La bici nella cyclette. Gli affettati

A volte ci si sente un po’ come l’Ohio, lo stato americano che nelle elezioni fa da specchio della nazione intera (As Ohio goes, so goes the nation, dicono in USA), perché sembra di intercettare ed esprimere la sensibilità generale, di provare quello che tutti dovrebbero provare. Naturalmente non è vero, ma è come se di fronte a certi comportamenti succedesse. L’enfasi, per esempio, di un atteggiamento affettato, penso sempre tra me, non può non infastidire. Da piccolo pensavo che gli affettati fossero i salumi che mia madre comprava per i panini di noi bambini (a me piaceva tantissimo il profumo della mortadella). Ci è voluto un bel po’ prima che la parola affettato si riferisse anche a un individuo non spontaneo e insincero. E comunque, anche prima di questo arricchimento semantico, a me non erano mai piaciuti i bambini un po’ spacconi e sempre in recita. E, cambiate le situazioni, ancora oggi non mi piace l’affettazione, perché mi pare che se ne possa fare a meno.

 

Perché si dovrebbe accettare di parlare con delle messe-in-scena, con persone che si aggrappano a una loro particolare abilità, che sanno sviluppare al massimo grado, per far tacere la loro sincerità? Perché qualcuno ci riserva questa forma di interlocuzione? Uno pensa: Che cos’ho che non va? L’affettazione dei modi trovo che sia una forma irrispettosa di rapportarsi agli altri. Io non sono l’Ohio, ma questo è quello che sento.

 

Chiaro che saper parlare bene una lingua è una gran bella cosa, ma per me è meglio se è una naturale acquisizione, e non un infinito sforzo “imitativo”. Pronunciare perfettamente, se non per le ragioni sceniche di un attore, non è così dirimente; fatta salva la correttezza, può diventare anche una rinuncia alla propria emotività linguistica, un inutile e innaturale artificio. Non è un inglese pronunciato ottimamente che garantisce della qualità dei miei discorsi, per fortuna. E poi, è così bello qualche volta sentire l’accento di un altro paese dentro alla lingua d’uso, perché spegnerne le potenzialità musicali diverse? Che senso avrebbero Juliette Binoche, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert senza l’accento francese?

 

L’affettazione scorre nelle vene di ogni umano e là dove l’individuo può esercitare una scelta tra un percorso e un altro, c’è chi “opziona” l’affettazione, la ricercatezza fine a se stessa. Con il suo ridicolo gagà il comico Carlo Dapporto ci ha fatto ridere per decenni dicendo scemenze in fronscese. Era una divertente caricatura del raffinato fasullo. Ma l’affettazione “è meno di Caricatura perché sempre è fatta sul serio anche quando riesce ridicola” dice il Tommaseo. Ecco la questione: l’affettato fa sul serio, crede veramente alla sua “falsificazione”.

 

Finché l’affettazione rimane su scala individuale rientra nei fenomeni spiacevoli dell’esistenza quotidiana e se ne faranno carico i diretti interessati e chi li sta a subire. In fondo tutti ci strutturiamo e destrutturiamo continuamente a seconda delle situazioni in cui ci troviamo in una perenne oscillazione tra scena e fuori-scena, come da tempo hanno mostrato gli studi sulle interazioni sociali di Erving Goffman.

 

Il problema assume una diversa connotazione se interessa la collettività, come a me pare. Si cammina per le nostre città, piccole o grandi, e ovunque ormai ci si imbatte in lunghe teorie di locali molto curati nell’allestimento scenografico. Sono infiniti baretti e trattoriucce – pardon bistrot –, ristorantoni e gelaterinine, caffettacci e caffettini, tutti ricchissimi (vai con i superlativi…) di stile, di rigore filologico; l’ambiente storico è reso perfettamente, come tutti gli orienti possibili. Gli ambienti sono studiati nei minimi particolari per essere ineccepibili nello stile, non importa se poi il risultato è “di plastica”, cioè un prodotto di sintesi a temperatura 0°. Ci sono i citazionisti (i cosiddetti -meta): ogni singolo pezzo dell’arredo rinvia a qualcosa, e tutto è rigorosamente in conflittuale disordine, perché la filologia ce la devi mettere tu. Tutto, tutto è così… intelligente! È il mondo della “biosteria”, della spettacolarizzazione del dover essere estetico-naturalistico, pieno di eleganze e perfezioni che non “salvano” nessuno dalle brutture standard che incontriamo banalmente tutti i giorni. Quanti del 58,8% di non-lettori italiani (A.I.E. ottobre 2015) frequenteranno, ma solo per bere in compagnia, i locali che offrono l’inutile affettazione di libri sparsi negli angoli e sulle pareti come zucchero a velo sul pandoro? Quanti del rimanente 41,2% di lettori andrà proprio lì a leggere? E che dire del sommelier, non un cameriere simplex, del ristorante che ti racconta la storia della cantina dove è stato prodotto il vino che non si decide a versarti nel bicchiere? Nemmeno provo ad accennare a quel vero delirio epocale della nostra società che è l’affettazione gastronomica.

