Parlare sempre e non comunicare mai

Ultimamente di parole si è parlato parecchio: si è detto che sono importanti e si è detto che valgono una risata. Si è detto che sono libere e si è detto che si prendono troppe libertà. Si è soprattutto discusso su chi può dirle, e chi deve sentirsele dire.

 

È stato un caso fortuito, perché solitamente non pensiamo mai alle parole, le usiamo e basta, e questa contraddizione intrinseca – non pensare alle parole, che di fatto compongono il nostro pensiero – è in realtà coerente con il modo in cui le trattiamo. Scriviamo continuamente, ossessivamente, più che in qualsiasi altra epoca: messaggi, mail, tweets, captions, commenti. Parliamo in modo compulsivo, vorace, spesso del tutto egocentrico, e ci ingozziamo delle parole altrui, bulimicamente, decontestualizzandone il senso, interagendo attraverso uno schermo, disabituati a empatizzare gli uni con gli altri. Le parole sono oggetto del nostro consumo quotidiano. Le appiattiamo, le mangiamo, le buttiamo via. Le indossiamo sulle t–shirt nella speranza che ci definiscano agli occhi degli altri. Le mettiamo in fila su una caption per accompagnare una foto il cui scatto abbiamo orchestrato attentamente. Le affidiamo a un vocale per poi eliminare la cronologia. 

 

Forse è per questo che siamo diventati del tutto inconsapevoli del loro peso specifico, dei significati che si portano dietro. Il nostro abuso del vocabolario è un fatto unidirezionale: non parliamo con qualcuno, di qualcosa, ma parliamo a tutti – e quindi a nessuno – sempre di noi stessi, nel tentativo spasmodico di controllare il modo in cui gli altri ci vedono. E infatti parliamo sempre, ma non comunichiamo quasi mai.

 

Eppure, la lingua definisce la nostra realtà più di ogni altra cosa, e questa consapevolezza ce la portiamo dietro dagli albori della nostra cultura: in principio era il verbo. Niente esiste se non lo puoi nominare, al punto che le nostre capacità percettive, il nostro pensiero, la nostra interpretazione del mondo cambia a seconda della lingua che usiamo, delle parole che impariamo e del significato che attribuiamo loro. È questo il presupposto di Lingua ed Essere, saggio di Kübra Gümüsay diventato fra i libri più letti in Germania nel 2020, e tradotto in Italia dai tipi di Fandango Libri. Gümüsay inizia la sua riflessione con degli esempi che ci fanno comprendere quanto la lingua sia realmente la base del nostro orizzonte cognitivo:

 

“Una popolazione dell’Amazzonia brasiliana, i Pirahã, non usa i numeri. La loro lingua non li prevede – esiste la parola uno, due, e molti. Di conseguenza, i Pirahã non sono capaci di fare calcoli, neppure i più semplici. Non hanno i tempi verbali: per loro esiste solo il presente. Il loro stile di vita è fortemente influenzato da questa struttura linguistica, per cui non hanno sviluppato la memoria a lungo termine, e spesso non ricordano neppure il nome dei loro nonni, una volta deceduti. Non fanno progetti per il futuro aldilà del prossimo, il loro concetto di risparmio o conserva si limita a uno span di massimo poche settimane.” 

 

Eccone un altro. Alcune lingue, come il turco, l’indonesiano, il giapponese, non hanno genere, ma usano solo il neutro, a differenza delle lingue neolatine, che invece usano il maschile e femminile. Provate questo esperimento: se chiedete a una persona che parla tedesco, francese, italiano o inglese di indovinare la persona a cui state pensando, la prima cosa che vi chiederà è se quella persona sia un uomo o una donna. Se fate lo stesso indovinello a un giapponese o a un indonesiano, la domanda sul genere sarà molto in basso, a volte addirittura al ventesimo posto. Queste popolazioni sono in grado di immaginare una persona senza attribuirle immediatamente un genere, semplicemente perché nella loro lingua non è previsto. 

 

Sì – le parole sono importanti.

