Scianna, Mapplethorpe e lo sguardo dei ragazzi

I bambini ci guardano, scrive Ferdinando Scianna citando una celebre frase di Zavattini. Ma come i fotografi guardano i bambini? Per una strana congiuntura esce da Contrasto un libro del fotografo siciliano tutto dedicato ai bambini (Piccoli mondi), mentre nello spazio di Forma a Milano sono esposti alcuni ritratti di ragazzini realizzati da Robert Mapplethorpe nell’ambito di un’ampia mostra personale (catalogo edito da Contrasto). Due sguardi completamente diversi.

 

                                                                                          

Scianna è un fotografo delle occasioni. Con la sua macchina a tracolla percorre il mondo in lungo e in largo per il lavoro di fotoreporter, e incontra i bambini. Per le strade della Sicilia, in Bolivia, a Benares, a Parigi, a New York, in tanti luoghi diversi. Sono quasi tutte istantanee, momenti vissuti, colti al volo con grazia, leggerezza, intensità. Quasi nessuna posa. Sguardi catturati e rimasti fissati per sempre sulla pellicola. E sono anche “secondi sguardi”, poiché guardando i provini, cercando le immagini giuste, Scianna seleziona le foto che rubano al tempo, e soprattutto allo spazio, qualcosa d’intenso. Sfogliando questa antologia d’immagini scelte da lui in mezzo a centinaia, si coglie immediatamente la volontà di Scianna d’affidarsi all’istante, ma senza che questo attimo si trasformi in un per-sempre. Scatta come un fotoreporter, ma poi lascia che l’istante trascorra dentro il riquadro di carta sensibile. Velocità e intensità. Solo così il ritratto del ragazzino che si allaccia le scarpe, o del bambino nero che ci guarda attraverso la portiera aperta dell’automobile a New York, ci raggiunge ovunque noi siamo. Si sente che Scianna è stato , l’immagine vive in quel tempo e in quello spazio, e tuttavia ci colpisce qui e ora. Potenza della fotografia: far durare l’effimero. In questo modo ogni immagine diventa un istante vivo, non l’immagine di ciò che è-stato, come voleva Roland Barthes.

 

 

Al contrario, le fotografie di Mapplethorpe rivelano una malinconia assoluta, un rimpianto e un dolore che trabocca attraverso l’eleganza dello scatto. Tutto è in posa, perché tutto è posato; ovvero, riposa per sempre in una postura che è statuaria. Questo è soprattutto vero per i nudi del fotografo americano, per i ritratti dei fiori e dei peni, nelle foto omoerotiche. Mapplethorpe, nell’intervista che accompagna il catalogo, parla con Janet Kardon della sua vocazione di scultore. Verissimo. Le sue non sono istantanee bensì statue bidimensionali. L’immobilità è il presupposto dei suoi ritratti. Mapplethorpe è un artista sopravvalutato; il suo successo e la fama sono legate allo scandalo dei suoi ritratti, all’omosessualità, al sadomasochismo, alla droga e al maledettismo anni Ottanta. Viste ora a distanza di tempo, queste istantanee perdono di forza e ci parlano di un mondo inanimato, statuario, appunto. La morte è presente in ogni angolo delle sue immagini.

 

 

Tuttavia nelle foto dei bambini, come ha osservato Emanuele Trevi, qualcosa gli sfugge. Tenta di trasformarli in oggetti, come ha fatto con i suoi amici o modelli, ma i bambini gli resistono: sfoderano una spontaneità davanti alla quale Mapplethorpe è disarmato, e che non riesce a racchiudere dentro lo scatto. Il fotografo si tradisce e ci mostra l’origine infantile del suo sguardo, e insieme la pretesa di soffocare ogni spontaneità nell’atto stesso di fissare i suoi modelli nudi o con il pene che spunta dai calzoni. Non sopporta la sua stessa spontaneità, la deve per forza trasformare in pietra. Nel libro di Scianna ci sono invece l’icasticità degli istanti, il fluire della vita inafferrabile, in Mapplethorpe, appare piuttosto il terrore del tempo che passa, e che inesorabilmente lo trascina verso la fine. Forse non a caso il ritratto infantile più bello del fotografo americano è il celebre autoritratto del 1988, con il teschio sul bastone da passeggio, scattato quando era già malato di Aids. Dal nero del fondo sbucano due volti, quello emaciato e appena consunto di Robert, vecchio e bambino insieme, e il teschio, in primo piano, con la mano bianca che afferra l’asta del bastone. Chi è più morto o più vivo dei due? Robert o il teschietto sull’impugnatura della canna? Il punctum della foto è proprio quella mano. Afferra la morte e si unisce a lei. Lo sguardo di sfida, e insieme attonito, del fotografo è quello di un fanciullo; somiglia alle gemelle Tennant da lui ritratte nel 1976. Ingenuità e furbizia, perplessità e gioia. L’intensità del vivere, inconsapevole di se stessa anche nell’attimo del trapasso.

I bambini ci guardano, ma cosa vedono?

 

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