Rosa come un verme

Probabilmente solo da bambini abbiamo preso in seria considerazione i lombrichi, così comuni in qualsiasi giardino da essere il primo oggetto di studio per qualsiasi aspirante naturalista. Poi crescendo non li abbiamo più considerati, anzi magari li abbiamo guardati anche con un po’ di disgusto. Ma proviamo un attimo a pensare come sono fatti: innanzitutto i lombrichi sono rosa, uno di quei colori che nelle scatole di pennarelli rimangono pressoché inutilizzati (li usiamo giusto per la carnagione!). E invece nel libro Sulla vita sfortunata dei vermi Trattato abbastanza breve di storia naturale (appena uscito per Corraini Edizoni) credo che l’autrice Noemi Vola abbia usato decine di pennarelli rosa, per illustrare oltre 250 pagine di vita e disavventure, esilaranti ma a volte malinconiche, dei vermi di terra. E poi i lombrichi hanno una struttura semplicissima, il che li rende capaci di camuffarsi e trasformarsi in qualsiasi cosa nelle mani di una disegnatrice come Noemi Vola, pur rimanendo sempre vermi: il loro rosa è come il giallo dei Simpson o il blu dei Puffi.

 

 

Un ideale club di estimatori dei lombrichi non sarebbe certo molto numeroso, ma potrebbe contare tra i suoi soci alcuni nomi illustri. Charles Darwin dedicò ai vermi di terra il suo ultimo trattato, L’azione dei vermi nella formazione del terriccio vegetale (1881; ne ha parlato Marco Belpoliti qui): a forza di osservarli nei vasi pieni di terra di cui si era circondato, rimase affascinato dal loro comportamento. E si convinse che tutto il terreno dell’intera Inghilterra doveva essere passato più e più volte attraverso i canali intestinali dei vermi. In tempi più recenti troviamo l’inglese Emma Sherlock, che merita di essere citata non solo per il nome suggestivo ma anche in quanto presidente della Earthworm Society of Britain (possiamo vederla vantare le qualità dei vermi in questo servizio della Bbc).

 

 

Invece l’arte e la letteratura hanno sempre snobbato i vermi, con l’unica importante eccezione della scrittrice finlandese Tove Jansson. Tra le opere della creatrice dei Mumin c’è Il libro dell’estate (Iperborea), un racconto autobiografico che narra le estati passate insieme alla nonna sull’ultima isoletta dell’arcipelago finlandese. Tra le varie attività di nonna e nipote c’è anche la stesura di un Trattato sui vermi che si spezzano in due. A distanza di una trentina d’anni, Noemi Vola è partita da questa idea per realizzare il suo personale studio sui vermi: ed ecco che attraverso lo sguardo di una disegnatrice i lombrichi diventano creature molto interessanti.

 

 

Di per sé i lombrichi non fanno nulla di appassionante. Non sono affascinanti come i leoni e gli altri felini protagonisti dei documentari, né socievoli come le api o le formiche, non sono nemmeno carini come gli elefanti o i cani. Il loro unico interesse sembra quello di scavare gallerie nella terra. In più sono totalmente indifesi, non hanno artigli, veleno, denti, non hanno niente – “nudo come un verme”, si dice appunto –: basta un acquazzone per costringerli a uscire in superficie, dove rischiano di diventare un facile boccone per uccelli, toporagni e altri predatori. Tuttavia sono riusciti a sopravvivere là dove altri animali molto più celebrati come i dinosauri hanno fallito: è possibile, si chiede l’autrice, che sia una svista della selezione naturale?

 

 

L’unica cosa che può rendere interessante la vita di un lombrico è un evento traumatico, e cioè il fatto di essere spezzato in due. Ed è proprio quello che succede in questa vita sfortunata dei vermi. Il lombrico protagonista, abituato a fare tutto insieme alla sua coda, colpito da un fulmine si trova improvvisamente diviso a metà e in piena crisi esistenziale: “Sono uno? Oppure sono metà?”, si chiede, e “potrò mai sostituire la mia coda?”.

 

 

La visione del mondo naturale e animale di Noemi Vola non è rassicurante come magari ci si aspetterebbe da un libro per ragazzi. Del resto anche l’orso protagonista di un suo precedente lavoro (Un orso sullo stomaco, sempre per Corraini) non era uno di quelli teneri e coccolosi, ma piuttosto una presenza pesante e ingombrante. Non è un caso, credo, che sia proprio un fulmine a sconvolgere la vita del lombrico protagonista di questo libro. Qui la saetta non ha un’origine divina, ma è proprio il simbolo di quanto la natura possa essere indifferente e quindi a volte anche molto ingiusta. I vermi, così totalmente indifesi, lo sanno benissimo.

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