Alfabeto Pasolini

Credi alle fate?

giovedì

 

Sono passati sei mesi dall’ultima recita di Sylvie e Bruno. Domani sera torniamo in scena a Ravenna, per quattro giorni. Quando riprendi uno spettacolo, al principio ti sembra di non saperne più nulla: non ricordi i gesti, le traiettorie, non sai come prendere le luci. Poi succede qualcosa di strano. Sulla scena ti accorgi che il tuo corpo ne sa molto più di te, c’è una specie di memoria fantasma che ti guida. Mentre Luigi ci indica i punti da segnare con piccole croci fotoluminose sul pavimento bianco, mi torna in mente una scena bellissima del romanzo di Lewis Carroll da cui abbiamo tratto lo spettacolo. C’è Arthur, innamorato di Muriel. E c’è Muriel, innamorata di Arthur. I loro corpi, però, non sanno trovare la strada dell’incontro. Sono in riva al mare, il cielo è coperto da un ammasso di nuvole. Sylvie e Bruno, piccole fate invisibili, guidano delicatamente i piedi e le mani dei due amanti. Sylvie afferra il bastone da passeggio di Arthur e lo sospinge verso un gruppo di fiori bianchi, sulla battigia, là dove passeggia Muriel, tanto che Arthur, che non sapeva bene come comportarsi, crede che quella sia la sua volontà.

«L’uomo era totalmente inconsapevole che un’altra forza, oltre alla sua, era in azione e, anzi, sembrò convincersi, visto che il bastone si inclinava in orizzontale, di essere stato lui a indicare qualcosa. – Quelle non sono orchidee? – disse. – Ecco, questo mi farà decidere, perché voglio raccoglierne qualcuna strada facendo». 

 

 

Anche i nostri corpi qui si incontrano spinti da volontà invisibili, nello spazio del romanzo tradotto per la scena. Mentre guardo i miei compagni disegnare le loro traiettorie, sfiorare e lambire le mie, mi viene da pensare anche alla misteriosa traiettoria di questo libro verso di noi: è lunga quindici anni, circa. Luigi e io ce ne innamorammo subito e volevamo farci un film. Poi non se ne fece nulla, forse era troppo presto. Anni dopo, pensando a qualcosa di nuovo da tradurre l’ho proposto a Einaudi e ci ho trascorso assieme i due anni di lockdown, con le varie riaperture e richiusure che si sono susseguite. Come mi accade per tutte le traduzioni, la voce di questo romanzo ha cominciato a risuonare, enigmatica e limpida al contempo, popolando la solitudine della chiusura, compagna fedele dei giorni e delle notti. Mi accade, stranamente, mentre traduco, di sperimentare una sorta di dimenticanza, della storia, dei personaggi e delle situazioni, perfino del linguaggio, come se non avessi mai letto prima quel romanzo, se lo scoprissi davvero solo in quel momento, traducendolo. Così sono colta da un soprassalto nuovo a ogni rigo, come se il libro mi dicesse: «credevi di sapere tutto di me, ma ecco, sono diverso, ascoltami!»

Anche adesso, sulla scena, ora che il libro si è incarnato nei corpi, continua incessantemente a ritradursi, a imporsi come pura voce sempre da riscoprire, lo dimostra questa strana, temporanea dimenticanza dei gesti, dei ritmi, dei suoni, dei corpi.

 

Sylvie e Bruno è un romanzo bellissimo. Anzi sono due romanzi incastrati uno nell’altro: li tiene assieme in un vertiginoso equilibrio il suo anziano narratore, che è anche un assiduo sognatore e così ci precipita continuamente nei suoi sogni, senza preavviso alcuno, tanto che alla fine non capiamo più bene cosa sia sogno e cosa realtà. È una storia di fantasmi per adulti e il teatro, di questo sono certa, è la sua dimora perfetta. 

