Il tuo due per mille a doppiozero

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Bestiario / I nostri antenati: delfini e balene

A vederlo non ci si crede. Uno dei primi antenati del delfino è un mammifero con il muso simile a un topo, quattro gambe e una lunga coda, e le unghie come un cervo. Si chiama Indohyus. Prove molecolari ci dicono che sarebbe il precursore dei cetacei, e perciò anche delle balene. Apparteneva alla famiglia degli artiodattili, animali con un numero di dita pari, nota come Raoellidae. Quando veniva minacciato si gettava in acqua sulle coste della Tetide, l’oceano che esisteva a quel tempo, 48 milioni di anni fa, di cui restano secondo alcuni studiosi delle vestigia nel mar Caspio e nel Mediterraneo. Allora un comune gruppo di antenati terrestri viveva in zone paludose con canali fluviali, prima di passare definitivamente al mare. Se vogliamo andare più indietro, a 53 milioni di anni, nell’Eocene, ci sono i pakicetidi. Tutte le particolarità di questi animali si ritrovano oggi nei delfini: nuotatori provetti, narici a fessura, struttura delle ossa dell’orecchio e i denti triangolari e seghettati. Qualche anno fa in Pakistan sono stati reperiti dei resti fossili di un mammifero che è un incrocio con un coccodrillo, Ambulocetus. Insomma i nostri delfini attuali sono gli eredi di animali...

Diario (4) / E dopo il Paradiso cosa c'è?

E “il quarto pezzo”? Quando nel 2017 iniziammo a lavorare all’Inferno, mi ritrovai insieme a Serena Cenerelli a spiegare a un gruppo di signore la struttura dell’intera Commedia, il viaggio dalla selva oscura al Paradiso, la divisione in tre cantiche, ovvero in tre parti. Una signora chiese: “E il quarto pezzo”? Non compresi. Il quarto pezzo… in che senso? E lei, convinta, serissima: “Il quarto pezzo, dico, dopo Inferno, Purgatorio e Paradiso…”    La domanda forse rifletteva le abitudini dell’era dello spin-off, ovvero la cultura delle serie televisive, per cui una storia, se ha ben “funzionato”, una volta finita va comunque continuata, magari inventandosi le vicende di un personaggio “secondario” che nella storia-madre non era protagonista: non Dante quindi, ma, che so, le vicende che han portato all’omicidio di Pia dei Tolomei o quelle del musicista Casella o i furori di Gianciotto Malatesta, detto anche “Gianne lo Sciancato”, politico e condottiero, tradito dal fratello Paolo e dalla sposa Francesca: appunto, il “quarto pezzo”.    Inferno, Teatro delle Albe, 2017, © Silvia Lelli. O forse quell’errore nascondeva qualcosa di più? La cosa mi è tornata in...

I diritti dell'ambiente / Abitare Venezia

Che cosa diremo... Che cosa diremo, noi che ancora ci abitiamo, ai bambini e ai ragazzi nati a Venezia o venuti ad abitarci, che oggi frequentano le sue scuole? Ci vorranno, ci potranno abitare e lavorare? O dovranno andare via, magari all’estero?   Calce, acqua e lingua Aspetto il mio turno per il vaccino antinfluenzale davanti all’ambulatorio, appoggiato al muretto che divide il rio terà Cazza dal rio de San Polo. Sento le parole di un uomo che, in coda dopo di me, indica alla moglie due muri che affondano nel canale. Dice: «Àra la malta de sto muro, che xè ancora bona dopo tanti ani» e la confronta con quella tutta sbriciolata sul muro accanto. Gli chiedo di spiegarmi. Lo chiedo in italiano e lui capisce che sono “foresto” (pur residente da tanto) così mi risponde gentilmente anche lui in italiano. Dice che adesso certi muratori usano delle malte non adatte al salso. Basta confrontarle con quelle che invece durano, anche centinaia di anni: per esempio sul Canal Grande, dove, mi ricorda, ci sono affreschi che resistono sulle facciate. Ha lavorato una vita nell’edilizia e commenta: «Non dovrebbero neanche metterci le mani. È un sacrilegio». La parola “sacrilegio” la dice con...