 

Si esce da smaglianti ambulatori dentistici, luccicanti studi notarili, sfolgoranti agenzie immobiliari e si mette il piede su un marciapiede decisamente pericoloso, su autobus cadenti e strapieni, in un mare di maleducazione e di “piccola cattiveria”. Che me ne faccio di questo bagno di affettazione generale, se non scorgo un contraltare di qualità di vita? Si scende dalla pubblicità di treni festanti che i passeggeri riempiono di joie-de-vivre, e si casca orribilmente nel puzzo da reality-show che la gente emana veramente nella realtà.

 

Intendiamoci, tutto ha una sua propria ragione, ogni singola iniziativa poggia su progettazioni precise (pazienza se non sempre culturalmente impeccabili), ma si tratta di vedere un po’ oltre, di osservare l’intero panorama complessivo che si è formato davanti a noi e constatare l’enorme dispendio di energie che l’affettazione produce senza che con questo si abbia un reale raffinamento del vivere, come dire, senza una completezza definitivamente acquisita. A che serve tutto questo dispendio di filologie, virtuosismi ed erudizioni se diventano in realtà solo piatte omologazioni, di arredamenti, di comportamenti; insulse parafrasi e non un incremento di positività, un cedimento ad altro, a qualcos’altro di genericamente e inutilmente distante e diverso dal mondo in cui sono e devo stare. Ne faccio una questione di essenzialità, anzi di “verità”.

 

Ma “l’affettazione consiste anche ne’ concetti e nella testura” (continua il Tommaseo), che so, il politically correct (o uncorrect è uguale) è una artificiosa dilatazione del senso di giustizia, il realismo contemporaneo è una estensione artificiosa nel campo finzionale del dato di realtà (in nome del quale il Nobel per la Letteratura quest’anno si è ricontestualizzato o, meglio, ha lasciato che la Letteratura si ritirasse in seconda fila). Pose teoriche che non producono autenticità (di azione politica, di riflessione, ecc.). 26 ottobre 2015, comincia Libriamoci - Giornate della Lettura: scrittori e attori vanno nelle scuole a leggere libri. E come no, e cosa stanno a fare tutti i santi giorni quei cretini di insegnanti, che se non venisse una mattina all’anno lo scrittore o l’attore a leggere il libro, loro mai mai riuscirebbero a far leggere i loro studenti. Se Libriamoci, come altre lodevoli iniziative, non diventa un momento strutturale del lavoro scolastico (facciamo un’ora la settimana) rimane solo uno spettacolino fuorviante, una mattinata di vacanza per sedare le coscienze culturali, cioè un ennesimo atto di affettazione, insincero e demagogico. È da queste cose che si ha come la sensazione che l’affettazione generale faccia di tutto una colossale maionese impazzita: viene proprio da cacciare ogni cosa e rifare da capo tutte le operazioni con ingredienti nuovi.

 

L’affettazione è certamente una maschera protettiva, un espediente dell’economia narcisistica dei fenomeni, un saltare in groppa a qualcun altro e lasciare che lui cammini per te, mentre tu ti occupi di te. Aderire a un atteggiamento affettato per me è come salire su una cyclette, cioè su una bici estremizzata, astratta, nella quale io faccio fatica a trovare la buona fede del pedalare terreno; è un pedalare aereo che muove veramente i muscoli, ma in una sublimazione del moto, un muoversi senza spostamento, cioè senza la ragione per cui quel particolare muoversi a un certo punto è nato. E io voglio muovermi e anche spostarmi. È la bici nella cyclette che stento a vedere e di cui ho bisogno.

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Henry Cartier Bresson, Piazza della Signoria, 1933