Alfonsina e il mare

Tra canzone e poesia

Poco prima di suicidarsi, nell’ottobre del 1938, Alfonsina Storni spedì un’ultima poesia al giornale argentino La Nación. La poesia s’intitola Vado a dormire, e recita così:

 

Denti di fiori, cuffia di rugiada,

mani di erba, tu, dolce balia,

tienimi pronte le lenzuola terrose

e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.

Mettimi una luce al capo del letto

una costellazione; quella che ti piace;

tutte van bene; abbassala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli…

un piede celeste ti culla dall’alto

e un passero ti traccia un percorso

perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico

se lui chiama di nuovo per telefono

digli che non insista, che sono uscita…

 

Trent’anni dopo, nel comporre le strofe della canzone Alfonsina y el mar, il poeta Félix Luna si richiamò a quei versi:

 

Y si llama él no le digas que estoy

Dile que Alfonsina no vuelve

Y si llama él no le digas nunca que estoy

Di que me he ido

 

Quella commovente canzone, dedicata ad Alfonsina Storni e resa immortale da Mercedes Sosa, fu composta a quattro mani da Félix Luna e dal compositore e pianista Ariel Ramírez, di cui il 4 settembre scorso si sono celebrati i cento anni dalla nascita. Ramírez, considerato uno dei massimi compositori argentini del Novecento, ricordava con emozione come suo padre fosse stato il primo maestro di letteratura di Alfonsina alla Escuela Normal José Galisteo de Coronda nella provincia di Santa Fè, dove la Storni ottenne il diploma di maestra rural. Fu lui, con ogni probabilità, a correggere le prime incerte poesie di Alfonsina. Quando, sul finire degli anni ’60, Ramírez presentò la canzone a Mercedes Sosa perché la incidesse sul disco Mujeres Argentinas, dove accanto alla Storni venivano omaggiate la Gringa Chaqueña, Juana Azurduy, Manuela Pedraza, Rosario Vera, Dorotea Bazán, detta la cautiva, Guadalupe Cuneca e la China del Alto, tutte donne, vere o immaginarie, che avevano segnato la storia dell’America latina, Ramírez ricordò le lacrime di Mercedes mentre cantava, per la prima volta, la melodia che aveva composto per accompagnare i versi di Luna.

 

Più di cinquant’anni dopo la sua composizione, Alfonsina y el mar, accanto alla Misa Criolla per coro e strumenti andini, resta una delle pagine più amate ed eseguite di Ramírez, interpretata da legioni di cantanti del subcontinente americano e non solo (fra le tante, oltre a quella storica di Mercedes Sosa, vale la pena citare quella non meno struggente, e venata di piglio andaluso, della catalana Silvia Pérez Cruz). È una zamba che colpisce dritto al cuore, si conosca o meno la storia e il tragico destino di Alfonsina Storni. Con pari emozione Ariel Ramírez amava pure ricordare come il feretro di Alfonsina, poetessa sì, ma sull’esempio della madre Paolina anche maestra, fosse stato salutato, nel suo tragitto ferroviario da Mar del Plata a Buenos Aires, da più di diecimila bambini in età scolastica.

 

In Argentina si è soliti dire che se i messicani discendono dagli aztechi e i peruviani dagli incas, gli argentini discendono dalle navi, e che la loro storia inizia in un porto. Quantomar per l’Argentina, cantava da par suo Ivano Fossati in una delle sue più belle canzoni. Alfonsina Storni il mare lo affrontò la prima volta nel 1896, quando, a quattro anni, s’imbarcò con i genitori su una nave che l’avrebbe condotta in Sud America. Era nata a Sala Capriasca, un villaggio di collina del distretto di Lugano, in Canton Ticino, poco più di cinquecento anime a fine Ottocento. Gli Storni, a differenza degli emigranti ticinesi che dalle valli sopracenerine si dirigevano più facilmente verso l’Australia o la California, come altri sottocenerini tentarono la sorte in America del Sud. Non erano contadini, artigiani o allevatori di bestiame, ma birrai. Nella zona dell’estuario del Rio de la Plata la bevanda aveva fatto la sua apparizione negli ultimi anni dell’800; a Quilmes, cittadina situata nei pressi a Buenos Aires, nel 1890 il tedesco Otto Bemberg aveva fondato la ditta omonima, Quilmes, che in breve sarebbe diventata la birra più amata e bevuta del paese, al punto da figurare, per molti anni, quale sponsor ufficiale della nazionale argentina di calcio. In Argentina, nel giro di un ventennio, fra il 1891 e il 1913, il consumo di birra passò da 13 a 109 milioni di litri. Gli Storni, fiutato l’affare, puntarono a loro volta sulla Cerveza de los Alpes, una birra d’ispirazione svizzera che in verità conobbe assai meno fortuna, costringendo la famiglia a spostarsi dalla provincia di San Juan a Rosario, ripiegando sulla ristorazione come gestori del Café Suizo. 