Unità operativa Cotugno di Napoli / Appunti da un reparto Covid

La pandemia legata al covid-19 ha posto innumerevoli, complesse e gravi sfide al sistema sanitario italiano e ha richiesto massicce modifiche che hanno coinvolto tutti i livelli dell’assistenza sanitaria. In tale situazione di grave criticità, è stata fortemente evidenziata la necessità della presa in carico anche degli aspetti psicologici, emotivi e relazionali sia dei pazienti sia degli operatori sanitari. Per la prima volta nel nostro paese è stata riconosciuta, anche da ampi settori dell’opinione pubblica, l’importanza della salute psicologica come parte essenziale della qualità di vita, in qualsiasi età e in tutte le fasi del ciclo esistenziale. Sta finalmente emergendo la necessità dell’unitarietà dei percorsi di cura, che non devono essere più centrati esclusivamente sulla malattia, ma sulla persona, con i suoi bisogni soggettivi, il suo vissuto emotivo, le sue relazioni.  Il mio vertice osservativo è particolare, in quanto responsabile dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera che include il Cotugno di Napoli (uno dei 3 ospedali infettivologici in Italia, insieme al Sacco di Milano e allo Spallanzani a Roma), divenuto Covid Center, con circa...

14 settembre 1928 - 6 maggio 2021 / Humberto Maturana e la vita che scorre

Chi era Humberto Maturana? Uno studioso particolare. Uno scienziato vero, lontano dalle pratiche “evidence based”, coltivate dagli odierni carrieristi. Un biologo, uno psicologo e un epistemologo; creatore di nuove lenti per osservare la natura e non solo, anche la mente e la società.  Uno di quegli epistemologi che traggono le proprie riflessioni dalle pratiche scientifiche che elaborano e dalle esperienze che creano, in laboratorio e attraverso l’osservazione della vita e dei suoi percorsi, negli organismi viventi, nei soggetti e nelle comunità.  Assieme a una vasta schiera di longevi – Gadamer, Ricoeur, Dorfles, Morin, che ancora vive a cent’anni, von Foerster e molti altri – Maturana è uno dei saggi della cultura occidentale. Ma è anche, insieme a Francisco Varela – suo allievo, morto prematuramente – un autore che ha pensato al legame profondo tra il corpo, la mente e le loro affezioni, uno Spinoza contemporaneo.   Autopoiesi Autopoiesi e cognizione, l’opera chiave della sua vita, scritta con Francisco Varela, fu per noi, negli anni Ottanta, una lettura difficile: eravamo immersi nella cultura umanistica – letteratura, filosofia, psicologia e antropologia – e,...

Una corrispondenza / Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).   Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato...

Conversazione con Cesare Ronconi / Pinocchio, o il fuoco dell’adolescenza

Il Pinocchio del Teatro Valdoca con la regia di Cesare Ronconi è Silvia Calderoni, attrice che in scena si muove, corre, si agita, brucia, traducendo in avventure fisiche le storie del burattino di Collodi. Il pezzo di legno c’è, in mezzo alla platea svuotata delle sedie del teatro Bonci di Cesena, dove ENIGMA. Requiem per Pinocchio, con i testi poetici di Mariangela Gualtieri, debutta in prima assoluta venerdì 14 e sabato 15 maggio. In realtà non è un pupazzo: Pinocchio, su una portantina-barella nel parterre, è un mucchio di tronchetti e rami di potatura di viti e olivi che culminano in una testa sbozzata. Accanto alla protagonista, la Fata è Chiara Bersani, con il danzatore Matteo Ramponi come Mangiafoco, con il canto di Silvia Curreli e Elena Griggio e gli interventi musicali dal vivo di Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta.     Perché avete scelto Pinocchio? L’origine dello spettacolo è molto semplice. Nasce un po’ per caso. Ero a Venezia a fare un seminario all’università inglese e dormivo alla Giudecca. Silvia lavorava in un’isoletta vicina. Passeggiando, ho visto la scultura di un artista: era una figura simile a Silvia e mi richiamava alla mente...