 

Gümüsay è una giornalista tedesca di origine turca. Ha studiato Scienze Politiche ad Amburgo e alla School of Oriental and African Studies di Londra. È fra le prime giornaliste tedesche musulmane ad essere apparsa nei talk show e la prima a diventare opinionista con una rubrica sul Die Tageszeitung. Gümüsay parla quattro lingue: il turco, il tedesco, l’inglese, l’arabo. A ognuna di esse è legata una parte specifica di lei, un diverso livello di intimità, di libertà, di radici, di frivolezza. Chiunque sappia più di una lingua scopre che in ognuna si sprigiona un diverso lato della propria personalità: questo perché ognuno di noi contiene moltitudini che a seconda del contesto – e della lingua – si alternano, e che tuttavia dentro di noi convivono continuamente. La natura umana è contraddittoria: eppure stentiamo al giorno d’oggi ad accettare i nostri controsensi. I social media ci spingono a definirci in modo inequivocabile, a dire: io sono questo e non altro. Allo stesso tempo aneliamo a un senso di appartenenza, di comunità. Una comunità che tuttavia non sembra più in grado di accettarci per intero, ma ci divide in categorizzazioni che appiattiscono l’identità del singolo e lo archiviano in scaffalature mentali a seconda del genere, della classe sociale, dell’orientamento sessuale, del colore della pelle, della religione. 

 

Gümüsay parla molto dell’effetto della categorizzazione dell’individuo, della disumanizzazione che ne deriva, e di come in particolare questa pratica discrimini le minoranze, o chiunque non sia considerato parte del ‘Noi’ che comanda. La giornalista divide le persone in nominanti e nominati: i nominanti danno il nome alle cose, come Adamo – ai nominati al contrario vengono imposte caratteristiche specifiche oggettivizzanti, basate su pregiudizi e bias spesso inconsci. In questo modo, i nominati vengono di fatto privati della loro umanità. 

 

Prendiamo ad esempio la stessa autrice: invitata a un qualsiasi talk show di politica, Gümüsay non era se stessa, ma ‘la donna musulmana’, categoria fra gli oggetti preferiti della curiosità occidentale. Veniva chiamata a intervenire per difendere la sua stessa esistenza. I suoi interlocutori non mostravano interesse per le sue idee in quanto giornalista, attivista, femminista, scrittrice di saggi e opinionista. Loro la vedevano in due modi: la vittima oppressa dal patriarcato integralista musulmano, e la fondamentalista islamica. Una definizione le veniva data sulla base della sua religione, l’altra del suo genere. Prima ancora di aprire bocca, il suo velo parlava per lei. L’idea che una donna musulmana possa portare il velo per libera scelta e essere al contempo una scrittrice femminista, erudita, brillante, con idee progressiste, per i più è semplicemente inimmaginabile. 

 

Per questo motivo, molte altre donne musulmane in Germania si sono sentite costrette a rinunciare a portare il velo in pubblico: diventare invisibili è preferibile a essere costantemente etichettate, sminuite e insultate. Questo perché ai nominanti sembra già di conoscerla, la donna con il velo, nella convinzione che i musulmani siano definibili come persone solo e unicamente dalla propria fede, e che essi pratichino il credo tutti allo stesso modo, a differenza dei cattolici, che hanno il lusso di essere fedeli ognuno in modo privato e personale. La donna con il velo si ritrova a passare il proprio tempo a rispondere a domande intime e intrusive sulla propria fede e sul proprio rapporto con gli uomini – o alternativamente viene interrogata su temi che non la riguardano affatto: terrorismo, Afghanistan, il conflitto israelo–palestinese. Ci si aspetta, dalla donna musulmana, che sappia ogni sorta di cose sull’Islam e su tutti quelli che lo praticano, in tutti i paesi in cui lo praticano. Questo perché gli appartenenti a una minoranza non hanno il lusso di essere se stessi: quando si confrontano con il ‘Noi’ che comanda, incarnano la loro intera categoria. Contenere moltitudini è un privilegio, essere incoerenti è un privilegio, essere unici e irripetibili è un privilegio. Essere e al contempo appartenere è un privilegio. 

 

 

Le donne non sono brave in matematica; i musulmani sono estremisti religiosi e violenti; gli immigrati vengono qui a rubarci il lavoro e non hanno competenze o pregi che possano arricchire la nostra società; i gay sono contro natura; gli ebrei sono spilorci; gli asiatici vivono ammassati gli uni sugli altri e non vogliono integrarsi; i nigeriani spacciano; i cinesi mangiano i gatti. 