Mi sento improvvisamente grata a Luigi, ai compagni con cui l’ho messo in scena, alla casa editrice e per un attimo non distinguo confini evidenti tra tutti questi mondi: è un romanzo in un bosco, ma il bosco è dentro un teatro e il teatro è, fin dal principio, soltanto un sogno.

 

Elisa Pol

 

venerdì

 

Oggi Elisa arriva alle prove con una maglia parlante del marchio «Almeno nevicasse» della nostra amica Francesca Sarteanesi. La maglia luccica (è in lurex argentato) e sul petto ha una scritta vermiglia ricamata: «Bella domanda». Come tutte le maglie di Francesca è stupenda. Voglio dire, non è bella come può essere bella una maglia qualunque, è inspiegabilmente bella, non riesco a dirlo diversamente. Non posso staccarle gli occhi di dosso, per fortuna che Elisa adesso si deve cambiare per indossare il suo costume azzurro cielo! Oggi, infatti, Enrico Fedrigoli è venuto a fotografare lo spettacolo. 

Lavorare con Enrico è sempre un’incognita, non sai mai cosa ne verrà fuori. 

Una volta, dopo un’intera giornata nel suo studio mi disse sibillino: «più tardi ti mando un’immagine che abbiamo fatto oggi; se vuoi, poi, puoi anche dividerla col righello». Non capisco molto bene cosa vuole dire, ma l’esperienza mi insegna che non è mai bene chiedere troppo in questi casi. La sera mi arriva un ritratto sconcertante: sono io, ma non sono io. Due donne, con una sola faccia: una è giovane, bellissima, lo sguardo rivolto in alto, al futuro, penso; l’altra è vecchia, distrutta e porta una pena indicibile. Prendo un righello e lo appoggio su una linea, invisibile, tra le due. È così impressionante che non la riguarderò mai più, non voglio proprio avere nulla a che fare con quella donna così doppia! Eppure… Come diavolo ha fatto? Bella domanda.

 

Enrico Fedrigoli.


Oggi, però, non dovrei correre rischi: abbiamo tre ore stringate, perché poi c’è la prima. Le pose sono abbastanza brevi, ma siamo sempre all’erta perché di fatto Enrico non ti dice mai esattamente quando scatta, dice solo: «pronti?», e subito dopo senti il clic, nel silenzio perfetto, e se non eri già in posa è già troppo tardi. Sarà un metodo segreto? L’apprendistato alla prontezza animale? Guardo il grande occhio nero del banco ottico: dietro c’è Enrico, ha una gamba sollevata e appena appoggiata sulla gradinata, sopra di lui. Conta i tempi magici delle sue alchimie e poi cambia rapidamente posizione. Sembra avere più gambe, più braccia. Improvvisamente mi sembra un grosso insetto snodato, una specie di ragno monocolo che divarica le sue zampe agili ai margini dell’inquadratura. «Fine», sentenzia a un certo punto e non aggiunge altro, e allora noi ci guardiamo l’un l’altro esitanti come a ricevere reciproca conferma. Possiamo davvero muoverci? Spostare i piedi dall’orlo dell’abisso? 

Tra poco il mondo di Sylvie e di Bruno avrà di nuovo inizio. 

 

sabato

 

Apro un occhio, è buio pesto. Ma che ore saranno? Mi sento a pezzi, è come se un tir mi fosse passato sopra. Apro l’altro occhio e all’improvviso mi ricordo il nome del tir: si chiama Sylvie e Bruno. Succede solo dopo una recita col pubblico. Penso che il giorno prima avevo lavorato più ore e mi ero stancata di più. Stessi gesti, stesso spettacolo, ma nessun dolore la mattina dopo. Che mistero è mai questo? Bella domanda. 

Lo sguardo del pubblico ti inietta nei muscoli, nelle ossa, una strana energia liquida che sul momento fa sparire i dolori, le necessità primarie, ma poi ti entra a poco a poco in circolo e si trasforma nottetempo in questa strana specie di dolore che, no, non è proprio un dolore è come… proprio come se ti avessero pestato. 

