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Hans Georg Berger, La disciplina dei sensi

Nello «Spazio Mostre» di Villa Malpensata di Lugano è allestita la mostra «La disciplina dei sensi. Hans Georg Berger. Una retrospettiva». Si tratta della prima grande esposizione dedicata a Berger, di cui il progetto luganese ripercorre l’intera carriera, divisa in sezioni, dai primi anni Settanta a oggi.

Tra le opere esposte una colpisce particolarmente: mi riferisco a L’orto dei semplici. Perché è stata scattata? Questo posto che significato aveva per Berger? Guardando la fotografia con più attenzione, si notano erbe officinali, cespugli e rose cresciute su un terreno inospitale, sassoso e asciutto. Un piccolo miracolo. Un giardino segreto. 

 

Dalla metà degli anni Settanta in poi il fotografo instaura un rapporto particolare con l’Italia: dopo un primo periodo trascorso in Sicilia si trasferisce sull’Isola d’Elba, precisamente all’Eremo di Santa Caterina. Definirlo un posto inospitale è riduttivo: alcune case in rovina senza energia elettrica né acqua corrente; tuttavia, anche un luogo meraviglioso arroccato sui monti, che Paul Klee aveva contribuito a raccontare con i suoi disegni in Storia di un viaggio all’Elba. Grazie a una somma ricevuta dalla nonna materna, Berger compra e restaura il piccolo monastero aprendolo ai suoi amici pittori, scrittori, attori, registi teatrali e cinematografici. Una casa spirituale piena di storie, «dove aleggiava una purezza limpida ma complessa, sensibile e un po’ fragile, abbracciata da un roseto inaspettato che annoverava trasbordi, viaggi e magnifiche essenze delicate e colte».

 

Hans Georg Berger, Consapevolezza.


Dagli artisti che arrivano il fotografo apprende i nomi di altri ancora, moltiplicando le discipline artistiche destinate a incontrarsi in un posto un po’ magico dove le rose, grazie alle piogge autunnali, potevano godere una seconda primavera prima dell’inverno. 

È qui che Hans Georg Berger comincia a fotografare per davvero. Del resto Joseph Beuys, che aveva incontrato a Londra, gli aveva consigliato di avvicinarsi, attraverso la pratica fotografica, alle grandi religioni, che affascinavano Berger sin dalla gioventù. Anche se la fotografia non è riconosciuta, a livello culturale (e di conseguenza espositivo) come lo è oggi, la Francia è il terreno fertile per un’importante attività critica, soprattutto grazie alla manifestazione “Incontri internazionali con la fotografia” di Arles. In più è appena uscito Blow-Up: i fotografi sono diventati di moda.

 

Era stato Man Ray a dire che per fotografare ci volevano un autore, un soggetto, ma soprattutto una tecnica, uno stile personale. Da cosa partire, allora? Berger decide di avviare la sua poetica dalla cosa che conosce di più, ossia sé stesso, la sua interiorità. La fotografia si trasforma in rimedio esistenziale, uno strumento per esplorare un universo fatto di segni e di sogni, per dare corpo alla propria identità. Innanzitutto il rapporto con il padre, gli spazi della sua giovinezza, poi la sofferenza scaturita dalla distanza da un contesto sociale ostile; tutto questo dolore che rifiuta ogni profondità, ogni illusione e speranza, gli offre la possibilità di costruire un linguaggio nuovo attraverso la fotografia. Berger vuole dire tutto, fotografare tutto. La totalità della sua storia, della sua vita, del suo corpo, l’ignobile, il perverso o l’insignificante. La sezione della mostra dedicata alla ricerca della sensualità dove ritroviamo nudi maschili, raffigurazioni di S. Sebastiano contemporanei, letti disfatti dopo l’amore (o forse si trattava di una lotta?), mani che si toccano, addomi. Una tassonomia? Le categorie, le sezioni, sono distinte ma si possono leggere in un flusso, in una corrente. 

 

Hans Georg Berger, ©Daniela Zelda.


