Metafisica dei vaccini

Un vaccino è un pezzetto di un certo vivente, inoculato in un altro vivente. Talvolta è un pezzetto di un essere che non sappiamo neppure se definire propriamente vivente o no. Come nel caso dei virus, che com’è noto detengono solo alcune delle caratteristiche che i biologi attribuiscono alla vita. In quel caso, un pezzetto di un essere che è situato ai confini tra il vivente e il non vivente viene inoculato in un vivente che invece tendiamo a pensare, simmetricamente, come il paradigma di ogni vivente, cioè noi stessi. Anche perché raramente vacciniamo essere viventi diversi da noi stessi, e vacciniamo cani, gatti, mucche, maiali, solo perché fanno parte della sfera dell’umano, e sono in qualche modo organi di quell’organismo più ampio che è l’organismo dell’umanità, o almeno di quel pezzo di umanità in cui ci troviamo e riconosciamo. 

 

Così, un vaccino ci mette davanti a un’evidenza inquietante, tutt’altro che ignota ma tutt’a un tratto massimamente incombente. Il nostro corpo verrà abitato da una sostanza estranea, sostanza che ha oltretutto qualcosa di vivo o almeno attivo, sostanza che non possiamo pensare come materia inerte. Certo che tutte le materie sono attive e a loro modo vive. Certo che una volta introdotte nel nostro organismo tutte le sostanze esercitano qualche effetto su di esso, sollecitano qualche risposta da parte sua. Ma questa sostanza è nociva, è un pezzo di una malattia o per essere meno brutali è un pezzo di un agente patogeno, è un pezzo di una vita radicalmente estranea alla nostra, così estranea che qualche volta è addirittura qualcosa come una non-vita che attenta alla nostra vita. Un vaccino ci dice, in altri termini, che il nostro corpo sarà abitato da un processo estraneo, diventerà la composizione di due processi uno dei quali sentiamo come nostro, come buono, dato che come sempre quel che è nostro ci sembra buono, e un altro che sentiamo come estraneo, come cattivo, dato che come sempre quel che non è nostro ci sembra cattivo. E così la nostra salute dipenderà da quel momento in poi dalla presenza di un patogeno e dal dispiegarsi della sua azione inumana nell’umano, non-vivente nella vita. 

 

In altri termini, la nostra salute sarà una forma di regolatissima malattia, il nostro benessere sarà, di qui in avanti, un malessere interminabile, benché a bassissima intensità. Il nostro corpo sarà vivo di una vita non sua, e forse di qualcosa che non è neppure vita. Non: vivo nonostante una vita non sua, nonostante qualcosa che non è neppure vita. Ma: vivo grazie a una vita non sua, grazie a un pezzetto di non vita. È questo “grazie” che inquieta. Inquieta perché, con quel “grazie”, un vaccino, qualsiasi vaccino, abbatte tutta una serie di confini stabiliti, tutti in un colpo solo. Il confine tra umano e non umano. Il confine tra vivente e non vivente. Il confine tra salute e malattia.

 

Il confine tra il mio corpo e i corpi altrui. Confini immaginari, com’è chiaro, dato che anche bere una tazza di caffè comporta qualcosa di simile, anche se decisamente più superficiale. Il caffè non si spinge a toccare quel sancta sanctorum del vivente che immaginiamo essere il DNA. Immaginiamo, di nuovo. Perché come ci spiegano i biologi il nostro DNA è uno strano archivio che ospita intere sequenze dal significato sconosciuto e dall’origine sconosciuta, e intere sequenze che sappiamo benissimo da dove vengano e che stupiscono per il fatto di venire da così lontano, da mondi così estranei. Pezzi di virus che in un passato immemorabile abbiamo imbarcato e cooptato nel nostro funzionamento. Bestiole che a un certo punto abbiamo cooptato nel nostro organismo, e che da quel momento sono diventate indispensabili al nostro funzionamento. Per cui tendiamo a immaginarle come parte del nostro corpo, anziché come spia di una specie di società allargata, di una famiglia allargata di organismi di cui quella cosa che siamo o chiamiamo noi è un effetto tutto sommato collaterale. 

 

Così, per chiudere questa prima ricognizione, la mia salute non solo diventa una mia malattia lunghissima e regolatissima, cosa già difficile da digerire, ma diventa salute degli altri attraverso la mia malattia lunghissima e regolatissima, o salute mia attraverso la lunghissima e regolatissima malattia degli altri. Da questo e da altri spostamenti di confini consueti vengono tutti i dilemmi che affollano il nostro dibattito politico, culturale, persino esistenziale. È un gesto altruista, vaccinarsi? Sì e no. Certo che la mia malattia lunghissima e regolatissima produce benefici sugli altri. Ma gli altri devono fare altrettanto, devono anche loro esporsi a una lunghissima e regolatissima malattia, affinché la mia salute sia tutelata. A rendere difficile la valutazione non è solo il fatto che si tratta di uno scambio economico, più che di un dono che io faccio agli altri o che gli altri fanno a me. È che questo scambio abbatte il confine immaginario tra me e l’altro, tra l’altruismo e l’egoismo, tra la mia salute e la tua salute, tra il mio corpo e il tuo corpo.

