Giovanni Moro: contro il non profit, ma in ritardo

4 Giugno 2014

Nella Bibbia si legge che quando Gesù andò verso Gerico, Zaccheo, che era basso di statura, salì su un albero di sicomoro fuori dalla città per vedere per primo il profeta e annunciare alla popolazione della città il suo arrivo. Il "vedere prima" non è una caratteristica degli individui egoisti, ma al contrario è una dote di quei soggetti sociali che capiscono prima degli altri il nuovo, le trasformazioni del proprio tempo. Con altre parole Margareth Mead alla vigilia del '68, analizzando il nuovo ruolo degli studenti, parlava in modo più calzante di prefiguratori. Il "vedere prima" è stato il talento dei nuovi soggetti sociali in diverse epoche storiche, e anche una responsabilità delle avanguardie politiche e sociali. Per questo, si potrebbe dire, Zaccheo è uno dei primi avanguardisti sociali della storia, o almeno il simbolo di questi.

 

Dalla saggistica sociale e politica ci si aspetta questa capacità. Il saper leggere, prima di tutti, i cambiamenti e le tendenze della nostra realtà sociale. Tuttavia, leggendo Contro il non profit, il provocatorio pamphlet di Giovanni Moro (179 pagine per 12 euro pubblicato da Laterza), non si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un'opera che "vede prima", ma di un testo in ritardo, fuori tempo massimo, un'occasione persa.

 

Giovanni Moro, Contro il non profit, Laterza

 

Moro, noto sociologo che si occupa del terzo settore da tempo, oggi presiede il think tank Fondaca ma è stato per anni segretario generale di Cittadinanzattiva. Contro il non profit è un'analisi impeccabile della degenerazione del non profit, le sue conseguenze economiche e giuridiche negative e la fine del terzo settore: "con questa espressione si intende una categoria del pensiero economico diventata prima teoria sociale, poi provvedimento legislativo di carattere tributario e quindi spazio protetto di azione in cui un po' tutto è possibile (...) con tutto ciò che ne consegue in termini di dubbia utilità sociale, possibili arricchimenti personali, conflitti di interesse, elusione fiscale, rapporti di lavoro insani, concorrenza sleale con le imprese private, ricchi che diventano più ricchi e poveri più poveri, 'buoni' che legittimano vantaggi per i 'cattivi'". Che cosa hanno in comune, infatti, un doposcuola in un quartiere degradato con un'organizzazione sportiva, oppure un pub con un'associazione che si occupa di disabili e anziani, si chiede l'autore constatando il proliferare insano di onlus e simili? Oppure quante ingiustizie si nascondono nelle pieghe della burocrazia italiana del privato sociale (si pensi alle coop sociali nate come strumento di liberazione e autonomia dei lavoratori e diventate invece organi di sfruttamento della precarietà degli operatori)?

 

L'analisi di Moro per capire cause, conseguenze e soluzioni al problema del terzo settore è divisa in cinque parti: l’invenzione del non profit; la spettacolarizzazione comunicativa del non profit trasformato in un luogo dei buoni sentimenti e del politicamente corretto; l'istituzionalizzazione e il depotenziamento delle prerogative del non profit; le patologie provocate dal "magma delle organizzazioni non profit" nella società italiana; la riclassificazione delle organizzazioni ex non profit per valutare ciò che di buono e di cattivo si è sviluppato finora.

 

Buona parte della tesi contro il non profit dell'autore verte sull'arbitraria invenzione della classificazione internazionale fatta dalla John Hopkins University di Baltimora negli anni '90 delle organizzazioni del welfare. L'"effetto alone", mediatico e legislativo, provocato dal framework statistico per la misurazione del contributo specifico delle istituzioni non profit all'economia nazionale viene giudicato da Moro come la prima causa della degenerazione di questo mondo. Tuttavia questo assunto teorico è molto debole e non sufficiente a spiegare la natura complessa di cosa è diventato il lavoro sociale in questi anni. Non si capisce perché la classificazione scientifica e statistica di un fenomeno sociale, che ha origine almeno con la fine della seconda guerra mondiale, sia la casa del suo deperimento e non una conseguenza. Come non è completamente comprensibile come una ri-classificazione formale e istituzionali delle organizzazioni non profit possa causare una riforma delle stesse (e secondo quali parametri valutativi? stabiliti da chi?). Inoltre l'autore ha buon gioco a stigmatizzare comportamenti negativi derivati dal non profit: si pensi alle truffe, alle evasioni fiscali e agli scandali che derivano dal sociale e che hanno sempre una ampia, e facilmente indignata, copertura mediatica. Quindi l'aspetto esplicitamente provocatorio del libro di Moro poggia sulla cosiddetta retorica contro gli sprechi di denaro pubblico e gli scandali della società (in)civile. La parte più esaustiva è quella che riguarda il caso italiano, un vero e proprio disastro legislativo controproducente e dannoso, a riprova che nel nostro paese per ogni legge è facile trovarne un'altra che dice il contrario. Le poche intuizioni - tra cui quella economica sull'identità progressiva tra assistenti e assistiti e sulla trasformazione dei bisognosi di servizi in clienti - sono superate da un diluvio di terminologia teorica in inglese (wording) piuttosto sterile.

