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Un grande film di Hu Bo / L'infelicità regna in Cina

Qualcuno cita su facebook un film di Hu Bo, pseudonimo di Hu Qiao, me l’ero perso. An elephant sitting still è di quattro anni fa, bello, ci trovo una Cina allo sbando. Un ragazzo e l’impossibilità di vivere in famiglia con un padre pessimo, al capo opposto un anziano che il genero vuole portare in una residenza assistita: vendendo la sua casa ne compreranno una più piccola in un quartiere emergente, la nipotina andrà a una scuola prestigiosa. Sullo sfondo una Cina in costruzione e decostruzione, o in manutenzione endemica, tra calcinacci, grattacieli e ascensori pericolosamente in degrado. Quando il ragazzo se ne va di casa viene attaccato da un bullo a scuola, e si viene a sapere che la scuola chiuderà: finirete a vendere frutta e verdura per strada, profetizza il direttore. Avanza glaciale, disperato più degli altri, il devastato capo banda, la tragedia di un amico è causa sua, e siamo solo agli inizi di un film straordinario di tre ore e quarantaquattro che dalle nostre parti sarebbe stato una miniserie, tanti personaggi che si alternano e quelli che vengono abbandonati già ci mancano, e sappiamo che finiranno per incrociarsi, dal trentesimo piano si butta l’uomo che trova la...

Sociologia del futuro / 2050, un anno dopo Blade Runner II

L’uscita di Blade Runner 2049 di D. Villenueve (2017) ha mobilitato studiosi e appassionati che si sono pronunciati sulle virtù e sui difetti del sequel: dalla presunta misoginia che si manifesta in ruoli femminili degradanti, al razzismo di sottofondo che farebbe incetta di atmosfere asiatiche, sganciate dalla rappresentazione degli abitanti di quei luoghi. Al di là di questioni stilistiche e contenutistiche, può essere utile riflettere sui motivi del fallimento di una narrazione gloriosa come quella di Blade Runner, che ha svolto un ruolo centrale non solo nel cinema degli ultimi trent’anni ma anche del modo stesso di ripensare il futuro da parte della fantascienza. Il destino dei figli d’arte e dei sequel permane identico: prodotti secondari, talvolta di scarto, quasi geneticamente difettosi, e in parte addirittura in ritardo su altri film come Her di S. Jonze, quasi plagiato nella scena di sesso “phygital”. Se il primo Blade Runner è stato quintessenzialmente postmoderno, nel suo sovrapporre stili, generi ed epoche diverse – come disse Ted Polhemus gli anni Trenta di Rachael, i Cinquanta di Deckard, gli Ottanta dei replicanti post-punk ecc. – il suo...

Un libro di Giovanni Spadaccini / Compro libri, anche in grandi quantità

Da dove arrivano i libri che troviamo nei negozi di seconda mano? Che viaggio hanno fatto per arrivare fin lì? E che storie nascondono fra le loro pagine? Ce lo racconta Giovanni Spadaccini nel suo volume, appena pubblicato da UTET, Compro libri, anche in grandi quantità (pp. 184, E.16).  E chi meglio di lui potrebbe raccontarlo dal momento che è proprio sulla compravendita di libri usati che ha impostato la sua attività lavorativa, dopo essersi laureato in filosofia e aver conseguito il dottorato in antropologia. Spadaccini gestisce infatti una libreria a Reggio, in una traversa della via Emilia, poco trafficata se non da qualche gruppo sporadico di giovinastri, nonostante essa si trovi in una zona centrale della città, di fronte al parcheggio multipiano di un ristorante ricavato dalla ristrutturazione di un cinema che nei bei tempi andati alternava proiezioni di film d’essai come Blow Up a pellicole di scarso valore “vietate ai minori di 18 anni” (o di 14) ad altre coi cartoni animati della Disney.   E forse un po’ di questa promiscuità di generi Spadaccini l’ha fatta sua in questo libro, che ho appositamente chiamato volume, dato che lo si potrebbe definire in vari...