Conversazione con Marcel Cohen / Edmond Jabès: dal deserto al libro

La prima edizione italiana del volume di Edmond Jabès Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen era apparsa nel 1983. Irreperibile da tempo, l’opera ricompare adesso in una nuova versione ampliata (Milano, Edizioni degli animali, 2021) che, rispetto alla precedente, offre un colloquio in più, una prefazione di Antonio Prete, tre testi di Gianni Scalia e alcune illustrazioni aggiuntive, tra cui cinque acquerelli di Teresa Iaria. Ad essere in causa non è una normale raccolta di interviste, ma il frutto di un lavoro di elaborazione svolto da Jabès e Cohen al fine di evitare sia la freddezza di risposte formulate direttamente per iscritto, sia le imprecisioni o approssimazioni tipiche della parola orale. È dunque un volume costruito con sapienza, che non manca di efficacia espositiva né di intensità riflessiva. Quando era apparso in Francia, nel 1981, l’autore aveva già alle spalle un’abbondante produzione, nella quale i titoli principali erano costituiti da opere articolate in più volumi, i sette del Libro delle interrogazioni (1963-73) e i tre del Libro delle somiglianze (1976-80). Si trattava di testi poetici in senso lato, ma capaci di sottrarsi a ogni genere letterario...

Terre e destini / Ron Rash, Un piede in paradiso

«Prima di salire in macchina ho dato un’occhiata al cielo. Come se la pioggia fosse davvero un problema per uno come me, con uno stipendio sicuro». Negli ultimi anni mi sono occupato spesso di letteratura nordamericana, di sicuro ho letto più autrici e autori statunitensi che europei. Non c’è un motivo particolare, ma più di uno. Innanzitutto, c’è l’interesse per un certo tipo di contesto che consente una narrazione che cambia molti scenari e linguaggi, a seconda che ci si sposti di contea, stato, si ambientino le vicende in una grande città oppure in un paesino sperduto del Montana, del Kansas, dell’Ohio o della Carolina, e questa varietà genera una passione, un’attenzione speciale. Naturalmente, tutto è reso più accessibile dal numero consistente di traduzioni di romanzieri degli Stati Uniti, ma il numero congruo non è garanzia di qualità, bisogna saper scegliere, in ogni caso, pur facendo accurata selezione, il panorama di letture interessanti è vasto.   Una delle mie convinzioni più radicate racconta della non esistenza del «grande romanzo americano», ovvero che l’etichetta che critici e lettori di tanto in tanto appongono su questo o quell’altro libro non possa...

Artpod / Mandria | Mario Merz

Nella primavera del 2020 e nell’inverno del 2021 alcuni paesi e città d’Italia sono stati attraversati da animali che di solito vivono altrove: cervi con maestosi palchi di corna, lupi in branco che fiutavano l’aria, codazzi di oche che si guardavano intorno come fossero in gita scolastica. L’arresto delle attività umane, dovuto alla pandemia da Covid19, ha invitato la fauna selvatica ad avvicinarsi alle zone urbane e così, con scatti fotografici silenziati per non impaurirli, questo ritorno del grande rimosso della nostra civiltà – la vita animale – è stato spiato e immortalato.    Quando Mario Merz riprese a produrre opere di arte figurativa, verso la fine degli anni ’70, spuntarono animali, più o meno esotici come coccodrilli, bisonti, o i più nostrani cervi. L’artista dichiarò che si trattava per lui di figure mitiche, in grado di regalargli una forma di leggerezza per la loro carica di indisponibilità e ignoto. “Sono esseri assolutamente solitari non partecipano alla vita della strada”.  Forse è per questo, perché li abbiamo allontanati dai luoghi in cui viviamo, perché sempre più specie sono a rischio di estinzione, perché nelle loro livree ci sono...

Orso d’Oro a Berlino / Le follie porno di un Paese in maschera

Nella concitazione della seconda riapertura delle sale cinematografiche, chissà quanti si sono accorti che un film ha cambiato titolo non appena avuta l'opportunità aggiuntiva di una distribuzione nei cinema. Lucky Red aveva scelto di destinare in esclusiva alla sua piattaforma MioCinema il recente vincitore dell’Orso d’Oro della 71ª Berlinale, Bad Luck Banging or Loony Porn del regista rumeno Radu Jude; quando poi ha deciso, convinta dalla bontà del prodotto ma anche per mancanza di alternative da proporre al pubblico, di renderlo disponibile qualche giorno dopo anche nelle sale che hanno affrontato la riapertura, ha rimpiazzato il titolo originale usato per il lancio online con un più comprensibile (e leggermente edulcorato) titolo italiano Sesso Sfortunato o Follie Porno.    Un titolo che include due parole sul cui significato, nel film, ci si interroga e scontra con veemenza: il sesso legittimo e domestico tra marito e moglie diventa pornografia quando viene filmato e successivamente caricato su un sito di condivisione video per adulti, senza però che venga mai chiarito come questo accidente sia accaduto. Finché la protagonista del filmato è considerata solo come...