 

 

Ieri sera, però, lo spettacolo aveva una grazia sovrannaturale. Quando accade, e non accade così spesso, significa che l’alchimia tra i corpi, lo spazio, le battute, la scena e gli occhi del pubblico si è compiuta perfettamente. Non so da cosa dipenda davvero, è un fenomeno molto misterioso. Senti di non avere più un solo corpo ma due, cinque, dieci corpi oppure, ancora meglio, senti che là è tutto un solo grande corpo con gli organi raddoppiati, quintuplicati, decuplicati… Due, tre, dieci cuori… venti, trenta, quaranta cervelli… sessanta, cento milze, fegati, reni, intestini… e tutto batte allo stesso ritmo.

A cena, dopo lo spettacolo, siamo allegri e spensierati. Non diciamo niente di rilevante, si parla di nulla: della torta alle fragole che ci ha comprato Maria, di quanto sono buone le lasagne… È un nulla pieno di risate, di sguardi spossati e lieti. Ognuno si porta dietro la sua scia luminosa, come una cometa: Robi è tornato a esser Robi, ma è ancora un poco Eric Lindon, lo sento bene, lo vedo da come muove le mani; Andrea ha lo sguardo dolcemente malinconico di Arthur di tanto in tanto dissipato, però, dalla sua risata squillante; Elisa dopo i passi di danza scomposti del Giardiniere folle ha ancora una furia luminosa negli arti e ancor più nello sguardo, come avesse un velo di trucco speciale sugli occhi. Sì, è proprio un nulla quello che circola tra noi a questa tavola, ma tutto pieno di questi aloni fantasma: se fosse una foto di Enrico vedremmo bene le scie  dei nostri alias disegnarsi nello spazio che ancora ci lega. Ma forse non ce n’è nemmeno bisogno, perché la piacevolezza che questa sera sperimentiamo è già di per sé una bellissima scia.

 

domenica 

 

Cose che pensi dietro al fondale, subito prima di entrare in scena:

 

1. Ho sonno, voglio solo andare a dormire.

2. Ho freddo. Perché diavolo non ho portato il maglione qua dietro?

3. L’ho appena fatta, ma mi scappa ancora la pipì.

4. Che razza di male! Ma perché ho scelto di fare teatro nella vita?

5. Dopo la battuta di Andrea il panchetto dove lo devo mettere, a destra o a sinistra?

6. Adesso entro e distruggo tutto.

7. Ma chi me lo fa fare, la prossima volta mica sto in scena, sai? 

 

Del resto, si può benissimo capire. La prima cosa che facciamo, appena entrati, è tentare di convincere il pubblico non solo che esistono le fate, ma che si può addirittura imparare a vederle! Cose così non sai mai che reazioni potranno sortire. Ma insomma, superate le numerose difficoltà ordinarie, all’improvviso subentra un nuovo stato, che io non esito a chiamare straordinario, e che in fondo è anche una specie di consegna. Tutto ciò che hai e che sei si affida allora misteriosamente e incondizionatamente a qualcosa o a qualcuno di fidato. In questo nuovo stato tutto è quiete, anzi, tutto è splendore. Non c’è nient’altro che vorresti di più al mondo.

 

I retroscena, oltre il fondale, sono spazi di ombre strane, spesso solcate da impreviste linee di luce, dagli sfori della sala o dei graticci, dagli sbuffi luminosi del teatro. È uno spazio limbico, ancestrale, imprecisato. Puoi pensare, che so, al ventre della balena di Pinocchio, a una strana sala d’attesa, oppure a un atrio metafisico. Comunque sia è lo spazio più scomodo e più confortevole che io conosca. 

