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Hemon. Il libro delle mie vite

Mentre ascolta la figlia che parla con il suo compagno segreto, il fratello immaginario Mingus, che ha degli altri genitori e abita vicino ma in un altro appartamento, lo scrittore vede l’azione che lui stesso compiva da anni: creare personaggi di finzione, inventare storie e inseguire destini, amplificare spazi per afferrare quel tutto che non riusciva a capire. “Il bisogno di raccontare storie è profondamente radicato nella nostra mente, e inscindibilmente intrecciato ai meccanismi che generano e assorbono linguaggio. L’immaginazione narrativa – e quindi la letteratura – è uno strumento evolutivo fondamentale per la sopravvivenza. Elaboriamo il mondo raccontando storie e produciamo conoscenza umana stringendo legami con dei noi immaginati”.

 

Virtuoso delle parole che nelle sue opere precedenti – Spie di Dio, Nowhere Man, Il progetto Lazarus – ha messo al servizio di un soggetto sempre nuovo, ora Aleksandar Hemon le convoglia in una costruzione che cuce i pezzi della sua biografia. In Il libro delle mie vite (trad. di Maurizia Balmelli, Einaudi) l’io scorre fluido tra passato e presente, le lacerazioni della Grande storia e le interruzioni delle esistenze non minano più la sua continuità. La lingua rimane lo strumento per sopravvivere, è lei che lo costringe ad arrivare in fondo, a raccontare “L’acquario”, il capitolo sulla malattia e la morte di Isabel, la figlia alla quale il libro è dedicato.

 

 

 

Aleksandar Hemon, nato a Sarajevo nel 1964, è stato sorpreso dalla guerra bosniaca a Chicago dove da allora vive – l’Altra città divenuta lentamente sua quando “l’immigrato interiore aveva iniziato a fondersi con l’americano esteriore”. Spie di Dio (trad. di A. Tranfo, Einaudi 2000) era il racconto tragicomico del passaggio dal vecchio al nuovo mondo, dalla Sarajevo assediata dove la vita stava in un dettaglio alla “terra della libertà, la patria degli audaci”, dove la presenza di Pronek, suo alter ego, è assolutamente superflua, la sua parola incongrua mentre come un chaplin suonato ripete che la Bosnia non è in Cecoslovacchia. L’incubo di rimanere intrappolato in una lingua sbagliata lo ossessiona, a lungo non riesce più a scrivere – ora il suo inglese è stato paragonato a quello di Conrad e di Nabokov. La sua scrittura impaziente e cinematografica evita il romanzo psicologico quanto la testimonianza nostalgica, l’io di Hemon è un nostro contemporaneo che, come aveva già fatto declinando il ricordo del suo passato, parla al singolare, mentre la costruzione letteraria ricrea una dimensione sovranazionale e collettiva, universale.

 

Il tema dello sradicamento Hemon lo declina con spirito bosniaco – vale a dire saggio e autoironico – dal basso. Il primo altro, il non-me che ha conosciuto, sua sorella, è stato anche il primo essere umano che ha cercato di strozzare. Il noi-loro, parole che durante il conflitto inter-jugoslavo assumevano la violenza di pallottole, sono le stesse che usano i suoi genitori immigrati in Canada: loro erano il non-noi, noi eravamo il non-loro. Insomma, dalle cattedrali teoriche e dalle dispute ideologiche che hanno ossessivamente accompagnato il conflitto, alla pratica umana del rapporto con l’altro.
 

 

Flâneur con il naso in su a scrutare palazzi a Sarajevo, immerso in una rete umana dove la parola privacy non esiste, dove l’architettura della città rappresentava quel centro del mondo capace di unire il dentro e il fuori, l’interiorità e la visibilità. Flâneur immigrato e sottopagato a Chicago, senza più una geografia dell’anima, che quando torna per la prima volta nella città dove ha sempre vissuto fa l’esperienza perturbante di vedere qualcosa di tremendamente familiare divenuto irreale. Come mettere insieme il ricordo di un angolo di strada con il suo nuovo nome di Viale dei cecchini? Lo scrittore aveva sedici anni quando, nel 1980, muore Tito e arrivò “la fine di tutto”, di quel che era stato realtà e della sua finzione.

 

La sua traiettoria rappresenta in modo efficace quel miscuglio particolare di comunismo anarcostalinista made in Yugoslavia fin dalla prima collaborazione con una radio giovanile e poi con la rivista Naši dani – I nostri giorni era il titolo, 1968!, lo stesso del primo LP rock jugoslavo. Nel 1985 Hemon organizza una performance con la musica di John Cage, la Sarajevo della seconda metà degli anni ottanta è una città surrealista i cui talenti osano la dissacrazione del culto realsocialista.

 

E quando a nord, nell’estate del 1991, si inizia già a combattere, nel capoluogo bosniaco si scatena una “edonistica corsa all’oblio” di caffè e sigarette, canne e trance: “Sguazzavamo in un sesso da Titanic; non c’era alcun bisogno di comfort né tempo per le relazioni sul transatlantico che colava a picco. Fu un tempo di grandi scopate, l’era breve dell’euforia da catastrofe, perché niente acuisce i piaceri e inibisce la colpa come l’incombere di un cataclisma”.

 

Hemon si rifugia nella lettura sulla montagna di Jahorina, ma anche lì è raggiunto da prove di guerra. La guerra vera, però, nessuno riesce a immaginarla. Sarà un caso, una borsa di studio chiesta tempo prima, a condurlo a Chicago, da dove sarà costretto a osservare l’evento bellico come fosse una visione.

 

Condannato alla solitudine e ai lavori precari, riconoscerà le comunità di sradicati come lui. Che giocano a calcio – il portiere tibetano German che viene dall’Ecuador organizza partite per tutti perché il calcio connette a Dio, offre “lo straordinario istante di trascendenza che può conoscere chi pratica uno sport insieme ad altri”. Che giocano a scacchi – insieme a Peter, l’assiro nato a Belgrado, cercherà nelle combinazioni delle partite, che hanno segnato la relazione con il padre da Sarajevo all’Ontario, una costruzione di senso che eviti che la disperazione imbocchi la strada della follia.

 

Ateo, narciso e guardingo, così si definisce, “sempre ansioso di carpire pezzi di vite altrui”, Hemon aggiunge una pagina significativa a quel nuovo genere letterario di scrittori contemporanei (come Roth, Auster, Carrère, Barnes per citarne solo alcuni) che legittimano l’autobiografia di un romanziere attraverso la narrazione in prima persona di trame intime e spericolate dove, ogni volta, lo scrittore conquista il suo “io”.
E il lettore trova il suo non eroe che forse un po’ gli assomiglia.

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