Al MAST la prima antologica / Richard Mosse: immagini scomode

“Ma Marlowe non era il tipico marinaio (se non per la tendenza a raccontare storie); per lui il significato di un episodio non andava cercato all’interno del guscio come un gheriglio, ma all’esterno, avvolgendo il racconto che lo generava come un bagliore genera intorno a sé una zona di penombra, allo stesso modo in cui l’illuminazione spettrale del chiaro di luna rende a volte visibili gli aloni nebulosi.” Joseph Conrad, Cuore di tenebra   Artista irlandese con una formazione in Letteratura inglese e Studi culturali, oltre che in Belle Arti, Richard Mosse si situa in una zona di confine tra fotografia documentaria e arte contemporanea, in un luogo dove questi due ambiti si incontrano e si scontrano, dando vita a nuovi immaginari. Displaced, prima mostra antologica del fotografo, presentata dalla Fondazione Mast e curata da Urs Stahel, propone un percorso cronologico che parte dai lavori realizzati nei primi anni 2000 fino ad arrivare a quelli più recenti, tra cui la serie Tristes Tropiques realizzata nel 2020 nell’Amazzonia brasiliana. Attraverso 77 fotografie di grande formato, due suggestive videoinstallazioni e altre due significative opere video, la mostra traccia l’...

1945-2021 / Il chip metafisico di Franco Battiato

Nell’estate del 1973 il terzo festival della rivista del movimento hippy italiano, “Re Nudo”, organizza la sua Woodstock italiana tra i boschi di Alpe del Viceré, in provincia di Como; il sindaco socialista della cittadina alpestre è terrorizzato, alla prospettiva di ricevere l’orda di straccioni seminudi, non concede nessuna autorizzazione, non garantisce nessuno spazio, né i servizi essenziali: niente corrente elettrica, niente acqua. Gli organizzatori decidono all’ultimo di gettare la spugna e invitano i compagni a non partire. Ma ormai l’orda figlia dei fiori non intende rinunciare alla sua terza estate di free love, marijuana e musica: arrivano in migliaia; tra di loro, un giovane musicista siciliano che compone musica elettronica “cosmica” a Milano; si chiama Franco Battiato, e ha con sé un’arma letale che salverà l’happening: ha portato un generatore di corrente da campo. È così che Franco Battiato è apparso sulla scena della musica italiana. Il suo concerto, con i materiali pubblicati nei primi album Fetus (1971) e Pollution (1972) lascia il pubblico allibito, infastidito: si aspettano il rock, magari psichedelico, ma quella roba fatta sulla tastiera del synth,...

Paesi e slogan / La casa a 1 euro

All’incirca trenta anni fa, quando lo spopolamento dei paesi interni italiani emergeva in tutta la sua gravità, qualcuno – magari mosso da buone intenzioni – lanciò lo slogan “un paese in vendita”: alienare, ad un costo simbolico, interi aggregati urbani disabitati a forestieri, artisti, turisti che volevano trasferirsi da città e metropoli in piccoli centri in abbandono, dove la vita sarebbe stata – secondo una visione neoromantica – più semplice, lenta, autentica, a dimensione umana.   “Un paese in vendita” ci sembrava una formula ingenerosa, inefficace, irrispettosa del paese che si sarebbe dovuto “salvare” o “ripopolare”. Un paese infatti non è un’accozzaglia casuale di abitazioni, una sommatoria informe, fredda, di manufatti senza un filo che li connette; al contrario, un paese è un artefatto complesso di architetture, di strade, vicoli, case; una trama di memorie, relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate; un luogo antropologico per eccellenza, con una sua dimensione orizzontale e verticale, dove gli abitanti convivono con defunti, santi, lapidi.     A distanza di decenni, a desertificazione demografica delle aree interne ormai avvenuta, con centinaia...

Alessandro Boffa / Sei una bestia, Viskovitz

C’è un piacere sottile e intramontabile che ci prende tutte le volte che riconosciamo il noto nell’ignoto, che troviamo parentele strutturali in cose che si presentano davanti a noi nelle forme più varie, secondo una combinatoria di pattern prestabiliti.  Ecco, questo piacere, che è quello delle variazioni sul tema (pensiamo agli Esercizi di stile di Raymond Queneau) è esattamente quello che si prova quando si legge un libro come Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa (Garzanti 1998, appena ristampato da Quodlibet, collana Compagnia Extra). Se per esempio leggiamo il primo capitolo, Come va la vita, Viskovitz?, ci imbattiamo in un protagonista che snocciola subito una massima tragicomica («Non c’è nulla di più noioso della vita, nulla di più deprimente della luce del sole, nulla di più fasullo della realtà»), e dico tragicomica perché dopo appena due righe si capisce che chi sta parlando è nientemeno che un ghiro appena uscito dal letargo e che non vede l’ora di riaddormentarsi per dimenticare la sua compagna Jana («Era la femmina più brutta e deprimente dell’intera comunità, la più tediosa e sciocca. L’avevo scelta proprio per questo») e tornare a sognare la ghira di...