 

Il mio corpo non è mai di nessuno, e il tuo corpo non è mai di nessuno. Il passo fuori dall’immaginario comporta questa lezione durissima. Per questo stesso motivo tanti altri dibattiti a cui assistiamo si avvitano su se stessi e risultano in ultima analisi indecidibili. Manovrano concetti che non sono tagliati sulla realtà del processo di cui parlano o credono di parlare. I vaccini producono una condizione intermedia tra salute e malattia, una salute-malattia che circola in un corpo che è anch’esso intermedio, non proprio mio e non proprio dell’altro, ma situato a metà strada, mio-altro. Un corpo che potremmo chiamare comune, se fossimo comunisti. Ma il punto è che ci mancano i concetti, ci mancano le categorie per maneggiare la caduta di questi confini e i nuovi confini che si disegnano insieme a quella caduta. Dire che quel corpo è comune è un’approssimazione, oltretutto ingannevole. Comune a me e a te, certo. Ma non abbiamo appena detto che quel me e quel te sono largamente immaginari?

 

Un’altra barriera che i vaccini abbattono, a proposito di comunismo, è quella tra il pubblico e il privato. È la sfera pubblica a ritrovarsi investita del compito di amministrare la salute e la malattia dei suoi cittadini, a curarli quando si ammalano, ad arrivare al collasso del sistema ospedaliero al culmine di una pandemia, a rischiare il collasso del sistema economico quando al culmine del collasso sanitario decide di fermare tutto per riportare i contagi e le terapie intensive a un numero gestibile. Ma sono le industrie farmaceutiche a ritrovarsi investite del grande compito, nonché del grande affare, di fabbricare il vaccino che consentirà alla sfera pubblica di uscire dall’alternativa catastrofica tra collasso sanitario e collasso economico, e da quel pendolarismo tra le due catastrofi che ha caratterizzato tutto il primo anno di pandemia.

 

 

Se siamo usciti da un’indefinita alternanza di chiusure e riaperture, lo dobbiamo al fatto che certi spazi pubblici hanno stipulato contratti con certi soggetti privati, facendo dipendere la propria tenuta di sfera pubblica da soggetti clamorosamente privati. In che misura gli Stati sono ancora statali, dopo la firma di questi contratti? E, domanda molto più insidiosa e interessante, in che misura quei soggetti privati sono ancora privati, dopo che la sfera pubblica si trova a dipenderne così radicalmente? Che sia nello spazio da loro disegnato che il sogno di un corpo comune e di un comunismo dei corpi si realizza, naturalmente come incubo, almeno agli occhi di chi credeva a quell’altro confine ampiamente immaginario che è il confine tra pubblico e privato? 

 

Si potrebbe guardare più a fondo. Si potrebbe chiedere: forse che le industrie hanno davvero mai fabbricato soltanto cose e non vite? Forse che tra le cose e le vite non c’è una parentela radicale, che questa caduta di confini di cui parliamo rende infine evidente, ma che da sempre faceva il suo corso a dispetto del nostro spensierato immaginario? Forse che l’industria neolitica, come la chiamano i paleoantropologi, quando fabbricava le prime ciotole non affidava a sua volta e a suo modo la vita umana a quella tecnologia a cui aveva appena dato forma, e non disponeva la vita umana a ricevere da quella tecnologia una forma inedita, cioè un’intimissima e dettagliatissima riformulazione di certe possibilità e impossibilità? Forse che le cose che la nostra vita fabbrica per vivere non vengono istantaneamente incluse in quella vita, non vengono assunte come un suo nuovo organo, non diversamente da quello che accadde quando si formò la prima mano, o la prima zampa, o la prima pinna?

 

Senza ciotola, quella vita che tutt’a un tratto inizia a usare ciotole, a poter accumulare acqua, a uscire dall’urgenza del consumo immediato, a pensarsi nel tempo e nel progetto, non sarebbe quella vita che è. Non sarebbe quella vita così ovviamente umana da sembrare anche naturalmente umana, umana nel senso di una natura umana che immaginiamo tale indipendentemente da ogni tecnologia. Non si tratta semplicemente di strumenti, di protesi di cui potremmo fare a meno, di cui potremmo interrogare da fuori e da una strana distanza l’opportunità o l’inopportunità. Nessuno strumento è uno strumento, ogni strumento è un organo. Non appena viene adottato si accoppia all’organismo e ne diventa inseparabile. Ogni tecnologia è un’organologia, ogni nuova tecnologia è immediatamente una nuova biologia. 