 

La giovane Alfonsina serviva ai tavoli e faticava in cucina. Il padre Alfonso, uno dei tanti emigrati che mai riuscì ad acclimatarsi alla nuova patria, depresso e alcolizzato, morì nel 1906, e l’adolescente Alfonsina si vide costretta a impiegarsi in una cappelleria. Ciò non le impedì di dedicarsi al teatro, di studiare, come la mamma, da maestra, di cantare in un coro e, di lì a qualche anno, di pubblicare le prime poesie sulle riviste Mundo rosariano e Monos y monadas. Poi succede quel che non doveva succedere: s’innamora di un uomo sposato, un uomo di ventiquattro anni più anziano di lei, e rimane incinta. Lui la abbandona e lei si trasferisce a Buenos Aires. Emigrante, ragazza madre, la poesia nel cuore. Peggio ancora: Alfonsina rivendica la sua indipendenza, abbraccia la causa femminista e il socialismo. Nella poesia Tu me quieres blanca, una delle sue liriche più amate, scriverà:

 

 

Tu mi vuoi alba,

Mi vuoi di spuma,

Mi vuoi di madreperla,

Che sia giglio,

Fra tutte, casta

Di profumo tenue,

Corolla richiusa

 

Né un raggio di luna,

Mi abbia trafitto

Né una margherita

Si dica mia sorella.

Tu mi vuoi nivea,

Tu mi vuoi bianca,

Tu mi vuoi alba.

 

In un’altra celebre poesia, Piccolo uomo, Alfonsina si fa di fiamma:

 

Sono entrata nella tua gabbia,

piccolo uomo che mi vuoi imprigionare.

Piccolo, dico, ché non mi capisci

né mai mi capirai.

 

Neanch’io ti capisco, ma adesso

apri la gabbia che voglio scappare.

Piccolo uomo, ti amai mezz’ora,

non chiedermi di più.

 

Nella Buenos Aires degli anni ’20, la Buenos Aires dei tango di Gardel e della morale virile che Alfonsina rivendicava per sé, la Buenos Aires dove è l’uomo a dettare le regole del gioco, le poesie di Alfonsina Storni s’impongono per la sfrontatezza e la rivendicazione di un’indipendenza ch’era sì sentimentale ed erotica, ma prima ancora intellettuale. Proprio come nei tango dell’epoca dove il pugnale regnava sovrano, l’esposizione sprezzante del coraggio è abbracciata da Alfonsina dalla prospettiva inedita della donna, non dell’uomo:

 

Chi mi può seguire venga con me,

ma io me ne sto ritta, di fronte al nemico,

la vita, e non temo il suo impeto fatale,

perché ho sempre un pugnale pronto in mano.

 

In Poemas de Amor, rivolgendosi a un fantomatico amante (Chi è colui che amo? Non lo saprete mai. Scruterete i miei occhi per scoprirlo e non vi vedrete che il fulmine dell’estasi), Alfonsina evoca come spesso le accade il mare, luogo magico e avventuroso dove il mondo ha infine facoltà di sbocciare secondo regole proprie, regole che sfuggono al dominio degli uomini:

 

Ascolta: io ero come un mare addormentato. Tu mi hai destata e la tempesta si è scatenata. Agito le mie onde, affondo le mie navi, salgo al cielo e sferzo le stelle, mi vergogno e mi celo tra i miei flutti, impazzisco e uccido i miei pesci. Non guardarmi sgomento. Tu l’hai voluto.