Fotocopie / John Berger: nomi, cose, città, animali, sguardi

Nomi   Fotocopie. È questo il nome dato alla raccolta di racconti/immagini di John Berger ripubblicato da il Saggiatore (la prima edizione italiana era stata curata da Bollati Boringhieri nel 2004 mentre quella originale risale al 1996) nella traduzione di Maria Nadotti. Nome enigmatico e misterioso che ricorre, rincorre e attraversa i ventinove racconti/frammento che compongono il testo. Fotocopie che sono oggetti, immagini, sguardi, ricordi di persone, animali o cose. Oggetti-feticcio portatili che fanno circolare e transitare idee, pensieri, grafie mettendo in connessione volti, istanti, luoghi e saperi (nel racconto-intervista a Henri Cartier-Bresson, alla domanda su cosa sia il “sentire l’attimo decisivo”, il fotografo risponde «impugnando una fotocopia» dove aveva trascritto a mano una citazione di Einstein: «Ho una tale sensazione di solidarietà con tutto ciò che è vivo, che non mi sembra importante sapere dove l’individuo cominci o finisca…»). Fotocopie che sono tracce, segni indicali prodotti dal contatto diretto con il referente, con le cose, con gli animali, con i luoghi, con il mondo. La loro genesi è tattile, quasi aptica, immediata, irriflessiva («Irriflessiva?...

Saggi e articoli / Sciascia, se la memoria ha un futuro

A futura memoria (se la memoria ha un futuro) è uno di quei testi di Leonardo Sciascia di cui le librerie hanno sempre gli scaffali pieni; soprattutto quest’anno, in occasione del centenario dalla nascita. L’edizione più facilmente reperibile è quella dell’Adelphi, che nel 2017 ha acquisito i diritti da Bompiani (del 1989) e nel 2020 ne aveva già fatte sette ristampe. A impreziosirla, una nota di Paolo Squillacioti, che ne rammenta la parentela, importante, con un’altra opera, La palma va a nord. Contrariamente a A futura memoria, che ne è, di fatto, il proseguo, La palma va a nord è un prodotto librario piuttosto raro: dopo la prima edizione del 1980 per Edizioni Quaderni Radicali, e una seconda per Gammalibri Milano nel 1982, non è però stato più ripubblicato, nemmeno all’occasione del centenario.   Eppure, come nota Squillacioti “i due libri sono come annodati insieme”. Entrambi raccolgono l’essenziale dell’attività saggistica che Sciascia dedica ai temi d’attualità: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo, la giustizia italiana, la mafia e, negli ultimi tempi, l’antimafia. Gli archi temporali coperti dagli interventi si sovrappongono (vanno rispettivamente dal 1977 al...

Contro il gastropurismo / Politiche della panna

Sta tornando la panna in cucina? Dopo i fasti degli anni Ottanta e le maledizioni dei decenni successivi, non avevamo fatto in tempo a liberarcene del tutto ed ecco che quest’orgogliosa crema iperindustriale e goduriosissima rifà capolino: non solo per facilitare le operazioni ai fornelli ma soprattutto per accontentare i gusti – tanto semplici quanto esigenti – dei gourmet dell’ultimora, affascinati da una gastromania che non cessa di appassionare i palati di grandi e piccini. Se a MasterChef un concorrente aggiunge una spruzzata di panna in una pietanza lo cacciano via in malo modo. Su di lui anatema. Nell’alta ristorazione è bandita per principio. Nelle trattorie la si usa con assoluto riserbo, come se fosse capitata là per caso. E nei ricettari è praticamente sparita. Ben pochi, poi, sono i cucinieri che a casa propria apprestano, poniamo, una carbonara o una scaloppina amalgamandole con questa specie di malin génie dei nostri stomaci traballanti.    Domanda: perché cotanto livore antipannesco? Pura, prevedibile, piccata reazione verso qualcosa che, or sono, aveva avuto il suo momento di gloria, partecipando come soluzione passepartout in tutte quelle preparazioni...