 

I vaccini ci consegnano con un’evidenza inedita questa metafisica del meticciato. Una metafisica è un sistema di concetti, e sta al di là della fisica, come recita l’antica etimologia di questa parola così altisonante o così desueta, non perché abbia a che fare con un altro mondo, ma perché ha a che fare con i concetti con cui disegniamo questo mondo, i concetti essendo nient’altro che linee di divisione e di articolazione attraverso cui produciamo l’evidenza di un mondo, cioè un sistema di somiglianze e dissomiglianze tra certe cose e certe altre cose, minerali vegetali animali e umani compresi. I vaccini ci consegnano una nuova metafisica perché ci consegnano questa concettualità dei confini sospesi, questa concettualità all’insegna dell’intermedio, questa concettualità indecidibile tra il mio e il tuo, tra il proprio e l’improprio, tra il buono e il cattivo, tra la salute e la malattia, tra il privato e il pubblico, tra lo strumento e la vita che crede di servirsene, tra la vita che vive e la vita che si ammala e che muore.

 

Il concetto di mio e di tuo taglia il campo secondo una certa geometria. Non è né vero né falso, è semplicemente efficace, efficace beninteso a certe condizioni. Ritaglia il campo secondo certe linee che consentono certe operazioni e vanno incontro a certe necessità sia pratiche sia teoriche. Se faccio l’agricoltore, è utilissimo poter dire fin dove un certo terreno è mio, e dove inizia il terreno del vicino. Il concetto di né mio né tuo, che come si vede è un concetto per il quale stentiamo ancora a trovare un nome se non negativo, se non calcolato su un concetto precedente, taglia il campo secondo altre geometrie, perché nasce da altre urgenze e serve a rendere possibili altre operazioni. Non è né vero né falso, neanche lui. Semplicemente, nasce sotto la pressione di pratiche e teorie inedite, e consente di frequentare più efficacemente quel mondo inedito che ne discende. Per esempio, consente di gestire una pandemia, di regolare la sopravvivenza a fronte di una malattia spesso devastante. 

 

La sopravvivenza, come chiamerei questo strano effetto di transito che prima evocavo definendo la nostra nuova salute come un’interminabile malattia a bassissima intensità, è un evento che attraversa i singoli corpi, ma non appartiene loro, non è una loro proprietà. È un effetto di risonanza, è una qualità che circola in loro senza sostare presso di loro e senza essere in mano loro. E tuttavia, in questo attraversarli, traccia nuove linee e disegna un nuovo oggetto, un nuovo campo teorico e pratico, una nuova forma di vita. È l’ennesimo effetto inquietante di questa nuova metafisica. Promuove una nuova forma di vita, che ignora brutalmente la nostra vecchia geometria individualista, e che però non possiamo illuderci di vedere come una nuova geometria comunista. In fondo il comunismo sembrava sempre dover nascere dalla messa in comune di vite e beni individuali, che dunque il comunismo continuava ad assumere come la verità ultima dell’umano. Questa nostra nuova metafisica vaccinale non prevede spazi individuali e dunque non prevede spazi comuni. Prevede semmai l’esistenza di qualità e di eventi che abitano sia l’individuale sia il comune attraversandoli, dunque dividendoli in loro stessi, e riassemblando ciò che resta di individui e gruppi intorno a nuovi poli d’attrazione. 

 

Ciò accade, del resto, secondo un’analogia di struttura, secondo un’identica ragione morfologica che ritroviamo in una quantità di altri eventi e pratiche ed esigenze che la contemporaneità ci mette sott’occhio. Non funziona così anche il denaro della nostra economia radicalmente finanziarizzata, o non funzionerebbe così se potesse dare fondo alla sua operazione strutturalmente deterritorializzata e deterritorializzante, se in altri termini non fosse trattenuto al di qua del suo funzionamento da ovvi ma non così inaggirabili motivi? Non funziona così anche la circolazione delle donne e degli uomini che le guerre per la terra e per le sue risorse e la crisi climatica che deriva dalla stessissima matrice economica spinge sempre più rapidamente ad allontanarsi da certe aree del pianeta per avvicinarsi a quelle più miti, almeno per ora, dove noi, almeno per ora, abitiamo felicemente? La metafisica dei vaccini è un caso evidente e traumatico di questa dissoluzione più generale della terra e di tutta una metafisica dei confini esemplata sulla territorialità. Ed ecco che in un lampo si fa luce su un’altra cosa, su un altro risvolto altrimenti incomprensibile delle nostre reazioni davanti a questo nuovo mondo pandemico. In un lampo capiamo perché gli odiatori, non tanto dei vaccini, che in mutate condizioni tattiche quegli odiatori potrebbero anche tollerare o addirittura sbandierare, ma di quella che chiamo metafisica dei vaccini, sono spesso gli stessi che amano, secondo il motto famigerato, il sangue e il suolo, cioè i corpi richiusi su se stessi e la terra che si richiude su quei corpi.

 

Inizia oggi KUM! Festival (Mole Vanvitelliana di Ancona, 15-17 ottobre), direzione scientifica di Massimo Recalcati, dedicati alla cura e alle sue diverse pratiche. Federico Leoni terrà una lectio alla dal titolo Metafisica dei vaccini, domenica 17 ottobre alle ore 16:30. Tutti gli eventi sono gratuiti,
in presenza e saranno trasmessi anche in live streaming. Qui il programma completo. 

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