Mi giro a guardare i miei compagni, nel buio. Ci sono Robi, Marco e Andrea, in fila, seduti sulle loro sedie, nell’ombra. Uno fissa qualcosa nel vuoto, chi sa cosa. Gli altri due spippolano sul cellulare: uno guarda dei video, credo, l’altro chatta su WhatsApp. La luce degli smartphone disegna due aloni bianchi e spettrali sui loro volti. È buio, appunto, ma sono così belli che provo a fotografarli comunque, poi mi siedo accanto a Elisa e glieli indico. Ridiamo. Lei mi dice: «beh, allora perché non ci facciamo anche noi un selfie, qui al buio?» «Va bene,» le dico e faccio pure una storia su Instagram. La voce di Vinx, dalla consolle, ci richiama all’ordine, con la sua solita dolcezza, dentro gli auricolari: «ci siete? Cinque minuti: ora fanno il discorso introduttivo e poi si parte». 

Si parte, penso, e dove andiamo? Bella domanda.

 

 

A volte in scena ti arrivano pensieri imprevisti e sbagliati, nel senso che non dovrebbero assolutamente stare lì in quel momento. Così, dopo aver scostato il fondale e mosso i primi passi sulla scena mi scopro a pensare: ci sono due tipi di battute, quelle abbaglianti come fulmini, che si dirigono dritte in faccia al pubblico. Altre, invece, rimbalzano agili e svelte tra noi attori, come morbidi palleggi, da un occhio a una bocca, da una bocca all’altra bocca, bocca sulla bocca. Le prime sono una specie di atto di fede, perfino un po’ sconsiderato. Nessuno ti può garantire che non cadranno in una sorta di vuoto cosmico, o che non rimbalzeranno contro un muro liscio tornandoti violentemente indietro. Ci sarà dall’altra parte qualcuno che decide di giocare con te? Qualcuno che si divertirà a palleggiare i tuoi fulmini?

Eppure è proprio per questo tipo di battute che si torna là, ogni sera, inspiegabilmente fiduciosi.

Il secondo caso è certo meno insidioso, ma forse ancora più complesso. È il gioco sottile, misterioso, amoroso tra i nostri corpi, i nostri sguardi, qualcosa che sembra sempre uguale ma ogni istante è differente. Si attende una battuta, uno sguardo, una mano. È forse quest’attesa a sedurmi così tanto.

«Signora? Dico a lei: libri? Giornali?» mi chiede Andrea all’improvviso. Gli sorrido. «No, grazie», gli rispondo.

 

Lunedì

 

Oggi è l’ultimo giorno di repliche, so già che domani mi prenderà una mostruosa nostalgia. Anzi, già la sento, è la nostalgia in presenza, la stessa che mi ha insegnato a provare Dorothy, la bambina del Mago di Oz, che è poi la nostalgia che si prova non lontano, ma di fronte ai corpi che si stanno per perdere. Dove finiscono i personaggi degli spettacoli che restano per mesi interi in un magazzino? Dove finiscono i personaggi dei romanzi quando chiudiamo l’ultima pagina del libro? Bella domanda.

Un mio compagno di scuola un giorno mi confidò un suo pensiero segreto sulla nostra professoressa di latino. «Quando non è con noi» mi disse, «per me è molto difficile immaginare dove sia. A volte la vedo adagiata su una sedia, lo sguardo vacuo e il corpo spossato, come una bambola gonfiabile svuotata d’aria. E immagino che si rianimi solo quando torna in classe da noi». Mi parve un’immagine terribile e da qual giorno guardai quella donna con tenerezza infinita e profonda. Invece io sono quasi certa che i personaggi delle storie interrotte o finite non muoiano mai. Aleggiano attorno a noi, come fantasmi familiari e continuano a depositare le loro spore. Non ce ne libereremo mai.

 

Questa notte uno spettatore sconosciuto mi ha scritto su facebook un messaggio privato:

«Cara Lady Muriel… posso chiamarla così? Il vostro spettacolo sembra proprio un “Flizz”, il corpo fatato, né fantasma, né illusione descritto da Carroll, che oggi ci avete in qualche modo insegnato a guardare. Mi è venuta una voglia irresistibile di leggere il romanzo. Ma, se mi permette, vorrei prima rivolgerle un quesito un po’ scherzoso, ma forse nemmeno troppo: lei crede alle Fate?» 

Bella domanda.

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Ph Zani Casadio.