Italiani in Etiopia / Maaza Mengiste, Il re ombra

La memoria collettiva, in senso stretto, non esiste. Come non esiste la colpa collettiva. La memoria, come la colpa, ci singolarizza, è qualcosa di strettamente personale: dire che tutta una nazione è colpevole è dannoso, perché quando tutti sono colpevoli, in fin dei conti nessuno lo è, come ci ricorda Hannah Arendt. Allo stesso modo, non esiste – per nessuno, per nessuna nazione – un innatismo della memoria, che ci permetterebbe di parlare di memoria collettiva: la memoria è individuale e per lo più locale. La memoria collettiva può esistere solo se la intendiamo come processo: un processo di costruzione e di istruzione, e un processo politico in quanto processo di negoziazione tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, tra ciò che vogliamo vedere – e far vedere – e ciò che vogliamo tenere nascosto, oltre che, naturalmente, tra i vari modi in cui scegliamo di ricordare. Di questo ci parla Maaza Mengiste in Il Re Ombra: di una parte di storia che l’Italia ha scelto di non ricordare – o meglio, di una parte di storia per la quale l’Italia ha scelto di fornire una narrazione autoassolutoria e autocelebrativa, mostrando alcune cose ma nascondendone altre. Per...

Un libro di Paolo Ventura / Autobiografia di un impostore

In copertina si vede il volto di un uomo che fuma una sigaretta. Una spira di fumo si alza verso la sua fronte, la attraversa come un pensiero. Va oltre il suo capo, sembra perdersi nello spazio. Un altro alito di fumo, invece, si sovrappone al suo volto, ricorda una ruga attorno alla bocca. Carne e fumo sembrano composti della stessa materia. Le labbra sono chiuse, l’uomo non sta aspirando, la sigaretta è solo un piccolo tunnel dentro cui soffiare le parole. Fumare è lasciare che una parte di sé esca con il fumo, come una storia.  L’uomo è Paolo Ventura, l’immagine è un autoritratto, il libro si intitola Autobiografia di un impostore narrata da Laura Leonelli (Johan & Levi, 2021).    © Paolo Ventura. Inizia, come spesso accade, dal momento della nascita: “se devo dire il giorno in cui sono venuto al mondo, il giorno vero della mia nascita, quello in cui ho inventato la mia storia, dico che sono nato una domenica d’inverno, a Milano, alle undici di mattina,  in via Domenichino”. “Una domenica d’inverno” non è solo una spia temporale, è anche un modo di osservare tutto ciò che accadrà in seguito. Si sa, la domenica è un giorno strano. La “sera del dì di...

Il dolore umano, gli intellettuali, il potere / 1971: l’incontro tra Foucault e Sartre

Esattamente cinquant’anni fa è accaduto che, in un preciso momento del secolo scorso, i due “filosofi del secolo” stringessero un sodalizio inaspettato e durevole. È il 27 novembre 1971: una mattina cupa e fredda, tipica dell’autunno francese, ma anche tesa, alla Goutte-d’Or, banlieu situata al centro di Parigi, ai piedi della collina di Montmartre e connotata dalla presenza numerosa di famiglie e di lavoratori immigrati di origine maghrebina. Le tensioni razziali nel quartiere si sono acuite con l’affaire Djellali Ben Ali: un adolescente algerino che, dopo aver malmenato la portinaia del suo immobile, viene ucciso a colpi di fucile dal marito della stessa portinaia, col pretesto di un presunto tentativo di stupro perpetrato dal giovane nei confronti della moglie. La condanna lieve a sette mesi, in primo grado, all’omicida fa scattare una mobilitazione degli intellettuali di sinistra, che si affianca a quella dei comitati locali e dei militanti della Gauche prolétarienne (GP), con l’organizzazione di una manifestazione e di un “appello ai lavoratori del quartiere” , alla cui testa si pongono a sorpresa: Michel Foucault e Jean-Paul Sartre.   Così, quella mattina fredda è...