Il cielo è nel ghiaccio / Pensare come un iceberg

Il viandante bianco   Quasi seimila chilometri quadrati bisogna saperli immaginare. Soprattutto se parliamo di una terra poco striata, non segnata da grandi accidenti, che sugli atlanti viene rappresentata come una macchia slavata, un buco bianco su sfondo azzurro. Sui mappamondi sta così sotto, appartata nell’emisfero australe, che non ci rendiamo conto delle sue dimensioni. Quasi seimila chilometri quadrati è l’estensione della Liguria. Riguardo al peso siamo intorno a un miliardo di tonnellate, che non riesco facilmente a quantificare. Persino il linguaggio, questo strumento così duttile e potente a nostra disposizione, non ci è molto d’aiuto: A-68. Non sembra il nome di un’autostrada? E invece è il nome di un iceberg. Anzi era, perché non c’è più: staccatosi dalla piattaforma di ghiaccio Larson C in Antartide nel 2017, è rimasto fermo per un anno prima di vagabondare verso nord per altri quattro. Un “white wanderer” secondo la dicitura corrente.   A-68 non è più tecnicamente un iceberg perché ai frammenti restanti mancano i requisiti minimi: “L’USNIC è l’organismo riconosciuto a livello internazionale per nominare gli iceberg e rintracciare quelli che potrebbero...

Bestiario / I nostri antenati: delfini e balene

A vederlo non ci si crede. Uno dei primi antenati del delfino è un mammifero con il muso simile a un topo, quattro gambe e una lunga coda, e le unghie come un cervo. Si chiama Indohyus. Prove molecolari ci dicono che sarebbe il precursore dei cetacei, e perciò anche delle balene. Apparteneva alla famiglia degli artiodattili, animali con un numero di dita pari, nota come Raoellidae. Quando veniva minacciato si gettava in acqua sulle coste della Tetide, l’oceano che esisteva a quel tempo, 48 milioni di anni fa, di cui restano secondo alcuni studiosi delle vestigia nel mar Caspio e nel Mediterraneo. Allora un comune gruppo di antenati terrestri viveva in zone paludose con canali fluviali, prima di passare definitivamente al mare. Se vogliamo andare più indietro, a 53 milioni di anni, nell’Eocene, ci sono i pakicetidi. Tutte le particolarità di questi animali si ritrovano oggi nei delfini: nuotatori provetti, narici a fessura, struttura delle ossa dell’orecchio e i denti triangolari e seghettati. Qualche anno fa in Pakistan sono stati reperiti dei resti fossili di un mammifero che è un incrocio con un coccodrillo, Ambulocetus. Insomma i nostri delfini attuali sono gli eredi di animali...

Diario (4) / E dopo il Paradiso cosa c'è?

E “il quarto pezzo”? Quando nel 2017 iniziammo a lavorare all’Inferno, mi ritrovai insieme a Serena Cenerelli a spiegare a un gruppo di signore la struttura dell’intera Commedia, il viaggio dalla selva oscura al Paradiso, la divisione in tre cantiche, ovvero in tre parti. Una signora chiese: “E il quarto pezzo”? Non compresi. Il quarto pezzo… in che senso? E lei, convinta, serissima: “Il quarto pezzo, dico, dopo Inferno, Purgatorio e Paradiso…”    La domanda forse rifletteva le abitudini dell’era dello spin-off, ovvero la cultura delle serie televisive, per cui una storia, se ha ben “funzionato”, una volta finita va comunque continuata, magari inventandosi le vicende di un personaggio “secondario” che nella storia-madre non era protagonista: non Dante quindi, ma, che so, le vicende che han portato all’omicidio di Pia dei Tolomei o quelle del musicista Casella o i furori di Gianciotto Malatesta, detto anche “Gianne lo Sciancato”, politico e condottiero, tradito dal fratello Paolo e dalla sposa Francesca: appunto, il “quarto pezzo”.    Inferno, Teatro delle Albe, 2017, © Silvia Lelli. O forse quell’errore nascondeva qualcosa di più? La cosa mi è tornata in...

