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Paco Roca, Ritorno all’Eden

In un mercato dei graphic novel dominato dalle narrazioni autobiografiche, l’uscita di Ritorno all’Eden, ultimo lavoro di Paco Roca, sembra a prima vista una conferma di questa inarrestabile tendenza. Al centro del libro – dall’intrigante formato orizzontale, già sperimentato dal disegnatore spagnolo in La casa – è Antonia, personaggio ispirato alla madre dell’autore (come La casa, specularmente, aveva al centro la figura del padre). 

Cresciuta durante la guerra in una modesta famiglia di Valencia, Antonia attraversa in punta di piedi la storia della Spagna franchista: la fame e la povertà, le gabbie inscalfibili della gerarchia sociale e della chiusa mentalità ecclesiastica, la paura dei “rossi”, il mitico ritorno dell’impero spagnolo, la rigida segmentazione dei rapporti di genere. Come un ramoscello, nello scorrere delle tavole Antonia è trascinata da una corrente più grande di lei, che non la travolge ma che non le lascia neanche scampo.    

Chi già conosce l’autore di Rughe, il dolce racconto sulla vecchiaia e la malattia che nel 2008 lo ha consacrato tra i più importanti fumettisti contemporanei, sa però che Paco Roca si muove in territori narrativi lontani dalla compiaciuta autofiction. E infatti l’autore non compare mai nello spazio delle vignette di questo libro, e perfino il rapporto madre-figlio rimane fuori dal racconto. Ciò che interessa a Roca è lo scavo tra le pagine della storia recente spagnola, con un taglio che potremmo dire microstorico: l’attenzione alla quotidianità, ai piccoli dettagli di biografie apparentemente minori serve a mettere in luce la dimensione dei comportamenti, delle strategie, del ricordo, della memoria, delle credenze, delle paure e dei dubbi. Elementi che plasmano la vita di una donna comune come Antonia, rivelando al contempo lo spirito del tempo. 

 

Iniziamo dalla memoria e dalle sue incertezze, tema caro a Roca. Nel già citato Rughe lo sfaldarsi dei ricordi di Emilio, affetto da Alzheimer, era reso visivamente in figure dal volto senza connotati, e nel susseguirsi di pagine bianche. Anche nell’impegnativo I solchi del destino il fumettista si era confrontato con la reticenza della memoria: i tentativi di un giovane ricercatore di ricostruire la storia di un ex combattente repubblicano si scontrano con la volontà del testimone stesso, un eroe che ha combattuto il nazifascismo in prima linea, prima in Africa e poi in Europa, ma che non ha nessuna intenzione di riaprire la pesante valigia dei ricordi. 

 

 

Il ricordo è un dispositivo scadente, notava Robert Musil, pensando alla propria esperienza di soldato sul fronte italiano della Grande Guerra. E Primo Levi apre Il sistema Periodico con parole simili: la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. I ricordi non sono incisi sulla pietra, con gli anni tendono a cancellarsi, spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando elementi estranei. 

Paco Roca è della stessa opinione. Il libro si apre con una sequenza di pagine completamente nere che, tavola dopo tavola, sono attraversate da un fascio di luce. “Sosteniamo una lotta costante contro l’oblio, che prova a cancellare il passato.” dice la voce del narratore fuori campo “Ma la nostra memoria è limitata e traditrice; così l’ingegno umano ha inventato diversi modi di conservare un istante nel tempo.” 

Il libro che abbiamo in mano è naturalmente una testimonianza di questi modi, e infatti la metafora visiva non rappresenta solo l'emergere originario della vita dal buio della non-esistenza, ma il comporsi stesso dei ricordi e delle tracce lasciate da Antonia, rappresentate dalle miniature delle pagine del fumetto che stiamo per leggere. E infatti Ritorno all’Eden si presenta come una doppia caccia: ricostruisce l’esistenza di Antonia provando ad appoggiarsi a fonti oggettive, ma nel contempo fa i conti con l’ambiguità di quelle stesse fonti, decostruendone il processo di risignificazione e mistificazione messo in atto dalla stessa protagonista.

 

Il primo capitolo si apre con la ricerca di una foto, sparita nell’ultimo trasloco, da cui Antonia non si era mai separata. Nell’era della bulimia di immagini facciamo fatica a comprendere quante poche fossero, per le generazioni passate, le possibilità di ottenere un’impressione fotografica, che tratteneva in pochi centimetri quadrati un bagliore dell’esistenza di interi nuclei famigliari. Tra gli sbuffi dei figli la foto viene infine ritrovata: perché quella fotografia è tanto importante per Antonia? Sappiamo che è stata scattata sulla spiaggia di Valencia, in una mattina di sole del 1946. Un momento di grazia, che all’occhio interno della protagonista, e di conseguenza anche agli occhi di noi lettori, appare come un Eden fondativo. Ritrae una famiglia felice al mare: Antonia, sua madre Carmen, l’amata sorella Amparin, i due fratelli Pipo e Pepito, tutti sorridono di fronte all’obiettivo del fotografo di strada. 

