Il tuo due per mille a doppiozero

Categorie

Elenco articoli con tag:

Musica

(310 risultati)

Dal Peppermint Lounge all'Appia Antica

Nel 1960 lo statunitense Chubby Checker incide la propria versione di una b-side pubblicata un paio d'anni prima da un gruppo di proto rock'n'roll, gli Hank Ballard & The Midnighters, e velocemente dimenticata. Il brano si chiama “The twist” e si presenta come una piccola variazione musicale sul tema classico del rock'n'roll con un esplicito invito, nel testo, a “fare il twist”. 'Twist' è quindi il nome di una cosa che si può fare – da soli ma meglio in due –, una danza, un movimento per la precisione, che lo stesso Chubby Checker descriverà così: «è come spegnere una sigaretta con i piedi e strofinare un’estremità con un asciugamano».     Consacrato nel 1961 da Let's twist again – sempre eseguita da Checker e pensata come vero e proprio seguito di The twist – questo ballo inizia a fare il giro del mondo e, a partire dal Peppermint Lounge di New York dove sono soliti ballarlo anche Truman Capote e Greta Garbo, diventa il simbolo danzereccio del Dopoguerra, l'espressione massificata della voglia di ballare in un modo...

Vermi sonori e usignoli meccanici

«Bastaaaa!» Ecco quello che ognuno di noi, almeno ogni tanto, urla silenziosamente all’ennesimo, allegro motivetto che ci martella da qualche onnipresente altoparlante. Una musica persecutoria accompagna ormai di regola l’utente di ogni aeroporto, bar dalle happy hours, negozio in franchising, centro commerciale, palestra. Forse i ritornelli della musica commerciale, come i canti delle varie specie di uccelli in natura, istituiscono e definiscono intorno a noi un territorio urbano nel quale, altrimenti, ci sentiremmo spaesati. Come dicono in Millepiani Deleuze e Guattari (1980) “ritornello” è sinonimo di principio di organizzazione contro il caos: nel buio, colto dalla paura, il bambino si rassicura canticchiando, «si mette al riparo con la sua canzoncina». Forse per lo stesso motivo cantiamo sotto la doccia, quando siamo svestiti, esposti a un getto d’acqua che altera la nostra temperatura e invade le nostre superfici e i nostri orifizi. Con il consueto gusto del paradosso, Woody Allen immagina un tenore che riesce a cantare solo sotto la doccia cosicché gli allestiscono un box con tanto di acqua corrente sui...

Pressure without grace

Whiplash è un film bello e sbagliato. E proprio per questo potenzialmente dannoso. I suoi pregi e i suoi difetti stanno nell’evidente ambiguità: ambiguità positiva, che crea una efficacissima tensione drammaturgica con pochissimi elementi, e ambiguità ideologica, invero piuttosto scoperta. Il film è costruito con soli tre ingredienti: un maestro, una batteria e un allievo (gli altri personaggi sono poco più che elementi di contorno, pezzi di scenografia). Eppure funziona benissimo. Damien Chazelle ne ricava emozione, tensione, climax, spettacolo, utilizzando con maestria gli strumenti di una narrazione serrata e uno stile sincopato e drammatico. Il soggetto potrebbe sembrare una variante estrema, quasi isterica, di Saranno famosi, ma sotto s’intravede la struttura di un plot più classico ed efficace: quello della vendetta, cruciale in tantissima letteratura, dall’Odissea al Conte di Montecristo. Una vendetta declinata in modo insolito, perché la figura del villain coincide con quella del mentore.     Il maestro-mentore, infatti, primo elemento del film, ha tutti i requisiti del grande...

Alessandro Carrera. Bob Dylan

Un nuovo volume Starter che arricchisce Doppiozero Books, scaricabile direttamente qui e sulle principali librerie online   Una guida per voci al grande autore e un viaggio nei suoi luoghi, nella sua musica e in quella popolare americana a noi meno nota, e attorno alle figure del suo "culto" che lo seguono nel giro infinito dei concerti e nei forum e convegni che gli sono dedicati in tutto il mondo, narrata dal suo traduttore e massimo esperto italiano, e non solo.