I diritti dell'ambiente / Abitare Venezia

Che cosa diremo... Che cosa diremo, noi che ancora ci abitiamo, ai bambini e ai ragazzi nati a Venezia o venuti ad abitarci, che oggi frequentano le sue scuole? Ci vorranno, ci potranno abitare e lavorare? O dovranno andare via, magari all’estero?   Calce, acqua e lingua Aspetto il mio turno per il vaccino antinfluenzale davanti all’ambulatorio, appoggiato al muretto che divide il rio terà Cazza dal rio de San Polo. Sento le parole di un uomo che, in coda dopo di me, indica alla moglie due muri che affondano nel canale. Dice: «Àra la malta de sto muro, che xè ancora bona dopo tanti ani» e la confronta con quella tutta sbriciolata sul muro accanto. Gli chiedo di spiegarmi. Lo chiedo in italiano e lui capisce che sono “foresto” (pur residente da tanto) così mi risponde gentilmente anche lui in italiano. Dice che adesso certi muratori usano delle malte non adatte al salso. Basta confrontarle con quelle che invece durano, anche centinaia di anni: per esempio sul Canal Grande, dove, mi ricorda, ci sono affreschi che resistono sulle facciate. Ha lavorato una vita nell’edilizia e commenta: «Non dovrebbero neanche metterci le mani. È un sacrilegio». La parola “sacrilegio” la dice con...

Unità operativa Cotugno di Napoli / Appunti da un reparto Covid

La pandemia legata al covid-19 ha posto innumerevoli, complesse e gravi sfide al sistema sanitario italiano e ha richiesto massicce modifiche che hanno coinvolto tutti i livelli dell’assistenza sanitaria. In tale situazione di grave criticità, è stata fortemente evidenziata la necessità della presa in carico anche degli aspetti psicologici, emotivi e relazionali sia dei pazienti sia degli operatori sanitari. Per la prima volta nel nostro paese è stata riconosciuta, anche da ampi settori dell’opinione pubblica, l’importanza della salute psicologica come parte essenziale della qualità di vita, in qualsiasi età e in tutte le fasi del ciclo esistenziale. Sta finalmente emergendo la necessità dell’unitarietà dei percorsi di cura, che non devono essere più centrati esclusivamente sulla malattia, ma sulla persona, con i suoi bisogni soggettivi, il suo vissuto emotivo, le sue relazioni.  Il mio vertice osservativo è particolare, in quanto responsabile dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera che include il Cotugno di Napoli (uno dei 3 ospedali infettivologici in Italia, insieme al Sacco di Milano e allo Spallanzani a Roma), divenuto Covid Center, con circa...

14 settembre 1928 - 6 maggio 2021 / Humberto Maturana e la vita che scorre

Chi era Humberto Maturana? Uno studioso particolare. Uno scienziato vero, lontano dalle pratiche “evidence based”, coltivate dagli odierni carrieristi. Un biologo, uno psicologo e un epistemologo; creatore di nuove lenti per osservare la natura e non solo, anche la mente e la società.  Uno di quegli epistemologi che traggono le proprie riflessioni dalle pratiche scientifiche che elaborano e dalle esperienze che creano, in laboratorio e attraverso l’osservazione della vita e dei suoi percorsi, negli organismi viventi, nei soggetti e nelle comunità.  Assieme a una vasta schiera di longevi – Gadamer, Ricoeur, Dorfles, Morin, che ancora vive a cent’anni, von Foerster e molti altri – Maturana è uno dei saggi della cultura occidentale. Ma è anche, insieme a Francisco Varela – suo allievo, morto prematuramente – un autore che ha pensato al legame profondo tra il corpo, la mente e le loro affezioni, uno Spinoza contemporaneo.   Autopoiesi Autopoiesi e cognizione, l’opera chiave della sua vita, scritta con Francisco Varela, fu per noi, negli anni Ottanta, una lettura difficile: eravamo immersi nella cultura umanistica – letteratura, filosofia, psicologia e antropologia – e,...

Una corrispondenza / Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).   Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato...

