Borges e la buona scuola

La scuola si è riavviata e sottotraccia riprende il dibattito, dal momento che si attendono gli effetti strutturali della Buona Scuola, divenuta legge dello Stato a luglio, la 107/2015, oltre i disagi e i problemi che si stanno segnalando per la copertura e l'assegnazione di cattedre in queste settimane.

 

Ora è possibile ragionare sui documenti e sul testo legislativo, benché il processo sia in corso e tutt'altro che chiaro. Infatti, prima di tutto, c'è troppa distanza tra la comunicazione semplificata del progetto di riforma e la complessità tecnica e giuridica del testo a cui hanno lavorato le commissioni, su temi amplissimi. Esiste un abisso tra il pdf dalla grafica caramellata della Buona scuola alla mail di Renzi per gli insegnanti mandata dall'indirizzo matteo@gov.it all'arcinoto video con la lavagna e le enciclopedie sullo sfondo e la realtà complessa di quello che dovrebbe disciplinare e riformare l'istruzione.

 

 

 

 

La 107/2015 è una legge che sorprende anche solo per la sua forma. Segnato dalle circostanze di grave crisi politica e blindato per passare alla camere, il testo è borgesiano: 1 solo articolo con oltre 210 commi, di cui alcuni lapidari e brevissimi, come quello che avvisa che non si terrà conto del parere dell'organo collegiale consultivo nazionale della scuola (il già soppresso Consiglio nazionale della pubblica istruzione); altri come i commi 180 e seguenti, sottoarticolati in decine di punti, in cui nella formula della delega al governo si annuncia di tutto in merito alla «codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione»: riordino sistema complessivo, concorsi nazionali, formazione, classi disciplinari, sostegno, inclusione, disabilità, sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni, effettività del diritto allo studio, promozione e diffusione della cultura umanistica, valorizzazione del patrimonio, cooperazione internazionale, adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, esami di Stato. Se fosse un romanzo saremmo di fronte a un genio ha forzato le regole del genere, invece è la legge guida un settore chiave della vita di qualche milione di persone.

 

Cifre e numeri sono molto tecnici e poco decifrabili, almeno non chiari per chi non abbia in mente il bilancio complessivo dello Stato: mi pare di aver capito, che sì, ritorna il finanziamento, ma in misura insufficiente rispetto a un taglio precedente comunque impressionante e superiore. Anche l'organico dell'autonomia che viene annunciato risulta legato alla figura del preside, sul quale si è detto fin troppo, manager-sceriffo-monarca-imperatore, al punto da saturare il tema e far sembrare quasi ragionevoli forme di decisione che comunque paiono troppe per un uomo solo. Mi sembra il coronamento di una idea di autonomia che rischia di frantumare ulteriormente la realtà scolastica, concentrando troppo potere nelle mani di ciascun dirigente in assenza, e vorrei essere contraddetto, di una vera tradizione di amministrazione che vada in tal senso.

 

Su ambiti territoriali, autocandidatura dei docenti per gli incarichi e la scelta operata dai dirigenti, sulla base delle “coerenti competenze professionali” e non delle abilitazioni è tutto molto vago: l'idea sembra anglosassone e legata al famoso merito ma resta il dubbio che nella nostra società tale sistema possa alimentare il clientelismo o creare una polarizzazione ancora più forte tra scuole d’élite e scuole in zone svantaggiate o disagiate dal punto di vista del territorio. La legge sembra esprimere le difficoltà tecniche in cui si è dibattuta, ma reca l'impronta di un governo che ha del racconto della scuola ha fatto un perno del suo storytelling: un organismo-paese malato, rigido e fisso da bonificare e al tempo stesso ganglio vitale da cui rinascerà l'Italia che crescerà e tornerà grande nel mondo. Ignora in profondità il fatto che la scuola sia un sistema plurale, frutto del lavoro collettivo di molti soggetti (studenti, docenti, famiglie, personale tecnico amministrativo), conservativo per struttura, eroso al suo interno dall'ipoteca del peccato di origine – ipoteche fascistizzanti e la riforma Gentile –, confuso dalle mai compiute molte riforme intermedie, gravato di regole bislacche e stravolto dai cambiamenti sociali che deve fronteggiare, da solo e contro tutti gli altri sistemi culturali. Di più, se la narrazione scolastica nazionale reinterpreta le direttive europee – proprio laddove l'idea di Europa sta saltando ovunque –, manca una chiara visione di cosa sia la scuola della Repubblica (vedi alla voce Riforme istituzionali). Nella legge 107/2015 manca poi una vera riflessione didattica, continuamente rinviata alle deleghe, non nel senso tecnico pedagogico (esiste una vera e propria teologia bizantina in materia, quasi mai applicata in larghi settori della scuola) ma come chiaro disegno che permetta agli insegnanti di avere la consapevolezza di come lavorare in un sistema culturale nel suo insieme. Questo in particolare per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado – la scuola superiore – per le quali, mi sembra, non c'è un livello di elaborazione equivalente a quello delle Indicazioni nazionali per il curricolo dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione (che riguardano la scuola primaria e secondaria di primo grado), per le quali un'idea di scuola, quale che sia il giudizio che ne vuole dare, comunque c'è.

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