Verso Paradiso / Dante a teatro: un dialogo

FS: Un discorso su Dante insieme a Federico Tiezzi non può che partire da quei tre spettacoli su Dante che realizzasti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Fu un’operazione storica, ancora sono presenti nella memoria di chi li vide, fanno parte per molti attori e storici del teatro di un immaginario di riferimento. Come nacque il progetto?   FT: Sono già passati trent’anni. Era il 1989: a Prato, la direzione del Teatro Metastasio mi chiese di dare una ideale continuità al Laboratorio che Luca Ronconi aveva attivato nel 1978 in quella città. A quel Laboratorio, origine della vocazione al teatro per molti giovani dell’epoca, avevo compreso in maniera definitiva il significato della parola recitazione. Per me era stato un momento di apprendistato e riflessione sul teatro, sulla regia, sull’attore che collocavo accanto ai significativi incontri che avevo avuto con Julian Beck e Judith Malina del Living Theatre, con Eugenio Barba e Jerzy Grotowski, con Peter Brook, con Steve Paxton e Trisha Brown, con gli artisti Alighiero Boetti e Mario Schifano o con registi di cinema come Fassbinder. Proposi di lavorare su Dante, sulla Divina Commedia. Volevo estrarre,...

A 40 anni dalla morte / Bob Marley, una canzone è un segno

Quando fu coniata l’espressione world music, Bob Marley era morto da più di un lustro. Era il 1987, e un gruppo di discografici inglesi, preoccupati di come promuovere il crescente numero di dischi di musica africana e genericamente altra che s’andava accumulando sugli scaffali dei negozi, s’inventò l’etichetta musica dal (o del) mondo. Non era rock, non era classica, non era jazz, non era folk, e i negozianti che nel frattempo avevano già adibito un angolo di negozio all’esposizione di una collana reggae – forse discosta, ma coloratissima – pensarono che la musica genericamente altra dal rock e dal pop di stampo anglosassone la si potesse assegnare a una voce tanto vaga quanto suscettibile di rappresentare il resto del mondo.    L’anno prima, nel 1986, Paul Simon aveva pubblicato il disco Graceland, altra fondamentale tappa di avvicinamento della musica di consumo alle musiche genericamente altre. L’ex Genesis Peter Gabriel, da par suo, in collaborazione con il festival World of Music, Arts and Dance (WOMAD) nel 1989 avrebbe fondato la casa discografica Real World, con l’intento di promuovere artisti provenienti dai quattro angoli del globo. La prima edizione del WOMAD...

Abitare / Il bricoleur ecologico e il prossimo mondo

Ora che la sostenibilità è diventata argomento comune di conversazione e tutti non possono fare a meno di avere opinioni a riguardo, sta prendendo forma una figura che potremmo definire il bricoleur ecologico. Come il bricoleur lavora con quello che ha a disposizione al momento, così il bricoleur ecologico lavora con un’idea di ecologia ricavata da quello che ha a disposizione oggi, quindi ciò che trova online, su riviste o trasmissioni televisive e, nel caso di ecobricoleur più evoluti, su qualche libro di ultima generazione, poi mette insieme ciò che ha trovato e, convinto di aver penetrato l’argomento, elargisce le sue opinioni come verbo inoppugnabile, come sinceramente crede che siano.     Il problema è che ciò che oggi va sotto il nome di ecologia e sostenibilità è un territorio totalmente devastato dall’arrivo del sistema industriale che, come uno tsunami, ha distrutto e annientato ogni cosa che non fosse funzionale alla propria logica economica. Di quello che era il panorama della cultura ecologica, da vent’anni a questa parte non rimangono che macerie rimesse a nuovo e ristrutturate con parole scintillanti che formano due grandi agglomerati: la città dell’...

