Roberto Cuoghi. La caricatura dell’identità

Identità ribaltata, deformazione, esplorazione del singolare. Leitmotiv che ormai conosciamo bene se pensiamo ai lavori di Roberto Cuoghi. Considerato uno dei più interessanti esponenti della ricerca artistica italiana, Cuoghi si è affermato creando un linguaggio artistico molto personale e riuscendo a lavorare con tecniche diverse, dalla fotografia al video, passando per pittura, disegno, fino al suono.

 

 

L’investigazione dell’identità è un tema che appartiene alla società di questi ultimi decenni e l’arte, come spesso accade, se ne fa portavoce. Riuscire a indagare la propria individualità nelle sue forme molteplici è un’impresa labirintica che a volte genera lavori affascinanti e a volte lascia perplessi. Il concettualismo che regola l’arte di Roberto Cuoghi è sicuramente molto denso, finanche serio e, forse, fin troppo analitico e cerebrale.

 

Probabilmente il suo lavoro più famoso è la scelta, all’età di ventiquattro anni, di trasfigurarsi nella persona di suo padre, modificando le sue sembianze con barba e capelli grigi oltre che adottandone l’abbigliamento.

 

 

Il giovane artista modenese torna a esporre nella sua città d’adozione, nella galleria di Massimo De Carlo, dopo sei anni di assenza. Questa volta però, nel lavorare sulla sua identità, sceglie una nuova chiave di lettura, un nuovo motivo guida: diventato insofferente nei confronti dei significati che vengono attribuiti al suo lavoro, questa volta Cuoghi punta sulla parodia.

 

La mostra Zoloto, infatti, che proseguirà fino al 6 luglio, vuole essere una caricatura del suo lavoro.

 

 

Nel grande salone d’ingresso, l’unico con un allestimento che ha del teatrale, disegni e opere pittoriche riempiono le pareti bianchissime. Non sono autoritratti - non si arriva a tanto - ma sono possibili interpretazioni di se stesso, fantasie, forse anche rimorsi di scelte non fatte, ragionamenti che portano a diverse declinazioni di sé in un’unica insistente autocelebrazione. Ogni suo volto non è altro che una proiezione della propria possibile identità. Salta all’occhio, tra tutto, la serie di autoritratti incorniciati nella grafica di sigari di basso costo. Schizzi con matite e tempere su fogli si alternano ritmicamente. Un unico soggetto, ma infinite declinazioni della sua personalità. Interessante l’allestimento e le scelte illuminotecniche, ma fin qui si stenta a trovare la parodia.

 

 

Nella seconda sala invece il registro cambia, così come cambia il soggetto, e si passa alla scultura.

 

Al centro della stanza impera la statua nera del Dio Babilonese Pazuzu. L’originale amuleto conservato al Louvre di Parigi ha dimensioni minime, tascabili, così come si addice a un amuleto. Cuoghi, nel 2008, l’ha ingigantito snaturandolo e trasformandolo in altro per una sua esposizione al Castello di Rivoli. Re dei demoni del vento, Pazuzu è un essere ibrido che raccoglie parti di esseri diversi (dal corpo umano alla più classica testa di leone, fino alle ali d’aquila) e che sembra aver dato luogo a nuovi spunti di riflessione. Un calibrato patchwork che, perdendo il suo valore di talismano, diventa emblema della ricerca d’identità, toccando anche altre problematiche come il principio d’immanenza e d’incarnazione. Al secondo piano della galleria e sul piccolo soppalco ricavato a metà altezza, lavorando proprio sull’immagine dell’idolo, Cuoghi cerca di darne nuove visioni, moltiplicandoloin continue fusioni di se stesso, mettendo alla prova la sua intima natura di amuleto. Uno spirito non può essere bloccato nella forma statica di un oggetto: l’anatomia e il materiale non fanno altro che trattenerne la volontà.

 

 

Ecco la parodia dunque, la caricatura. Un dio non può avere un’unica sembianza, un unico aspetto con il quale presentarsi e imporsi al mondo. Essendo un dio, non può essere “semplicemente” rappresentato da una statua - minuscola o gigantesca che sia - perché questa racchiuderebbe solo un aspetto della complessa identità che ben si addice a un idolo. Il totale o le parti si moltiplicano allora in una costante corsa all’interpretazione, con la consapevolezza che non esiste un’unica rappresentazione ma molteplici, infinite, e che la stessa interpretazione pervade anche l’identità umana. Cuoghi ne crea solo alcune delle possibili. Lui stesso potrebbe continuare a ritrarsi, continuare a raccontare identità nuove mai troppo definite.

 

Non è una mostra facile come potrebbe sembrare, è un percorso concettuale che parte dal basso, che si delinea lentamente. Si riconosce una storia, un messaggio che arriva solo ad analisi compiuta, anche se di fronte all’indagine delle identità di Cuoghi c’è ben poco di compiuto.

 

 

 

Luogo: Galleria Massimo De Carlo, Via Ventura 5, Milano

Date: 30 maggio-6 luglio

 

 


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ZOLOTO, Roberto Cuoghi. Installation view Massimo De Carlo, 2012. Fotografie di Matteo Piazza. Courtesy: Massimo De Carlo