Rebellion. La contestazione al tempo di Fedez

“We are the fortunate ones/ Who've never faced oppression's gun/ We are the fortunate ones/ Imitations of rebellion”, questo è il ritornello di Rebellion, brano della band americana Linkin Park, dedicato al tracollo della società e che sarcasticamente si rivolge a tutti coloro che pur non avendo fronteggiato le “armi dell'oppressione” si propongono come “ribelli”, o meglio, come loro malriuscita imitazione. Cosa vuol dire essere ribelli nella contemporaneità? Chi viene etichettato come ribelle? La ribellione è un atto di opposizione, violenta o meno, contro lo Stato o la legge, e, per estensione, vuol dire esprimere dissenso. La ribellione è vista, dunque, nel senso politico e militare, ma in forma aggettivata trova spazio anche per descrivere uno stile, di vita e di moda, che combacia con alcuni tratti e motivi invarianti come tatuaggi, piercing, borchie, sdrucimenti vari, ecc. Per le riviste di moda lo stile rock è da ribelli perché ispirato agli eccessi dei musicisti e, dato che nell'incipit del presente articolo si è citata una canzone, l'exemplum della ribellione...

Lus, ovvero sul filo del dolore

È una storia appesa a un passato lontano quella che ci raccontano Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe con Lus (Luce). Una di quelle storie che sappiamo essere nel dna della terra, in quel solco tra razionalità e irrazionalità a cui continuamente facciamo appello, nella luce del sole e nel buio delle tenebre.   Ripreso dopo molti anni, “Lus” è un concerto per voce, live electronics e contrabbasso che ha debuttato al Teatro delle Passioni di Modena lo scorso 16 gennaio. In scena, assieme a una vibrante Ermanna Montanari, troviamo Luigi Ceccarelli (quasi fosse seduto nell’agio del suo studio) e il musicista Daniele Roccato. Lus è una composizione eterea che tesse le tristezze di Bêlda, una donna vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, conoscitrice delle erbe e dei rimedi naturali, curatrice quasi pagana dei mali che affliggono le genti e i lavoratori di un imprecisato villaggio ravennate. Su un palco spoglio di pochi oggetti, entra lentamente Bêlda e di lei si vedono solo le mani, investite da un fascio di luce giallo: le sue mani come lo specchio del suo fare, del suo potere che sa...

Davide Mosconi. Fotografia, musica e design

Il nome di Davide Mosconi non è ancora molto conosciuto presso il grande pubblico. Eppure le sue opere sono state esposte in prestigiose istituzioni e gallerie in tutto il mondo, tra cui la National Gallery di Bruxelles, l’I.C.A. di Londra, la Guggenheim Foundation di Venezia, la Rayburn Foundation di New York; i suoi lavori sono stati scelti per la Biennale di Venezia nel 1991, nel 1993, nel 2001 e nel 2003. Nel 1963, appena ventiduenne, veniva considerato dalla stampa nazionale “il musicista di jazz italiano più personale e dotato”, mentre due anni dopo firmava, come fotografo, l’indimenticabile servizio su Sofia Loren scattato a Roma. Al MoMA di New York, quando nel 1972 si tenne la famosa mostra Italy: The New Domestic Landscape, il suo contributo figurava insieme ai più importanti designer di quegli anni. E se tra i suoi maestri troviamo Richard Avedon e Hiro, tra le sue frequentazioni si annoverano musicisti come John Coltrane e Cecyl Taylor, l’entourage di Salvador Dalì, gli amici e colleghi Ugo Mulas e Bruno Munari, tra i tantissimi che lo accompagnarono.   2112 note, 1990. Installazione alla Biennale di...

