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Patrizia Violi

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I 100000 morti per covid / Il memoriale portatile

Superata la soglia dei 100.000 morti per Covid, nei giorni scorsi alcuni giornali nazionali, riprendendo quanto già proposto per analoghe ragioni da testate illustri come il New York Times, hanno pubblicato pagine e pagine di piccole fotografie dei defunti con tanto di nomi e cognomi. Una specie di catalogo illustrato delle vittime del virus, il cui effetto, apparentemente incoerente, era duplice: da una parte ricordare la realtà concreta, l’individualità esistenziale delle vittime della pandemia: amici, parenti, colleghi, vicini di casa, conoscenti o sconosciuti, ciascuno con vita, desideri e affetti che, a causa di un avversario invisibile e spietato, si sono dissolti; dall’altra parte, il fatto stesso di riprodurne a decine le fattezze in quei piccoli ritratti a metà fra un documento di identità e un selfie dava un effetto di cupa smisuratezza. Da un lato insomma la qualità, dall’altro la quantità; la cui apparente discrepanza si concilia in un messaggio neanche tanto implicito: è accaduto a tanta gente comune, poteva – e può ancora – accadere anche a noi.     Da dove proviene questo dispositivo retorico? e come funziona?  La questione è relativamente nota....

La memoria come esperienza del trauma

 Non sono mai stata ad Auschwitz. Né negli altri siti del trauma, a parte Dachau, dove i miei genitori ci portarono da bambini e dove, per una sorta di irriflessa coazione, tornai qualche decennio più tardi in compagnia dei miei figli, ancora troppo piccoli per ricavare dall’esperienza alcuna lezione storica utile, e tuttavia profondamente colpiti dalla desolazione del luogo, dal freddo novembrino, e dalla consapevolezza che lì, proprio lì, erano successe cose orribili.   La sera della mia prima visita a Dachau, per sovrappiù, cenammo all’Hofbräuhaus di Monaco, dove appresi i dettagli del Putsch del 1923, e contestualmente fummo avvicinati da un anziano bavarese in preda a malinconie alcoliche a cui prestai l’identità del vecchio nazista tormentato dai sensi di colpa. Quella notte mi venne la febbre, che presumibilmente incubavo già, ma che attribuii alle impressioni del giorno prima. Secondo le categorie formulate dagli odierni Trauma Studies, ero diventata una testimone secondaria, testimone di testimone, attraverso la quale il trauma poteva propagarsi e passare alle generazioni successive....