 

Alfonsina fu poetessa, giornalista, saggista, drammaturga, maestra di recitazione, fine dicitrice nei circoli letterari della Buenos Aires degli anni ’20 e ’30, provocatrice, femminista pungente e audace, militante socialista, fustigatrice mondana e donna di successo che mal tollerava la notorietà, amica di Pablo Neruda, di Federico Garcia Lorca e di Horacio Quiroga. Le sue poesie non piacevano a tutti, alcuni letterati le rimproverarono la goffaggine, la mancanza di cultura, il cattivo gusto, ma fu amata e venerata da chi, nelle sue parole, coglieva anzitutto il coraggio e la trasgressione, l’urgenza del dire. Quando, negli anni dell’esilio, Mercedes Sosa fece tappa a Lugano per un concerto alla Radiotelevisione svizzera (ne scrivemmo qui), rimase sorpresa nello scoprire che intorno a lei, e nonostante il fatto che gli studi televisivi fossero situati a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla casa natale di Alfonsina, nessuno avesse consapevolezza del rilievo artistico della poetessa, di quanto fosse stata amata e di quanto la sua opera avesse significato per le donne argentine. È vero che l’opera di Alfonsina era allora ancora poco nota e poco tradotta in italiano (Mercedes fece tappa a Lugano nel 1980), ma possiamo facilmente immaginare lo stupore di Mercedes, l’interprete per cui Ariel Ramírez e Félix Luna avevano composto la canzone Alfonsina y el mar, nello scoprire che Alfonsina non era oggetto, fra i boschi e i monti in cui era nata, della venerazione e dell’amore sconfinato di cui godeva in Argentina.

 

 

Nel 1935 ad Alfonsina viene diagnosticato un tumore al seno. Viene operata, ma tre anni dopo il male si ripresenta e i medici le tolgono ogni speranza. Il 18 ottobre del 1938 si reca in gran segreto a Mar del Plata, dove scrive l’ultima poesia. La mattina del 25 lascia un biglietto sul comodino della camera d’albergo, me arrojo al mar e, raggiunta la spiaggia, si getta in mare da un molo.

 

Noi donne piangiamo perché sì, senza sapere:

E questo delle lacrime è un futile piacere. 

Ben si vede che dentro abbiamo un mare segreto,

Un mare un poco lento, leggermente irrequieto,

Che si affaccia negli occhi con bastante frequenza

E che usiamo perfino con una duttile scienza.

Non mi chiedere, amato, quel che devi immaginare;

Nella notte passata non era quieto il mare.

Nient'altro. Tempeste che un vento trascina e rinnova

Un vento che ogni volta ci mostra una riva nuova.

 

Mesi fa il Municipio di Capriasca ha deciso di intitolare una piazza alla sua celebre concittadina. Nel farlo, ha commissionato un’opera alla scultrice Eva Antonini (nessuna relazione con l’autore del presente articolo, ndr). È bastato questo a sollevare un mezzo polverone, con prese di posizione, interpellanze, una petizione, ricorsi in materia edilizia. L’idea che la raffigurazione di una donna suicida possa essere collocata al centro di una zona pedonale, di fronte alla chiesa del villaggio, un luogo dove sono soliti giocare i bambini, ha fatto storcere il naso ad alcuni. Difficile non riandare all’episodio evocato da Ariel Ramírez, quando migliaia di alunni, nel 1938, si schierarono a salutare con emozione il feretro di una poetessa e maestra di scuola nel suo ultimo viaggio terreno. Nella rappresentazione scultorea di una donna che si affida per l’ultima volta alle onde del mare c’è chi non riesce a vedere altro che una donna suicida, e teme che un bambino, nella sua innocenza, non sia in grado di leggervi altro. Denti di fiori, cuffia di rugiada. Una poesia prende sempre per mano le nostre paure e, nel farlo, ci infonde coraggio. Basterebbe leggerla.

 

In fondo al mare

c’è una casa

di cristallo.

A una strada 

di madreperle

conduce.

Un grande pesce d’oro,

alle cinque

mi viene a salutare.

Mi porta

un ramo rosso

di fiori di corallo.

Dormo in un letto

un poco più azzurro

del mare.

Un polipo

mi fa l’occhietto

attraverso il cristallo.

Nel bosco verde 

che mi circonda

– din don… din dan… –

dondolano e cantano

le sirene

di madreperla verdemare.

E sulla mia testa

ardono, al crepuscolo,

le ispide punte del mare.

 

Mercedes Sosa, Alfonsina y el mar

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