Rosario Dello Iacovo. Curre curre guagliò

Il nome di Rosario Dello Iacovo sulla copertina del libro è una mera formalità burocratica, quell'imputazione di una responsabilità legale che identifica la funzione autoriale secondo Foucault: a qualcuno bisognava pur pagare le royalties. In realtà “Curre curre guagliò. Storie dei 99posse” è un libro collettivo, o più precisamente polifonico, in cui la somma delle voci – esattamente come in una band musicale – orchestra un discorso d'insieme che va molto al di là della biografia di un gruppo famoso. E il primo segnale che non siamo di fronte al lavoro compilativo e cronologico di un cronista è proprio quel titolo plurale: storie.   Il lettore che cerchi il pettegolezzo salace, la storiella sfiziosa, il backstage, il buco della serratura da cui guardare la vita dei membri della band non resta deluso: con tantissima ironia – spesso schietta, talvolta virante al sarcasmo, qui e lì amara – vengono raccontati molti episodi personali, le tappe, la vita della band e alcune avventure – come quando, arrivati in macchina in una piazza di Reggio Calabria, presidiata...

Castellucci: Go Down, Moses

Tutto sembra iniziare là, nel deserto. Il silenzio, il vento. Il vento, il silenzio, come un frastuono dal quale emerge la voce di dio, di un unico dio, del dio unico. Tra i boschi baluginano mille dèi, i ruscelli, le cascate, le foglie, la luce che irrompe e si cela, i rumori, gli animali, gli spaventi… Ma lì, di fronte a un roveto ardente, tra roccia e sabbia, nasce il monoteismo che si proietta, con fede con dubbi con sangue, sulle nostre città di fumo, di abituali ripetizioni.   Go Down, Moses di Romeo Castellucci, in scena al teatro Argentina di Roma, è un momento di un viaggio lungo dell’artefice cesenate, iniziato alle origini della Socìetas Raffaello Sanzio con la riflessione sull’iconoclastia di Santa Sofia. Teatro Khmer (1986), proseguito con la domanda su come i classici, e in particolare la tragedia attica, si possano riverberare sui nostri giorni, proiettato verso la regia di una delle opere più lacerate del Novecento, quel Moses und Aronne che Schönberg non riuscì a finire, diviso tra l’irrappresentabilità dello spirito, di dio, della profondità delle domande...

Parole Jelinek. Lieder

Elfriede Jelinek nasce nel 1946 a Mürzzuschlag nella Stiria, ma cresce a Vienna, capitale della musica. La madre incoraggia con un certo accanimento i suoi studi musicali e a soli 13 anni Jelinek viene ammessa al Conservatorio di Vienna, dove studia organo, pianoforte e composizione, contemporaneamente dedicandosi al flauto dolce e alla viola in una scuola civica musicale. Parallelamente frequenta le scuole pubbliche e dopo la maturità studia Scienze teatrali e Storia dell’arte all’Università di Vienna, ma è costretta ad abbandonare gli studi universitari per via dei frequenti attacchi di panico (per un anno resta chiusa in casa in completo isolamento: è questa l’epoca in cui inizia a scrivere) ed è al Conservatorio che porta quindi a termine gli studi nel 1971, diplomandosi come organista sotto la guida di Leopold Marksteiner. Musicista, quindi, prima ancora che scrittrice. Non per niente la motivazione del Nobel recita “per il flusso musicale di voci e controvoci” e non per niente una grandissima parte della sua produzione è strettamente legata alla musica.   Winterreise, Erstarrung (da...

Pino Daniele: el duende

Cantautore. Sono passati più di sessant’anni dalla coniazione di questo scialbo, petulante, italianissimo mot-valise, e ancora non siamo riusciti a liberarcene. Abbiamo archiviato matusa, valletta, maggiorata, capellone, ma del termine escogitato nei primi anni ’60 negli uffici della Rca di Roma ancora oggi ci serviamo. Così, Pino Daniele, disgraziatamente mancato a soli 59 anni per un infarto il 4 gennaio 2015, passa bruscamente alla storia con questa bislacca qualifica.     È stato un cantautore, Pino Daniele? Per massmediatica comodità dobbiamo accettarlo, e raccontarcelo pubblicamente. A me, che ho attraversato gli anni in cui nel nostro Paese questo bollino assumeva un senso quasi sacrale, riesce difficile chiudere il povero, grande Pino nella gloriosa, banalissima etichetta. Se penso ai suoi esordi, lo ricordo soprattutto come un talentuosissimo chitarrista e cantante blues, segnalatosi tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ‘80, la stagione della cosiddetta “scuola napoletana”, quella di Napoli Centrale (gruppo di cui ha fatto parte), Toni Esposito, Edoardo Bennato, la Nuova...