Restare o andarsene / Marco Balzano, Quando tornerò

Non esiste, ovviamente, alcuna automatica proporzione tra il rilievo sociale dei temi di cui un romanzo parla e il suo valore letterario. D’altro canto, non c’è dubbio che una delle funzioni della letteratura consista nel mettere davanti agli occhi del lettore aspetti del presente che fino a quel punto gli erano sfuggiti, o ai quali non s’era curato di prestare attenzione. Non perché siano nascosti: al contrario, perché sono troppo palesi. Ma per coglierli occorre sostare un attimo, porvi mente: considerarli. La nazionalità più rappresentata fra gli immigrati in Italia è la Romania, con oltre un milione di presenze (circa un quinto del totale). Poco meno del 60% sono donne; di queste, moltissime sono dedite ad assistere gli anziani. Fin qui, cose risapute – numeri, forse, a parte. Ma che ne è delle famiglie delle centinaia di migliaia di badanti romene? Ricevono un aiuto economico prezioso, in qualche caso provvidenziale, certo. E poi?   Gli effetti dell’emigrazione sul tessuto sociale dei paesi di partenza è oggetto di pagine memorabili nel più famoso libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli. Lì si parla di contadini lucani che andavano in America, e spesso finivano...

Di che poliziesco si tratta? / Juan Benet, L'aria di un crimine

Un’alta densità letteraria, una latente oscurità, uno stile cristallino, queste sono alcune caratteristiche riconosciute ad esempio da Javier Marias, a Juan Benet, nato il 1927 e morto 1993. Nella sostanza uno scrittore di minoranza con un suo pubblico affezionato e seguaci diffusi. Dopo aver prodotto svariate opere apprezzate ma non di ampia diffusione, nel 1980 Benet si dedica a L’aria di un crimine, scritto come racconta lui stesso per rispondere alla sfida di cimentarsi in un genere popolare e più accessibile. Così partecipa al premio Planeta e giunge finalista e nasce un romanzo per lui atipico, per i lettori più coerente con la tradizione. L’avvio dello scritto ha le stigmate del poliziesco in quanto compare nelle prime righe il cadavere di un uomo con un foro di proiettile sotto il mento nella piazza centrale di una cittadina. Questo indicatore generico solleva l’immediato e tradizionale interrogativo sull’autore del crimine e sulla necessità di un’indagine. Di questa indagine in realtà poco o nulla si parla e si parlerà, ogni capitolo tratta un argomento diverso, si succedono eventi anche traumatici, non correlati tra loro: l’apparizione del cadavere di cui si è detto...

Un libro di Adriano Prosperi / Memoria senza storia

Per rappresentarsi sempre al presente, la modernità deve costantemente dimenticarsi di se stessa. Soprattutto deve dimenticare di essere frutto di una gigantesca mole di lavoro e di conflitto a scapito di chi la modernità non l’ha raggiunta. Almeno dalla caduta del muro di Berlino, nell’occidente allargato alle altre parti del mondo, che stanno addirittura meglio interpretando il suo modo dominante di operare economico e politico, l’oblio del lavoro e della lotta al resto del pianeta è stato riempito sempre più dal revival delle identità, delle radici, del sangue e del suolo. In altre parole, l’oblio delle dimensioni estese che ci legano agli altri e ad altri territori, classi sociali, culture e religioni, è stato rimpiazzato da dimensioni più facilmente delimitabili e, per questo, apparentemente più rassicuranti. Si è generata quasi una concorrenza a rincorrere le proprie presunte appartenenze, con tutto quello che ciò comporta in quei soggetti che, non riuscendo a collocarsi in modo vincente nel grande supermercato delle identità redivive, finiscono per rappresentarsi esclusivamente come vittime, pur di avere un identificante eclatante. Identitarismo e vittimismo sono fenomeni...

Parte il Giro / I novant'anni in maglia rosa

Il rosa è il colore del Giro d’Italia. Ma non da sempre. Passarono ventidue anni e diciannove edizioni prima che un fiocco, per l’appunto, rosa tenesse a battesimo la maglia rosa.  È il 10 maggio 1931 quando al termine della prima tappa, la Milano-Mantova, il primo a tagliare il traguardo indossava sul palco la maglia rosa, che da quel giorno avrebbe contraddistinto il primo in classifica generale. A vestire quell’inedito simbolo del primato fu guarda caso un campione mantovano, un campione emergente sulla scena ciclistica nazionale e, di lì a poco, anche internazionale: Learco Guerra.   Erano gli anni in cui il ciclismo italiano aveva un solo dominatore, anzi, una specie di tiranno. Da cinque anni vinceva sempre, o quasi sempre, Alfredo Binda, un ex stuccatore varesino che aveva trovato la strada del successo dopo essere emigrato in Francia e aver esordito, per passatempo, nelle corse per dilettanti in Costa Azzurra. Ci volle poco per capire che il Binda la sua fortuna l’avrebbe fatta stringendo un manubrio e spingendo sui pedali e non con pennelli e trabattelli a pitturare i soffitti di qualche villa di Antibes o Nizza. Tornato a correre in Italia, rapidamente...