 

Come scopriremo nel corso dei capitoli, le cose non stanno esattamente così; la famiglia dove Antonia cresce e prende forma è tutt’altro che felice. E qui sta la seconda caccia, che Paco Roca mette in scena a partire dalla ricerca di chi in quella foto manca – il padre Vincente, il fratello maggiore Paco, la sorella già sposata Vincentita – perché un’assenza può essere più significativa di una presenza. 

E in questo secondo movimento, che ruota intorno alla bruta figura del padre di Antonia, che si arriva al vero nodo del fumetto: la morbida oppressione che sperimenta pervasivamente la ragazza, in un contesto familiare e sociale che la porta a uccidere sul nascere la propria sete di libertà, come pure qualsiasi desiderio o impeto di ribellione e affermazione di sé. Questa morbida oppressione è resa efficacemente dal disegnatore con l’immagine di un vulcano che alberga nel petto di Antonia. Ad un certo punto, di fronte all’ennesima ingiustizia da parte di suo padre, e alla complicità degli altri maschi di casa, il vulcano che è dentro Antonia sembra essere arrivato al punto di non ritorno: sta per esplodere. Ma l’educazione, gli esempi vicini e lontani di sottomissione o punizione delle donne divergenti, in una parola il patriarcato, che pervade la società come il gas una stanza chiusa, hanno fatto il loro lavoro, spegnendo la lava in un'inarrestabile marea di rassegnazione. 

 

 

Paco Roca, da buon microstorico, mette in luce con naturalezza i legami tra questa morbida oppressione individuale e il più generale progetto politico e sociale fascista; un’ideologia che si erge su quella oppressione quotidiana facendola sistema. Pur non toccando Antonia e i suoi cari in dinamiche repressive dirette, il franchismo è l’espressione politica di quella lenta asfissia, che dà luogo ad una falsa coscienza che rimarrà attiva anche dopo la caduta di Franco, confinata in un punto cieco della memoria collettiva. 

Tutto questo è reso da Roca con la consueta efficacia e pulizia grafica, figlia della linea chiara e di un uso sapiente e limitato della colorazione. Anche quando fa ricorso a inserti storici o di contesto la lettura non risulta appesantita, grazie alla sintesi grafica che contraddistingue il suo disegno e che dona una generale leggerezza anche nei passaggi più amari. Senza rinunciare poi a quella capacità di integrare nel realismo pagine liriche e ariose, ad esempio quelle dedicate alla figura, molto felliniana, di Capitan Don Milan, sparito con la sua mongolfiera tra le nuvole, lontano dall’infelicità terrena. 

 

È significativa la consonanza tra Ritorno dall’Eden con due film recenti. Il primo è Josep diretto da Aurel, pseudonimo del vignettista francese Aurélien Froment. Uno splendido prodotto dell’animazione europea, sul quale bisognerà tornare con più calma, resoconto della vita del disegnatore catalano Josep Bartolì, che dopo la guerra civile scappò come molti repubblicani sconfitti in Francia, ritrovandosi prigioniero nei terribili campi di concentramento per antifascisti. Il secondo, naturalmente, è Madres paralelas, l’ultimo film di Pedro Almodovar, che si esercita proprio sulla rimozione della memoria. Questi due film e il fumetto di Paco Roca testimoniano ed alimentano la discussione pubblica in corso in Spagna, dai progetti dell’attuale governo spagnolo per una nuova “legge della memoria democratica”, dopo quella non molto fortunata di Zapatero del 2007, alle polemiche seguite alla traslazione dei resti dei Caudillo dalla Valle de los Caídos. 

 

In gioco c’è la questione sui modi con i quali maneggiare le eredità del Franchismo e, soprattutto, la coltre che ancora copre i lunghi anni della dittatura, come la terra che nasconde le tante fosse comuni sparse nella penisola iberica. E il film di Almodovar si chiude significativamente proprio su un cantiere archeologico, che riporta alla luce i resti senza nome e sepoltura delle vittime della guerra civile. 

Questo richiamo cinematografico ci permette un’ultima riflessione. Il fumetto, si sa, viene spesso accostato al cinema. Un riflesso incondizionato che è naturalmente comprensibile: si tratta di due forme visuali (anche se troppo spesso, come lamentava Bernardo Bertolucci, parlando di cinema si sottovaluta il ruolo dei suoni) che condividono linguaggi e analogie. Basti pensare a quella tra montaggio cinematografico e sequenza delle vignette, o più banalmente, al taglio dei campi e dei piani nell’inquadratura, che accomuna entrambi i linguaggi. 

 

Ma in realtà si tratta più di una metafora che di un’analogia. Se un film fosse girato come un fumetto sarebbero banditi i movimenti di macchina: farebbe l’effetto statico di una raccolta di farfalle appuntate al foglio. E se un fumetto avesse sulla pagina la “regia” di un film, pensiamo solo al continuo ricorso a campi e controcampi, sarebbe confuso e probabilmente illeggibile. A meno di non pensare a un cinema costruito intorno alla camera fissa, come ad esempio accade mirabilmente nei film di Yasujirō Ozu. E se c’è un fumettista che è maestro nel creare il movimento di personaggi e gesti sul proscenio, in tavole basate su una griglia di vignette rigida e su inquadrature fisse, beh, quello è sicuramente Paco Roca. 

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