Ricordi d'ascolto

Chiunque non abbia problemi fisiologici ascolta. Dalla musica, live o “in conserva”, al mondo che ci circonda. Dalla mattina al tramonto e anche durante il sonno. Io ad esempio da anni ascolto dischi, come milioni di altre persone, ma non credo che il mio modo di ascoltare sia sostanzialmente diverso dal loro. Eppure non tutti ascoltiamo, amiamo, la stessa musica, così come non ascoltiamo, percepiamo, il mondo che ci circonda nello stesso modo. A cosa sono dovute queste differenze? Cosa fa sì che alcuni siano sempre alla ricerca di musiche “strane”, diverse diciamo dal “gusto comune” del loro ambiente? È solo per snobismo? Mentre altri si compiacciono nel mainstream? Solo per conformismo? In altre parole, quali possono essere i percorsi che formano il nostro personale ascolto, il nostro gusto? E infine, detto in modo più soggettivo, cosa ha fatto sì che il mio ascolto e il mio gusto siano ciò che sono? Non perché il mio percorso sia singolare o particolarmente interessante, non ho assolutamente questa pretesa, ma per cercare di capire, dispiegandolo come esempio del quale discutere, se questo...

La grammatica musicale di Peter Greenaway

Marco Robino ha creato la sonorizzazione per la mostra della “Peota reale” alla Reggia di Venaria: del compositore sono in cantiere anche suoni etruschi. Mentre continua la collaborazione cinematografica con Peter Greenaway. Con i suoi quattordici anni di attività, l’eclettismo delle competenze, le prestigiose collaborazioni internazionali, Architorti è una delle realtà più vive e interessanti della scena musicale piemontese. Nato come quintetto d’archi nel 2000, l’ensemble si è andato trasformando nel tempo in una casa aperta che ospita, a seconda delle esigenze, fino a venticinque strumentisti.   «Non è facile trovare una parola univoca per definirci – spiega Marco Robino, violoncellista, compositore e anima storica della formazione –. Siamo diventati un laboratorio permanente, un luogo dove è possibile incontrarsi, provare, comporre, registrare musica di repertorio ma anche, e soprattutto, fare ricerca e sperimentazione. Era un cambiamento necessario, richiesto dai tempi: da qualche anno la crisi globale ha cambiato il modo di proporre e di consumare musica. Per noi le cose...

Sporcare il White Album

Quando nel 1968 l’artista Richard Hamilton propose una copertina interamente bianca per il nuovo album dei Beatles, forse non aveva realizzato quello che in effetti stava facendo: stava dando a milioni di persone, di qualunque estrazione sociale e di ogni parte del mondo, una tela bianca. Quasi 50 anni dopo, un altro artista, Rutherford Chang, si è posto una domanda apparentemente semplice: cosa ne è stato di tutte quelle copertine immacolate? Cosa ne hanno fatto i loro proprietari? È nato così il progetto We Buy White Albums, dove Chang colleziona copie della prima edizione del disco, scegliendo non quelle meglio conservate ma al contrario quelle più “sporcate” dal tempo o dagli ascoltatori.     Le copie con il numero di serie che indica la prima tiratura sono circa 3 milioni: attualmente Chang ne possiede 1.034: “Ogni copia racconta una storia – ha spiegato in un’intervista a Dust & Grooves –. Ognuna è invecchiata in modo unico nel corso degli ultimi cinquant’anni. Le copertine sono state senza dubbio molto amate/abusate! Le tele bianche sono state personalizzate con...