Stratificando le esperienze personali e le ricerche socioculturali (i suoi viaggi in Laos e in Iran), il fotografo confeziona un archivio di sé e del proprio mondo interiore. C’è bisogno di tempo per dar vita a una storia o, in questo caso, per creare uno spazio rinnovato di senso. Se in letteratura tutte le cose sono dette, “sono viste, si rivelano con la loro vera figura”, la fotografia fissa la luce riflessa dai corpi. Viene in mente la riflessione di Dorothea Lange: “la macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza macchina”.

Del resto cosa succede in una camera oscura? “Qualche macchia appare, simile al balbettio di un essere che si risveglia”. Una composizione discontinua destinata a formare una raffigurazione precisa e riconoscibile, proprio come l’atto di comporre un verso di una poesia, di scrivere un capoverso di un romanzo. Nella fotografia di Berger c’è tutta la fisica e la cosmologia del discorso intimo in cui egli, spinto dalla necessità di riconciliare il rapporto tra l’autore e il soggetto, si avventura. Questa progressiva estensione della fotografia verso altri linguaggi, come quello della letteratura, per l’appunto, lo ha portato a considerarla come possibile strategia di condivisione della memoria. Prendiamo la fotografia dal titolo Consapevolezza: nel suo scatto Berger ha eliminato il volto del soggetto ripreso. Nulla rimane fuori fuoco: una mano, una spalla, la nuca inumidita dai capelli. La cornice della fotografia svela il contesto: il mare si perde nell’orizzonte. Una testimonianza silenziosa. Un istante di puro desiderio.

 

Strani rapporti. Fu l’incontro con Hervé Guibert a rappresentare un momento decisivo per una riflessione teorica sull’apparecchio fotografico. Allora Guibert era il critico di «Le Monde», aveva nel suo appartamento tantissimi libri di fotografia e invitava spesso Hans a visitare musei e gallerie. Entrambi scattavano foto e avevano la stessa macchina fotografica. Me li immagino scambiarsela, ridendo: Guibert fotografava Berger e viceversa. Condivisione, comprensione. Nello stesso negativo, due fotografie realizzate da mani diverse, quelle di due amici e amanti. 

 

Hans Georg Berger, San Sebastiano.


Alla fine della mostra dedicata al fotografo, ritroviamo la sezione più intima e struggente dell’intera esposizione “Un amour photographique”, una serie di ritratti di Hervé. Questa retrospettiva febbrile di sguardi ha un carattere ossessivo che trova prossimità con gli scritti in cui Guibert descrive questi scatti: “l’ostinazione di Hans Georg Berger per un solo individuo a lui vicino e conosciuto mi sembra più romanzesca che fotografica”. 

Quando Hervé apprende di essere malato di AIDS, lavora alla sua fama postuma a un ritmo molto sostenuto, imprigionando freneticamente dettagli della sua vita tra le righe dei diari. In Le Mausolée des amants scrive: “Dico a Hans Georg che ho sempre più paura, paura di morire. Non prendo più l'aereo e ora ho paura anche di andare in macchina e ho paura di dormire la notte in treno, quando piove e diventa buio sulle rotaie scivolose. Ho sempre più paura di morire, sento che il mio viaggio sta finendo. Misurerò i rischi di questa perdita”.

 

Le foto scattate in questi anni esprimono e rivelano una malinconia sia nella mano dell’autore che negli occhi irrequieti del modello. Per Guibert l’arte fotografica sta perdendo il suo fascino. Non si lascia più fotografare; il giorno seguente la sua morte Berger scatta una foto nel suo studio, così come lo ha lasciato. Una ricognizione fotografica senza pretese estetiche per imbrigliare fra le pieghe della memoria un addio, un’immagine fissata eternamente, che non si cancella o si modifica come sono destinati a fare i ricordi. Ma è proprio in questo scatto a esserci tutta la poetica stilistica dell’autore. Dal dialogo intimo con sé stesso e con l’amato, Berger estende il suo discorso a una dimensione più universale cercando progressivamente di escludere dall’inquadratura tutti gli elementi estranei al significato profondo dell’immagine, senza modificarne in alcun modo l’ambientazione. Quello che ne è derivato è un archivio fotografico puro ed essenziale, dove ombre e attimi possiedono una loro precisa ragione d’essere. 

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Hans Georg Berger, Herve e T.H. a Budapest.