli / Si passano le stagioni e si aspetta l’estate

13 Gennaio 2021

Faremo come le lumache di Prévert che si misero in cammino per andare al funerale delle foglie (Jacques Prévert, Chanson des escargots qui vont à l’enterrement, in Paroles, 1945, Paris, Gallimard, 1972). Partono una bella sera d’autunno e arrivano però che «hélas... c’est déjà le printemps». Le foglie erano morte ma adesso sono tutte resuscitate. 

 

Anche noi partiamo una bella sera d’autunno, non per andare a un funerale però, bensì per parlare di autunno in autunno partendo da un libro sull’autunno (Alessandro Vanoli, Autunno. Il tempo del ritorno, Bologna, il Mulino, 2020). E come le lumache di Prévert, attraverseremo l’inverno (Id., Inverno. Il racconto dell’attesa, 2018) per arrivare alla primavera (Id., Primavera. La stagione inquieta, 2020).

Dovrebbe seguire l’estate ma non è ancora stato pubblicato il libro che completa il quatuor, e quindi faremo ancora come le lumache di Prévert: ci metteremo a cantare la canzone dell’estate, a bere e a trincare e a cantare a squarciagola, perché si potrà tornare a cantare, e poi torneremo a casa, molto lentamente, e la luna veglierà su di noi.

 

 

Partiamo in autunno e dall’autunno con Vanoli, di cui apprendiamo nel risvolto di copertina che fa l’«esperto di storia mediterranea». Un mestiere e una expertise affascinanti e poliedrici come i suoi bei libri sulle stagioni, che sono sì anche libri di storia mediterranea ma anche molto di più; sono caleidoscopi culturali in cui i riferimenti provenienti da storia, letteratura, musica, arti figurative, ricordi autobiografici dell’autore, scienze naturali e così via ricreano l’atmosfera autunnale della stagione più malinconica, con tutte quelle foglie morte d’intorno, con la nebbia, il freddo che arriva e tutta la natura che sembra addormentarsi. Un’idea e un’atmosfera trasmesse quasi più dal termine angloamericano per autunno, fall, caduta, che non dal più antico autumn, che al pari di autunno racconta un’altra storia e trasmette un senso di pienezza: autunno dal latino augére, aumentare, arricchire; perché l’autunno offre generosamente frutti e uva matura, aumentando le ricchezze di chi coltiva la terra. Ma non c’è soltanto vino, d’autunno, in area mediterranea, ci sono anche castagne (i frutti dell’albero per eccellenza delle parti ove ora mi trovo, l’arbol, il castagno), e funghi, “buoni da mangiare buoni da seccare, per farci il sugo quando viene Natale” (Francesco De Gregori, Generale, 1978).

 

Con Natale, andando al nostro passo di lumachina, saremo appena entrati nell’inverno come tale e come libro. Avremo lasciato San Martino e il rinnovo degli affitti agricoli e il cacciatore sull’uscio, avremo lasciato indietro i pastori – lo avevamo già fatto in settembre, agli inizi dell’autunno, mentre tornavano verso il mare come per un “erbal fiume silente” (anche il silenzio e il buio che cala presto sono caratteri dell’autunno, ricorda Vanoli); lasciamo insomma la stagione intermedia, una «mezza stagione» come la primavera, e, passando le stagioni, inoltriamoci nella stagione intera dell’inverno, con le nevi e i ghiacci e la galaverna di cui parlano le storie di Vanoli e che oggi non si vedono quasi più. Certo che le descrizioni dell’inverno del medioevo, in senso proprio, non come nella metafora di Huizinga, che poi era l’autunno, fanno venire i brividi di freddo. E non la scampavano neanche i re, neanche gli imperatori e i papi: Gregorio VII e Enrico IV a Canossa, ospiti della grancontessa Matilde di Toscana, in un inverno pieno di freddo e di gelo, più o meno come ogni inverno che i nostri avi abbiano conosciuto. Passando per l’inverno moderno nel senso che l’aggettivo ha per uno storico, quindi dei tempi della Riforma, con Lutero, l’albero di Natale e San Nicola, e poi i racconti di Andersen e Anna Karenina, la conquista dei Poli e le campagne di Russia e le ritirate di Russia e il sergente nella neve, e poi il Natale bianco e White Christmas, con un’incursione non proprio mediterranea nelle nevi degli incantevoli paesaggi giapponesi.

 

 

La primavera tarda ad arrivare, con queste temperature, mentre le lumache di Prévert camminano e camminano e le giornate si allungano e i prati si riempiono di fiori e adesso aggiungo anch’io un ricordo, ma non un ricordo d’infanzia come quelli di Vanoli. È il ricordo di un viaggio a piedi, con lo zaino, pochi anni fa, nell’isola di Creta, nel mese di febbraio, che in molti paesi europei e per il caledario è ancora inverno. E invece a Creta, sotto le nevi del Monte Ida dove nacque Zeus, i prati già verdi fiorivano di migliaia di anemoni bianchi, rossi viola, i fiori del vento, mi dico inventando l’etimologia, i fiori del vento di Primavera, come se Proserpina fosse già risalita dall’Ade per trascorrere i suoi due terzi dell’anno con la madre Démetra, ed era soltanto febbraio.

E intanto si passano le stagioni e si aspetta l’estate di Vanoli e l’estate reale, e le lumache saranno arrivate e dopo un attimo di delusione ascolteranno le parole del sole che le inviterà ad accomodarsi e dirà loro:

 

Prendete prendete il disturbo

Il disturbo di sedervi

Prendete un boccale di birra

Se ne avete l’animo

[...]

Ma non prendete il lutto

Sono io che ve lo dico

Annerisce il bianco degli occhi

E poi vi imbruttisce

Le storie dei funerali

Sono tristi e per niente belle

Riprendete i colori

I colori della vita...

 

Perché la Canzone delle lumache che vanno al funerale non canta della morte ma canta del trionfo della vita sulla morte. E la morte nel ‘45 era la guerra che era appena finita e quindi non ‎bisognava indugiare oltre, bisognava riprendersi la vita e suoi colori e mettersi a cantare fino a ‎sfinirsi la canzone della vita, dell’estate, e bere e ubriacarsi, mentre nell’alto dei cieli la Luna (e non ‎altri) veglia sul  mondo...

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