Gli ottant’anni di Leonard Cohen

Per Popular Problems, il disco con il quale Leonard Cohen ha celebrato i suoi ottant’anni, Kitty Empire sull’“Observer” ha parlato di una voce come una metropolitana che passa a molti metri sotto il suolo. In parecchie delle nove canzoni (non più di trentasei minuti, ma ognuna da assaporare) la musica è ridotta al pulsare di una tastiera elettronica punteggiato da voci femminili che intervengono per quanto è possibile a sollevare la melodia fino alla superficie.   La produzione di Patrick Leonard, già collaboratore di Madonna e qui coautore di buona parte delle musiche, non è nemmeno minimalismo, è proprio scarnificazione. Gli elementi basilari del blues, rhythm and blues, e qualche sapore country sono tutto quello che serve perché ci si possa stagliare sopra, come un soffio di vento scuro, La Voce di Leonard Cohen. Non sbaglia una parola (e quando mai?) nemmeno nelle canzoni più umili come “Did I Ever Love You”, ma soprattutto non sbaglia un’inflessione. Il modo in cui intona “My, Oh My” nella canzone omonima riscatta integralmente la sonnolenta pigrizia del...

Apocalittici e i falò

«Il più potente alleato che l’analfabetismo musicale abbia incontrato nella storia, il disco: questo frigorifero incaricato di custodire interpretazioni nate al di fuori di ogni rapporto con ascoltatori determinati, e che con incredibile faccia tosta si pretendono valide a ogni ora, in ogni luogo, per chiunque, come titoli al portatore. Forse non tutti ce ne rendemmo conto l’altra sera, uscendo dalla casa amica. […] La musica ci era riapparsa nella sua indifesa e naturale fragranza. Così diversa da quella, congelata, che i mercanti offrono su tutte le cantonate, ci rovesciano da tutti gli altoparlanti, nel tentativo di persuaderci che il privilegio della “high-fidelity” spetterebbe alle mummie».   Così Fedele D’Amico terminava la sua cronaca di una serata passata nella bella casa della scrittrice Maria Luisa Astaldi, alle soglie di Villa Borghese (Il concerto in casa, 9 dicembre 1960). Non so esattamente se Umberto Eco avrebbe fatto rientrare D’Amico nel novero degli acerrimi “moralisti culturali”. Di sicuro, nemico giurato di ogni forma d’arte e spettacolo tecnologicamente mediata...

Nanda Vigo: l'intellettuale dello spazio

Mi piace pensare a Nanda Vigo come a una sofisticata intellettuale dello spazio, un’esploratrice che conosce il linguaggio dello spazio per eludere quello delle parole, della forma e del colore e addentrarsi soltanto in esso. Classe 1936, Nanda Vigo è stata al centro della ricerca artistica degli anni ‘60 e ‘70, ma sono convinta che sia rimasta sospesa in un giudizio parziale. L’essersi collocata nel punto di intersezione tra architettura e arte non le ha permesso di essere incasellata in un profilo riconoscibile, confinandola ai margini. Né architetto. Né artista. Un autore dunque non facilmente riconducibile a una disciplina ferma: architettura, arte, design. Come è noto, ciò che si muove è difficile da fotografare e infatti ho l’impressione che Nanda Vigo sia sempre venuta un po’ mossa.   Poi c’è un fatto che mi ha sempre colpito. Negli anni in un cui ha cominciato a operare Nanda Vigo, non c’era copertura mediatica per tutto ciò che non fosse inserito nel flusso della cultura ufficiale. La comunicazione avveniva parlando con le persone, vis á vis, appendendo...

Bono Vox e la confusione tra gratis e free

La sera del 21 luglio del 2001 mi trovavo in macchina con alcuni compagni di università. L’autoradio era sintonizzata su Radio Popolare. Poi cambiai canale e intercettai un giornale radio che annunciava il successo del concerto degli U2 al Delle Alpi di Torino. Più di settantamila persone (“A Genova ce n’erano duecentocinquantamila, secondo la questura”, pensai in quel momento). A quel punto, un mio amico, Federico, che aveva un passato da adolescente mod ed era stato anche un fan degli U2, stizzito, spense la radio e mise su un cd dei Clash (eravamo dei cliché, senza saperlo).   Stavamo tornando dal G8 di Genova, mia madre sapeva che ero a casa a studiare. Una volta arrivati a casa, a mezzanotte, malconci e intossicati, vedemmo alla tv le immagini dell’irruzione della polizia alla Diaz. E cambiando canale trovai di nuovo la notizia del concerto degli U2 a Torino. Io avevo smesso di amarli da un po’, spensi la televisione e andai a letto. Non riuscii a dormire per tre giorni. Sentivo sempre gli elicotteri volare sopra la mia testa. Thursday Bloody Thursday. Passò.   Non ascoltai più gli U2. Anni...

Teatro delle Albe: l’abisso, il paradiso

Esiste un luogo, in un punto imprecisato dentro di noi, in cui si aprono squarci profondi che conducono verso il fondo ruvido del niente e poi verso lo strapiombo che gli si scopre ancora dietro, dove si muove in trasparenza una bellezza intensa che abbaglia o acceca, disperata battaglia per la poesia, che ci immaginiamo dal nulla e che ritroviamo, ogni volta per miracolo, addensata sul fondo di certi scrittori, filosofi, pittori, come costante umana degli uomini sensibili: nelle rime dei poeti, appunto. Il Teatro delle Albe riesce, sorprendentemente, a stillare gocce di questo abisso da una ferita che apre sulla pelle delle circostanze visibili, strappando al reale il visionario, all’immagine l’immaginazione, al sintagma la terza dimensione, al politico il politttttttico. Come fanno i bambini, ma con la consapevolezza della propria collocazione nel limbo di quella irriducibile relazione tra l’esteriorità delle cose in cui si annida il senso del vivente e la gola della psiche che custodisce la variabile impazzita.   Così, nel bellissimo dittico Il giocatore / Canzone dei luoghi comuni che ha inaugurato la stagione del Teatro Lirico...

Nils Frahm. Una malinconia berlinese

Nils Frahm è uno dei compositori più interessanti della nuova scena contemporanea europea. Lavora a Berlino nel suo Durton Studio. Pianista acustico e elettronico, sarà uno degli ospiti più importanti della sezione non-classica del festival MITO, l’11 settembre al Piccolo Teatro di Milano. Abbiamo cercato di capire meglio la sua visione della musica: molti titoli di suoi pezzi parlano di pioggia, di perdite, di tristezza... e lui ama il clima freddo della sua città. Il suo segno zodiacale è Vergine. È ironico, e di poche parole. Hai 31 anni, il tuo primo album fu Wintermusik, del 2009: il tuo stile c’era già tutto. Quali sono stati i tuoi guru? Da qualche parte ho letto che il tuo maestro di pianoforte, Nahum Brodski, era stato allievo dell’ultimo allievo di Čajkovskij! «Il maestro del mio maestro di pianoforte non era l’ultimo allievo di Čajkovskij, ma uno studente della scuola di uno degli ultimi musicisti aiutati da Čajkovskij. Il mio stile viene dal mio suonare il pianoforte da 23 anni. Non so da dove venga». Il tuo gusto performativo e compositivo classico è immerso invece...

Un teatro tra le risaie

Tra le risaie intorno alla città di Yojakarta, a Java, in Indonesia. Un teatro costruito come se fosse una delle nostre arene, le sale estive di cinema all’aperto. Invece dello schermo però c’è il palcoscenico con il suo bravo sipario in rosso su cui stazionano una decina di geki in bella evidenza (anche questo accadeva nelle nostre arene). E una decina di pipistrelli svolazzano intorno alla luce che illumina il drappo rosso. Attendiamo che inizi una serata di ketoprak, un genere di teatro una volta molto popolare (a Yojakarta c’erano duecento teatri fino a dieci anni fa, questo è l’unico rimasto).   La sua caratteristica è che è un teatro d’improvvisazione ed in più gli attori non sanno prima dello spettacolo che parte interpreteranno. Siamo invitati a seguire la sessione in cui la regista, una simpatica e tracagnotta signora sulla quarantina, racconta, la storia agli attori, a gambe conserte dietro le quinte sul palcoscenico, a sipario chiuso. Sono contadini o fabbri o guidatori di risciò che due volte alla settimana diventano attori. Guardo le loro facce consumate dal sole, le mani...