Conversazione con Cesare Ronconi / Pinocchio, o il fuoco dell’adolescenza

Il Pinocchio del Teatro Valdoca con la regia di Cesare Ronconi è Silvia Calderoni, attrice che in scena si muove, corre, si agita, brucia, traducendo in avventure fisiche le storie del burattino di Collodi. Il pezzo di legno c’è, in mezzo alla platea svuotata delle sedie del teatro Bonci di Cesena, dove ENIGMA. Requiem per Pinocchio, con i testi poetici di Mariangela Gualtieri, debutta in prima assoluta venerdì 14 e sabato 15 maggio. In realtà non è un pupazzo: Pinocchio, su una portantina-barella nel parterre, è un mucchio di tronchetti e rami di potatura di viti e olivi che culminano in una testa sbozzata. Accanto alla protagonista, la Fata è Chiara Bersani, con il danzatore Matteo Ramponi come Mangiafoco, con il canto di Silvia Curreli e Elena Griggio e gli interventi musicali dal vivo di Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta.     Perché avete scelto Pinocchio? L’origine dello spettacolo è molto semplice. Nasce un po’ per caso. Ero a Venezia a fare un seminario all’università inglese e dormivo alla Giudecca. Silvia lavorava in un’isoletta vicina. Passeggiando, ho visto la scultura di un artista: era una figura simile a Silvia e mi richiamava alla mente...

Conversazione con Marcel Cohen / Edmond Jabès: dal deserto al libro

La prima edizione italiana del volume di Edmond Jabès Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen era apparsa nel 1983. Irreperibile da tempo, l’opera ricompare adesso in una nuova versione ampliata (Milano, Edizioni degli animali, 2021) che, rispetto alla precedente, offre un colloquio in più, una prefazione di Antonio Prete, tre testi di Gianni Scalia e alcune illustrazioni aggiuntive, tra cui cinque acquerelli di Teresa Iaria. Ad essere in causa non è una normale raccolta di interviste, ma il frutto di un lavoro di elaborazione svolto da Jabès e Cohen al fine di evitare sia la freddezza di risposte formulate direttamente per iscritto, sia le imprecisioni o approssimazioni tipiche della parola orale. È dunque un volume costruito con sapienza, che non manca di efficacia espositiva né di intensità riflessiva. Quando era apparso in Francia, nel 1981, l’autore aveva già alle spalle un’abbondante produzione, nella quale i titoli principali erano costituiti da opere articolate in più volumi, i sette del Libro delle interrogazioni (1963-73) e i tre del Libro delle somiglianze (1976-80). Si trattava di testi poetici in senso lato, ma capaci di sottrarsi a ogni genere letterario...

Terre e destini / Ron Rash, Un piede in paradiso

«Prima di salire in macchina ho dato un’occhiata al cielo. Come se la pioggia fosse davvero un problema per uno come me, con uno stipendio sicuro». Negli ultimi anni mi sono occupato spesso di letteratura nordamericana, di sicuro ho letto più autrici e autori statunitensi che europei. Non c’è un motivo particolare, ma più di uno. Innanzitutto, c’è l’interesse per un certo tipo di contesto che consente una narrazione che cambia molti scenari e linguaggi, a seconda che ci si sposti di contea, stato, si ambientino le vicende in una grande città oppure in un paesino sperduto del Montana, del Kansas, dell’Ohio o della Carolina, e questa varietà genera una passione, un’attenzione speciale. Naturalmente, tutto è reso più accessibile dal numero consistente di traduzioni di romanzieri degli Stati Uniti, ma il numero congruo non è garanzia di qualità, bisogna saper scegliere, in ogni caso, pur facendo accurata selezione, il panorama di letture interessanti è vasto.   Una delle mie convinzioni più radicate racconta della non esistenza del «grande romanzo americano», ovvero che l’etichetta che critici e lettori di tanto in tanto appongono su questo o quell’altro libro non possa...

Artpod / Mandria | Mario Merz

Nella primavera del 2020 e nell’inverno del 2021 alcuni paesi e città d’Italia sono stati attraversati da animali che di solito vivono altrove: cervi con maestosi palchi di corna, lupi in branco che fiutavano l’aria, codazzi di oche che si guardavano intorno come fossero in gita scolastica. L’arresto delle attività umane, dovuto alla pandemia da Covid19, ha invitato la fauna selvatica ad avvicinarsi alle zone urbane e così, con scatti fotografici silenziati per non impaurirli, questo ritorno del grande rimosso della nostra civiltà – la vita animale – è stato spiato e immortalato.    Quando Mario Merz riprese a produrre opere di arte figurativa, verso la fine degli anni ’70, spuntarono animali, più o meno esotici come coccodrilli, bisonti, o i più nostrani cervi. L’artista dichiarò che si trattava per lui di figure mitiche, in grado di regalargli una forma di leggerezza per la loro carica di indisponibilità e ignoto. “Sono esseri assolutamente solitari non partecipano alla vita della strada”.  Forse è per questo, perché li abbiamo allontanati dai luoghi in cui viviamo, perché sempre più specie sono a rischio di estinzione, perché nelle loro livree ci sono...