 

Ma quello che colpisce, appunto, è il ritardo con cui Moro arriva ad alcune conclusioni sulla fine del non profit e sulle sue trasformazioni. La mancanza principale di Contro il non profit è una contestualizzazione storica della trasformazione di questo mondo, almeno per quanto riguarda gli ultimi 30-40 anni. Moro lamenta che non ci siano stati, in questi anni, momenti di analisi e autocritica, mentre al contrario sono state molte le occasioni in cui questo dibattito ha avuto luogo, anche in tempi recenti, anche per chi, come me, appartiene alla generazione dei trenta-quarantenni. Basti pensare che il convegno "Terzo settore, la fine di un ciclo" organizzato dalla comunità di Capodarco a Roma è di almeno dieci anni fa. La stessa fondazione di un'agenzia di stampa, Redattore sociale, da parte sempre di Capodarco, è stata da una parte una forma di reazione a quell'"effetto alone" mediatico di cui parla Moro - il tentativo cioè di creare la prima agenzia di stampa completamente dedicata alla disabilità e a temi sociali -, dall'altra un tentativo di critica permanente all'iniziativa del sociale sia del pubblico che del privato. Per non parlare dell'impegno di teoria, a partire dalla pratica, di gruppi e iniziative, come il Centro territoriale Mammut che opera con un metodo proprio a Scampia e che, appena un anno fa, ha organizzato a Napoli un convegno dedicato al "Sociale al tempo della crisi". L'intuizione di Moro, sul fatto che operatori e bisognosi di cure e servizi siano stati avvicinati dalla crisi economica, è stata profondamente elaborata e ragionata da parte del non profit, con tentativi di reazione alla crisi economica del 2008 con riscoperte di mutuo appoggio e soccorso per i più poveri.

 

Nell'analisi di Moro si sente l'assenza proprio di un discorso critico della trasformazione economica del sociale: il taglio continuo alla spesa pubblica; l'avanzare delle families del sociale che stanno imponendo un welfare sul modello nord-americano; l'introduzione del 5permille come bivio di questa definitiva trasformazione del welfare della carità; la crisi dei corpi intermedi per far valere le proprie ragioni in dialettica con le istituzioni e la politica. Tutti temi che non trovano spazio o solo pochi accenni nel libro di Moro.

 

Proprio quest'anno sono state pubblicate due opere, un romanzo e un saggio, che riguardano il mondo del non profit in un senso più avanzato e maturo di quello proposto da Moro in Contro il non profit: si tratta di I Buoni di Luca Rastello (Chiarelettere) e di Critica della vittima di Daniele Giglioli (Nottetempo). Il romanzo di Rastello, tra le altre cose, è una delle più precise descrizioni del linguaggio, dell'ipocrisia e della manipolazione di cui è capace il mondo dei "buoni", il sociale che si auto-assolve e si costruisce una classifica di valori ricattatori per la politica e per la società dello spettacolo. Il saggio di Giglioli è invece una dissertazione filosofica del vittimismo, metodo e valore di base di moltissime iniziative sociali, oltre che politiche. Due opere che hanno provocato discussioni e polemiche, le stesse che si sarebbe augurato Moro alla fine del suo pamphlet. Non è un giudizio di merito o di utilità di un'opera rispetto a un'altra, ma proprio il confronto tra Contro il non profit e questi libri rende l'idea del ritardo dell'intervento di Moro sul dibattito storico sul mondo del terzo settore.

 

Nonostante Moro conosca molto bene questo mondo e abbia tutti gli strumenti tecnici e legislativi per fare una critica approfondita, il suo pamphlet provocatorio è deludente e superato. Per tornare alla metafora iniziale, libri come quelli di Rastello e Giglioli sono dei libri-Zaccheo che sanno prefigurare, tenendo bene presente il passato, le evoluzioni di un fenomeno sociale, vedere prima e dire prima degli altri. L'impressione che Contro il non profit sia un'opera che non sale sull'albero di sicomoro per annunciare il nuovo, ma resta tra la folla di Gerico e forse non riesce neanche a riconoscere il profeta.

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