 

I pregiudizi passano inevitabilmente dalla lingua, che viene poi strumentalizzata dalla politica. Ci aspettiamo che i nominati si comportino secondo gli stereotipi che gli vengono affibbiati – vengono incoraggiati a combaciare perfettamente con la propria categoria, in modo da mantenere lo status quo. Chi appartiene a una minoranza si ritrova quindi a rifugiarsi in essa, perché il fuori è ostile, il fuori è violento. Il dialogo con l’altro è sempre più difficile, e l’assenza di dialogo impedisce la realizzazione dell’individuo al di là del proprio confine assegnato. A tutto ciò si aggiunge la politica: se sin da piccolo vieni etichettato come diverso e la legge non tutela i tuoi diritti, è quasi impossibile non sentirsi traditi e isolati dalla società, finendo per essere vittima dell’effetto Pigmalione.

 

L’autrice ci racconta che il tedesco è stata la lingua della sua crescita, e allo stesso tempo la lingua della sua oppressione. Cosa succede quando il linguaggio che ti insegna chi sei è anche quello che precede gli insulti, i pregiudizi, la violenza? La lingua, soprattutto quella discriminatoria, influenza la visione che i nominati hanno di sé, già in età prescolare A quanti anni un bambino afro–discendente sente per la prima volta la parola ne*ro, magari riferita ai propri genitori? A quanti anni sentiamo dire per la prima volta parole come fr***o o ri******ne? Io avevo forse sei o sette anni la prima volta che qualcuno mi definì ‘sporca marocchina’. 

 

Questi termini hanno alle spalle una storia ben precisa, e il loro significato è quasi onomatopeico: non vi è dubbio, per nessuno che le abbia mai subite o pronunciate, che dietro quelle frizioni di consonanti ci sia della violenza. Anche chi non ne conosce l’etimologia ormai ne conosce istintivamente la prepotenza. 

 

Ma prendiamo comunque due esempi a caso:

 

La parola fr***o deriva dal dialetto romanesco: una possibile origine è fronscè (francese), che ai tempi dell’invasione napoleonica di Roma era sinonimo di ‘invasore’, ‘uomo spregevole’; precedente il termine feroce, riferito ai Lanzichenecchi nel XVI secolo per descrivere il sacco di Roma e gli stupri di massa compiuti su donne e uomini. Fronscè o feroce è lo straniero che invade e distrugge lo stile di vita dei romani. 

 

Il termine ne*ro, dal latino niger, è entrato nell’uso comune in epoca coloniale: in particolare il corrispettivo anglosassone nigger venne usato per secoli come sinonimo di ‘schiavo’. Nella Germania nazista veniva usato neger per indicare i bastardi della Renania, come venivano definiti al tempo gli afro–tedeschi, anch’essi vittime dello sterminio di massa durante la Seconda Guerra Mondiale. Il termine, nelle varie accezioni europee, si porta dietro una lunga storia di oppressione, schiavismo e disprezzo. 

 

La scrittrice Premio Nobel Toni Morrison diceva: “La funzione più seria del razzismo è distrarci – ti tiene lontano dal lavoro. Ti costringe a spiegare, ancora e ancora, la ragione della tua esistenza. Qualcuno dice che non hai una lingua e tu passi i vent’anni successivi a dimostrare che tu ce l’hai una lingua. Qualcuno dice che la tua testa non ha la forma giusta, così metti al lavoro gli scienziati perché dimostrino la correttezza della forma della tua testa… Nulla di tutto ciò è necessario. Spunterà sempre qualcosa di nuovo” 

 

Ed è così – spunta sempre qualcosa di nuovo a distrarci. Mentre le donne si battono per essere pagate equamente, qualcuno chiede loro come erano vestite la sera che subirono uno stupro. Mentre la comunità LGBTQ+ richiede maggiori tutele contro la discriminazione, qualcuno risponde che i gay vogliono iniettare l’omosessualità nei bambini. Mentre Aboubakar Soumahoro si batte per i braccianti e per lo ius soli, qualcuno in televisione dice ne*ro e ride. In una società ormai stanca di essere divisa in Noi e Loro, una parte rappresentativa del Noi al comando continua a inquinare il dibattito, per evitare l’unico discorso che urge avere, ovvero come confrontarci gli uni con gli altri alla pari. Che linguaggio usare. Come scrivere una storia comune. La nostra lingua ne è capace, è flessibile, è antica e nuova, è una lingua che si allarga. Noi no. Gümüsay acutamente afferma che finché ci sono i figli dei nominanti e i figli dei nominati, finché ci sono i ‘nostri’ figli e i ‘loro’ figli, non riusciremo mai a parlarci davvero, perché incapaci di riconoscere che tutti i figli della società sono nostri, anche quelli che muoiono in mare, e che la società stessa è composta da un Noi nel quale tutti ci muoviamo indistintamente, ognuno con la propria personale, ma non isolata, visione della realtà. 