Fernanda Alfieri, un esorcismo a Roma / Veronica e il diavolo

Fernanda Alfieri, storica della sessualità, nel corso di una delle sue ricerche nell’Archivio della Compagnia del Gesù, si imbatte, per errore, in un faldone di documenti non cercati e fa uno strano incontro: «È da questo limbo degli incollocabili che la storia di Veronica è arrivata qui, capitando fra le mie mani mentre cercavo altro, avvolta in una coperta di carta dai margini sbriciolati e con sopra un nome che non era il suo: Esorcisazione di Maria Antonina Hamerani, ritenuta ossessa (1834-35). Chi le ha dato un titolo aveva forse letto una piccola parte del plico contenuto nella cartella, o comunque l’aveva ritenuta, quella piccola parte, più rilevante del resto. Che fosse per trascuratezza, che fosse per distrazione, o per una volontà precisa perduta nel tempo che ci separa, il custode della memoria, intanto, mi ha consegnato la storia di Veronica come la storia di un’altra. Qualcun altro, più tardi, ha cancellato Maria Antonina, scrivendoci sopra Veronica».    Inizia così la storia di Veronica e il diavolo (Einaudi, 2021): un “errore” documentale genera, nella storica, il desiderio di “errare” nella vita sommersa di una posseduta diciannovenne, Veronica Hamerani,...

L'ultimo numero della rivista / Aut aut: specismo e pandemia

Da quando “Riflessioni sulla pandemia”, il numero di “aut aut” curato da Alessandro Dal Lago e Massimo Filippi, è stato completato (novembre 2020) alla sua recente pubblicazione (marzo 2021), la pandemia da Sars-CoV-2 ha registrato un’ulteriore impennata di contagi e circa 500.000 vittime in più, per un totale di 2 milioni e 800mila morti nel mondo.  Mentre ci si affanna sul modo di uscirne, gli autori di questo corposo volume si interrogano sui perché ci siamo finiti dentro e su alcuni meccanismi e pratiche sociali e politiche non prive di conseguenze, che la pandemia ha evidenziato. E non solo per esercizio critico radicale, che pure non sarebbe da poco, ma perché “in una popolazione in rapida crescita, con molti individui che vivono addensati e sono esposti a nuovi patogeni, l’arrivo di una nuova pandemia è solo questione di tempo (D. Quammen, Spillover, pp. 299-300)”. Abbiamo imparato che quella da Sars-CoV-2 è una zoonosi, ossia una malattia in grado di effettuare il famoso salto di specie dal vivente animale a quello umano.   Quello in corso è solo l’ultimo di una serie di incidenti dovuti all’appropriazione, da parte degli umani, dei corpi di animali, sia “...

Due biografie / Strehler e Ronconi, la lanterna di Diogene della regia

Quanti modi ci sono per fissare la memoria di quella cosa labile, effimera, che è il teatro? Tanti, specie oggi, con i mezzi di riproduzione e moltiplicazione digitale. In questi mesi di pandemia ne siamo stati sommersi, spesso con l’effetto di creare nostalgia per quella cosa semplice, arcaica ma contemporanea (contemporanea proprio perché arcaica) che è lo spettacolo dal vivo. Il libro però rimane uno strumento insostituibile per un pensiero retrospettivo che induce il ripensamento e la progettazione; anche se quando si parla di libro le opzioni sono molte.  In questi stessi giorni due volumi tornano a smuovere le figure dei due principali registi italiani degli anni scorsi, Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Non potrebbero essere più diversi (i libri, come i due artisti). Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste (La nave di Teseo, pp. 440, euro 20) è un’accurata, appassionata biografia divisa in sette parti, scandite ognuna in cinque atti come una commedia classica, con un Sipario finale: l’ha scritta Cristina Battocletti, giornalista per la “Domenica” del “Sole 24 ore” e critica cinematografica. Regìa Parola Utopia. Il teatro infinito di Luca Ronconi (Quodlibet, pp. 376,...