Daft Punk, un anno dopo

Le star dello spettacolo rappresentano uno degli aspetti più interessanti e più studiati nella storia e nella sociologia della cultura. Si pensi ai Beatles e alla Beatlemania, o alla figura di Madonna, e ai fenomeni sociali e culturali a questi legati. Oggi, in un mondo sempre più digitale, la dimensione della celebrità vive un nuovo cambiamento, in seguito alle dinamiche – affettive, sociali, culturali – innescate dalla diffusione dei social media.   La dimensione digitale della società contemporanea ha ridotto la distanza tra il grande pubblico e le star della musica, del cinema e dell’industria dello spettacolo, ridefinendo i confini della celebrità stessa. Su Facebook, Twitter o Instagram, i fan possono sempre più spesso interagire direttamente con i propri beniamini, e frequentemente la strategia comunicativa di un artista è esplicitamente intrecciata con questa possibilità di interazione diretta. È il caso di teen idols come Justin Bieber, One Direction o Azaelia Banks, che fondano sulla propria presenza online gran parte della loro strategia comunicativa e di marketing. Attraverso...

Mama Afrika

«Mazi, che stai cucinando?», Zenzi mi si avvicina e mi mette la mano sulla spalla. È curiosa, la mia bambina, è bella, intelligente, ha piedi lunghi e snelli, buoni per affondare nella terra e mettere radici. E ha sempre fame: è una fortuna che rimanga magra con quello che mangia: «Che cos’è, ha un buon profumo, mi fai assaggiare il sughetto con un pezzo di pane?».   «È il pojiekos. Tieni, su, assaggia. Da piccola ti piaceva molto». Glielo porgo su un pezzo di dombolo. Mentre Zenzi mastica assorta, spio dalla finestra un grigio mattino fiammingo e mi perdo negli aromi della mia terra che salgono dalla pentola.   «Anche adesso mi piace tanto, Mazi bella, posso abbracciarti?»   «Sono tutta sudata.»   «Non m’importa.» Zenzi mi stringe con le sue braccia esili e forti, mi stampa un bacione sulla guancia. Poi mi guarda pensierosa.   «Che c’è piccola? Sei triste?»   «Stavo pensando a Stokely, Mazi. Non ti sei mai pentita di averlo sposato?»   «Mai, bambina, è stato il...

L’immaginazione del possibile

Ecologia della danza   Nel secondo fine settimana santarcangiolese, le proposte più convincenti arrivano dalla danza. L’indagine coreografica ha caratterizzato questa edizione del festival in modo forte ed esplicito, fin dalla presentazione della Piattaforma della Danza Balinese: uno spazio permanente di ricerca, performance, incontro con il pubblico (ne parla su Scene Ilenia Carrone).   Mårten Spångberg, Michele Di Stefano (MK), Fabrizio Favale hanno presentato lavori di alta qualità che, pur nell’evidente diversificazione di codici e modalità, si intrecciano e si richiamano l’un l’altro. Primo e più evidente filo conduttore tra le tre creazioni – ed è anche uno dei percorsi che attraversa e innerva il festival – è l’interrogazione sul paesaggio, sullo spazio, sull’abitare. È una questione che, in tutti e tre i casi, viene impostata con chiarezza fin dal titolo: The Nature è il nome scelto per la performance dell’eccentrico coreografo svedese; Di Stefano evoca con Robinson un esotico altrove; Favale restituisce con Uccelli un perduto mondo...