 

In un momento storico in cui la discussione politica, in bilico tra democrazia e populismo, avviene tutta sui social, ci dividiamo tra chi corre dietro a un attivismo di stampo performativo e alla wokeness e chi, sfruttando un linguaggio divisivo e violento, parla con la sola intenzione di spaventare alcuni e distogliere l’attenzione di altri. Chi dovrebbe in qualche modo moderare questo guazzabuglio di opinioni e intenzioni pone l’accento sugli estremismi, perché l’informazione, come tutto il resto, è diventata un oggetto da comprare e consumare. Di conseguenza, quel linguaggio discriminatorio, quel codice cifrato che tiene tutti legati al proprio posto, che esprime il pensiero di una parte minoritaria della popolazione, improvvisamente viene legittimato da tutto il resto di quel Noi sempre più sfilacciato e confuso, e con esso anche le ideologie che si porta dietro.

 

E così andiamo avanti, come criceti su una ruota, in senso antiorario. James Baldwin, scrittore afroamericano, per questo motivo diceva di sentirsi allergico alla propria stessa lingua, che stentava ad adattare alla propria esperienza, come se fosse stata inventata solo per descrivere il mondo dei bianchi. Ma non è la lingua a essere inadattabile – inadattabile è la comunità che la usa. 

 

La spiegazione per tutto questo è semplice: il cambiamento spaventa. Un Noi che comanda abituato a comandare non vuole sentirsi dire che i suoi miti andrebbero riletti con chiavi interpretative nuove, che rischiano di mettere in discussione e smontarne la potenza – soprattutto quando quei miti rappresentano i valori su cui si fonda il mantenimento del potere. L’ossessione per una tradizione immutabile e impermeabile è un tentativo di proteggere la propria identità, un’identità fondata però sul fatto che il proprio punto di vista sul mondo è quello al quale tutti gli altri si devono attenere.

 

È quindi nel terrore per la cosiddetta cancel culture che la cultura occidentale mostra tutta la propria fragilità, la propria allergia al cambiamento: la convinzione che il modo in cui noi vediamo la realtà sia di fatti l’unico, e che una interpretazione alternativa sia un attacco al sistema di valori della società stessa. Questo presupposto evita qualsiasi tipo di responsabilità storica, politica, sociale e personale, richiesta dalle minoranze oppresse come presupposto fondamentale per iniziare un dialogo equo. Ma il Noi che comanda non vuole ammettere il proprio privilegio, figuriamoci le proprie responsabilità per essersi arrogato quel privilegio a scapito di tutti gli altri. Finché saremo segretamente convinti che gli Altri si debbano adattare non ci sarà mai un Noi, e Noi resteremo inconsapevoli, e quindi inermi nella nostra fallibilità. 

 

L’ultima parte di questo straordinario, potentissimo saggio è dedicata non più al linguaggio in sé, ma appunto al concetto di dialogo. Immaginate una tavola rotonda in cui siedono intellettuali, scrittori, artisti: alcuni bianchi, alcuni neri, donne e uomini, asiatici, cristiani, buddisti, musulmani, gay, transessuali, vegani, giovani, anziani. Se si partisse dal presupposto utopico che nessuna delle singole visioni del mondo di queste persone sia quella ‘normale’ rispetto alle altre, si avrebbe un dialogo costruttivo sulla nostra società contemporanea, una società basata sulla complessità, sulla pluralità delle voci e delle culture, e sulle moltitudini che, come compongono l’individuo, animano anche la crescita, l’adattamento e la ricchezza delle civiltà che abbiamo creato nel corso della storia; una ricchezza basata sulla capacità di autocritica, sulla rinuncia a una pretesa di assolutezza, in breve, sulla relatività di ogni cosa.

 

Gümüsay conclude: “Questo libro è da intendersi come un contributo alla ricerca di una lingua in cui noi tutti possiamo esistere con pari diritti e come esseri umani nella nostra complessità, come una riflessione sul modo di realizzare i nostri ideali di una società migliore. Vuole essere uno stimolo a riconoscere l’architettura e con essa i limiti della nostra lingua, del pensiero, del sentire e della vita e a lavorare su di essi. A riconoscere che questo mondo, per come è oggi, non è giusto, per quanto possa essere accogliente per alcuni. A riflettere su un vero cambiamento. Anche se nel frattempo è sgradevole. Anche se ci sono più domande che risposte.” 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO