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Per John B.

(7 risultati)

Ritratti d’artista ad alta voce / Francisco de Zurbarán (1598-1664)

È stato sette anni fa, alla Galleria Nazionale di Stoccolma, che ho cominciato a interessarmi veramente a Zurbarán. Zurbarán, che in vita, nel corso del xvii secolo, era famoso, ha ripreso a parlarci alla fine del nostro secolo, il xx. Vorrei cercare di spiegarmi perché sia successo. Il dipinto di Stoccolma che mi ha fatto tornare sui miei passi è stato Il velo della Veronica. (Ne dipinse varie versioni.) Il fazzoletto bianco è affisso a una parete scura. Il suo realismo è tale da rasentare il trompe l’œil. Sul lino bianco (o è cotone?) sono rimaste le tracce del viso macilento e tirato di Cristo, che porta la croce sul Golgota. L’impronta del viso è color ocra e monocroma, come si addice a un’immagine disegnata dal sudore.     La tela di Stoccolma mi ha permesso di capire qualcosa che vale, io credo, per qualsiasi opera visiva capace di impressionarci. La pittura deve innanzitutto convincerci – all’interno dell’uso particolare del linguaggio pittorico scelto – di cosa c’è lì, della realtà di quanto rappresenta. Nel caso di Zurbarán, del fazzoletto appeso alla parete. Qualsiasi dipinto che abbia una sua forza offre prima di tutto...

Ritratti d’artista ad alta voce / Maggi Hambling (1945)

Eccomi all’inizio, dove ho convenuto di essere, e non so cosa fare. I disegni che seguono raccontano la propria storia e parlano da sé in maniera così diretta e nuda da lasciare senza fiato. Aggiungere parole equivarrebbe a ve-stirli, e a distrarre dalla loro nudità. Direi di più: aggiungere parole – qualunque parola – rischia di essere una forma di censura. La persona amata non può essere descritta a terzi. Non perché l’amore sia cieco, ma perché l’amante ha scoperto e ha avuto modo di vedere qualcosa che di solito si cela. Gli amanti si spogliano vicendevolmente con passione, e parte della promessa racchiusa nella passione fisica è la possibilità di mettere a nudo anche un’anima: una promessa talvolta soddisfatta, spesso no. Eppure, quando lo è, gli amanti si rivelano reciprocamente qualcosa che al resto del mondo è nascosto.   La rivelazione può essere fugace o quasi istantaneamente celata o negata, ma di rivelazione si è trattato, e per loro natu- ra le rivelazioni non sono comunicabili in nessun linguaggio quotidiano in uso nel mondo. Da qui la solitudine dell’amore. Essere amati è essere smascherati. Il verbo «smascherare», nell’uso...

Ritratti d'artista ad alta voce / René Magritte (1898-1967)

Magritte accetta e usa un certo linguaggio pittorico. Questo linguaggio ha più di cinquecento anni e van Eyck ne fu il primo maestro. Esso presuppone che la verità vada trovata nelle apparenze: ecco perché vale la pena di conservarle rappresentandole. Presuppone una continuità nel tempo e nello spazio. È un linguaggio che parla, com’è ovvio, di oggetti – mobilio, vetro, tessuti, case.   È in grado di esprimere un’esperienza spirituale, ma sempre entro uno scenario concreto, circoscrivendola con una certa materialità statica – le sue figure umane parevano statue prodigiose. Il valore della materialità si esprimeva attraverso l’illusione della tangibilità. Non posso ripercorrere qui le tappe della trasformazione subita da questo linguaggio nel corso di cinque secoli. I suoi presupposti fondamentali, tuttavia, sono rimasti immutati e rappresentano ciò che la maggior parte degli europei continua ad aspettarsi dalle arti visive: somiglianza, rappresentazione delle apparenze, raffigurazione di eventi particolari e del loro scenario.   Chiara Lagani. Magritte non ha mai messo in dubbio che tale linguaggio fosse adatto a esprimere ciò...

Ritratti d'artista ad alta voce / Matthias Grünewald (1470 ca.-1528)

Le case sbilenche, le strade anguste e gli stipiti inclinati delle porte di Colmar non hanno un aspetto pittoresco. Sono soltanto vecchi, immutati e obsoleti. A parte la piazza e la cattedrale, c’è un solo altro punto di riferimento: un alto camino che erutta fumo nero proprio dal cuore della città. È la caldaia del bagno pubblico. I bagni privati sono un lusso moderno. Sicché, a modo suo, Colmar prepara il visitatore alla pala d’altare di Grünewald. La città allude a un’epoca diversa, con diverse aspettative di vita. A meno che non colga questa allusione, il visitatore non andrà più in là del cliché che il genio mistico di Grünewald era senza tempo.   La pala d’altare, oggi ospitata nel museo cittadino, consiste di dieci distinti pannelli, i più memorabili dei quali sono la Crocifissione, la Resurrezione e la Tentazione di sant’Antonio. Alla Crocifissione, oggi una delle più famose che siano mai stati dipinte, viene sempre fatto riferimento quando si discute di espressionismo, crudeltà germanica ed estasi religiosa. A me pare che il suo vero significato sia molto più preciso. È uno dei pochi grandi dipinti sulla malattia, sull’infermità fisica.    Maria Paiato....

Ritratti d'artista ad alta voce / Piero della Francesca (1416/1417 ca.-1492)

Dopo aver letto il Galileo di Brecht ho riflettuto sul dilemma dello scienziato.  E sono rimasto colpito da quanto sia diverso da quello dell’artista. Lo scienziato può rivelare o nascondere i fatti che, sostenendo la sua nuova ipotesi, lo avvicinano alla verità. Se deve combattere, può farlo basandosi su una prova. Per l’artista invece la verità è variabile. Egli si occupa della particolare versione, del particolare modo di vedere che ha scelto. L’artista non ha niente su cui basarsi – tranne le proprie decisioni.   È questo elemento arbitrario e personale dell’arte a far sì che per noi sia così difficile essere sicuri che stiamo seguendo con precisione i calcoli dell’artista o capendo appieno il suo procedimento mentale. Davanti alla maggioranza delle opere d’arte, come con gli alberi, riusciamo a vedere e valutare solo una parte del tutto: le radici sono invisibili. Oggi questo elemento misterioso viene sfruttato e abusato. Molte opere contemporanee sono quasi interamente sotterranee. Perciò è tonificante e confortante guardare l’opera dell’uomo che probabilmente ha nascosto meno di qualsiasi altro artista in qualsiasi epoca: Piero della Francesca.   Lunetta...

Ritratti d'artista ad alta voce / Mark Rothko (1903-1970)

Dopo essere stato a Basilea, ho l’impressione che l’opera creata da Rothko nel corso della sua intera vita componga una storia, una storia che somi- glia un po’ a una favola. La storia ovviamente non racconta tutta la verità – quale storia lo fa? – ma forse rende un po’ più chiara la vera sostanza del suo successo.  Marcus nasce il 25 settembre (segno Bilancia) 1903, a Daugavpils, in Lettonia. Sei anni dopo suo padre emigra a Portland, in Oregon, dove lavo- ra nell’industria dell’abbigliamento.   Nel 1913 l’intera famiglia Rothkowitz, incluso Marcus, lo raggiunge. L’anno dopo il padre muore. A undici anni Marcus vende giornali, ma è brillante a scuola e a diciassette anni vince una borsa di studio per Yale. È interessato alla filosofia e, più di ogni altra cosa, al teatro e alla musica. Non sviluppa un vero interesse per la pittura che dopo i vent’anni. Nel 1940, a trentasette anni, anglicizza il proprio no- me in Mark Rothko.    Mariangela Gualtieri, ph Melina Mulas. Quanti sono gli artisti ebrei della sua generazione che lasciano il proprio paese? Il numero aiuta a definire il xx secolo, che si è appena concluso. Eppure l’arte di Rothko ha un modo...

Ritratti d’artista ad alta voce / Caravaggio (1571-1610)

Per John B.  Ritratti d'artista ad alta voce a cura di Maria Nadotti   Un'introduzione di Maria Nadotti (Milano, 5 novembre 2021)   Le letture dei Ritratti di John Berger nascono dal desiderio di dare voce e voci allo sguardo di un narratore capace di avvicinarsi all’opera degli artisti da lui più amati da artista e da storyteller, non da critico d’arte.   Nella prefazione ai suoi Ritratti, il 24 marzo 2015, sulla soglia dei novant’anni, Berger scrive:    «Cosa succede quando scrivo – o cerco di scrivere – d’arte? Dopo aver guardato un’opera, lascio il museo o la galleria in cui è esposta e provo a entrare nell’atelier in cui è stata creata. E lì aspetto nella speranza di scoprire qualcosa della sua storia, del modo in cui è stata fatta. Delle aspettative, delle scelte, degli errori, delle scoperte implicite nella storia del suo farsi. Parlo tra me e me, ricordo il mondo che c’è fuori dall’atelier, e mi rivolgo all’artista che forse conosco, o che magari è morto da secoli. A volte qualcosa che ha fatto risponde. Non c’è mai una conclusione. Ogni tanto c’è uno spazio che ci sconcerta entrambi. Ogni tanto c’è una visione che ci lascia tutti e due a...