Orso d’Oro a Berlino / Le follie porno di un Paese in maschera

Nella concitazione della seconda riapertura delle sale cinematografiche, chissà quanti si sono accorti che un film ha cambiato titolo non appena avuta l'opportunità aggiuntiva di una distribuzione nei cinema. Lucky Red aveva scelto di destinare in esclusiva alla sua piattaforma MioCinema il recente vincitore dell’Orso d’Oro della 71ª Berlinale, Bad Luck Banging or Loony Porn del regista rumeno Radu Jude; quando poi ha deciso, convinta dalla bontà del prodotto ma anche per mancanza di alternative da proporre al pubblico, di renderlo disponibile qualche giorno dopo anche nelle sale che hanno affrontato la riapertura, ha rimpiazzato il titolo originale usato per il lancio online con un più comprensibile (e leggermente edulcorato) titolo italiano Sesso Sfortunato o Follie Porno.    Un titolo che include due parole sul cui significato, nel film, ci si interroga e scontra con veemenza: il sesso legittimo e domestico tra marito e moglie diventa pornografia quando viene filmato e successivamente caricato su un sito di condivisione video per adulti, senza però che venga mai chiarito come questo accidente sia accaduto. Finché la protagonista del filmato è considerata solo come...

Italiani in Etiopia / Maaza Mengiste, Il re ombra

La memoria collettiva, in senso stretto, non esiste. Come non esiste la colpa collettiva. La memoria, come la colpa, ci singolarizza, è qualcosa di strettamente personale: dire che tutta una nazione è colpevole è dannoso, perché quando tutti sono colpevoli, in fin dei conti nessuno lo è, come ci ricorda Hannah Arendt. Allo stesso modo, non esiste – per nessuno, per nessuna nazione – un innatismo della memoria, che ci permetterebbe di parlare di memoria collettiva: la memoria è individuale e per lo più locale. La memoria collettiva può esistere solo se la intendiamo come processo: un processo di costruzione e di istruzione, e un processo politico in quanto processo di negoziazione tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, tra ciò che vogliamo vedere – e far vedere – e ciò che vogliamo tenere nascosto, oltre che, naturalmente, tra i vari modi in cui scegliamo di ricordare. Di questo ci parla Maaza Mengiste in Il Re Ombra: di una parte di storia che l’Italia ha scelto di non ricordare – o meglio, di una parte di storia per la quale l’Italia ha scelto di fornire una narrazione autoassolutoria e autocelebrativa, mostrando alcune cose ma nascondendone altre. Per...

Filosofia del mondo nuovo / Maurizio Ferraris. Documanità

“Come faccio a spiegare a mia moglie che mentre guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”, si chiedeva Conrad, scrittore e navigatore. Questa difficoltà di comunicazione, di coordinamento intersoggettivo – in epoca di “smart working” lo sappiamo bene – può soffocare sul nascere i migliori pensieri: “Quando fai la lavatrice?”, “Il lavandino si è bloccato!”, “Cosa mangiamo per cena?” e l’idea vola via. Per ovviare a questo annoso problema, a inizio Novecento si pensò alla tecnologia. L’“Isolator” era uno scafandro, brevettato dal fisico Hugo Gernsback, che lo scrittore indossava per non essere disturbato. Tecnicamente era perfetto: nemmeno un filo di voce passava. Ma umanamente era insostenibile. La questione, pare, fu invece risolta da un poeta, Sanguineti: mentre lavorava indossava un cappello, e quando lo si vedeva con addosso il copricapo non doveva essere disturbato. Tolto il cappello, gli si poteva chiedere di sbloccare il lavandino. Insomma, la “smartness” non è mero tecnologismo, ma è una soluzione che, al tempo stesso, risponde a un bisogno e si adatta alla nostra condizione.   In un’epoca in cui abbiamo il martello tecnologico e vediamo solo chiodi (Scilla), o in...