Saul Steinberg: sono una mano che disegna

In una lettera del 26 giugno 1963 (edita in Lettere a Aldo Buzzi 1945-1999, Adelphi 2002), Saul Steinberg scrive: «Io ammiro sempre di più le qualità letterarie della gente, cioè la possibilità di raccontare un fatto o fare un’osservazione giusta e vera. La maggior parte della gente trasforma cose successe a loro in cose lette sul giornale. Chi non sa raccontare fa paura.»

È una riflessione interessante: la qualità letteraria è identificata con la capacità di raccontare fatti e fare osservazioni giuste e vere. Una capacità che permette di non farsi parlare dalle parole che si leggono sui giornali, di non trasformare la realtà nella sua proiezione mediatica. La paura di cui si parla, il non saper raccontare, coincide con quella del non saper vedere e interpretare ciò che accade, non riconoscere il giusto e il vero. La capacità di raccontare è conseguenza del saper osservare, cruciale per un disegnatore. Quando Picasso dichiarava di aver impiegato tutta la vita per disimparare quel che sapeva per riuscire a disegnare come fanno i bambini, penso che alludesse prima ancora che a un risultato concreto, operativo, a una possibilità e a una modalità di vedere e di percepire le cose senza ridurle a ciò che di loro si pensa già di sapere: poiché l’esperienza della visione è anteriore, per gli artisti, a quella della creazione e la determina. 

 

 

Insieme all’abilità letteraria, nella lettera a Buzzi, Steinberg definisce in sintesi e con esattezza il modo in cui osserva e disegna e quello che del disegno lo appassiona. In una conversazione con Jean Frémon pubblicata su "Riga" (in occasione dell’attuale mostra in Triennale ripensato con nuovi contributi), dice: «Ogni mattina disegno due o tre ore in un quaderno, ragiono su carta. È un po’ un modo di scrivere». E, in dialogo con Selden Rodman, spiega: «Parlo sei lingue e nessuna correttamente. La linea, diciamo la grafologia, è la mia vera lingua».

Questo utilizzo del disegno come esercizio, pratica di pensiero pari alla scrittura è antico, ne parlano altri formidabili disegnatori, come Dürer o Leonardo, per esempio. 

Italo Calvino nel capitolo Esattezza di Lezioni americane riporta una frase che Leonardo scrisse su uno dei suoi quaderni di anatomia: “O scrittore, con quali lettere scriverai tu con tal perfezione la intera figurazione qual fa qui il disegno?” E il commento di Albrecht Dürer dopo aver visto l’Altare dell’Agnello Mistico di Jan van Eyck, a Gand, si tramanda che fu: «È pittura preziosissima, piena di pensiero».

 

La capacità di racconto inscritta nel disegno, capace di dire, descrivere in modo fulmineo, esatto e oltre le possibilità della parola, è la principale esperienza che il visitatore fa nel corso della mostra Saul Steinberg Milano New York, aperta in Triennale fino al 13 marzo 2021, curata da Italo Lupi e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari, con allestimenti disegnati da Italo Lupi, Ico Migliore, Mara Servetto, visitabile fino al 13 marzo 2022. 

Pochi racconti, che siano visivi o verbali, sono in grado di rivelare cosa si intenda per struttura narrativa quanto i bozzetti preparatori esposti in mostra che Steinberg disegnò per la realizzazione degli sgraffiti del Labirinto per bambini, progettato da studio BBPR per la X Triennale del 1954. Steinberg stesso spiega, con l’abilità letteraria che gli è propria, cosa sia uno sgraffito: “… il più popolare mezzo espressivo. È infatti abitudine comune a tutti il servirsi distrattamente della sua tecnica espressiva nella cabina telefonica o nel wc”. 

 

 

Il più celebre e il primo di questi leporelli si intitola The Line e comincia con un uomo assorto che traccia una linea la quale corre per tutta la lunghezza de foglio e si chiude con la sola mano dell’uomo che ne disegna la fine (gli altri tre leporelli sono dedicati rispettivamente a una sintetica storia dell’architettura, a paesaggi costieri e alle città italiane). In realtà è la linea che disegna se stessa, quello che vediamo. Per l’intera estensione orizzontale del foglio questa, infatti, corre definendo intorno a sé le coordinate spaziali e temporali grazie alle quali la vita sorge, si manifesta e si spegne in continue accensioni e in un ribaltamento incessante di prospettive, soggetti, paesaggi, visioni, punti di vista. Quella che ci si squaderna davanti è praticamente la storia della letteratura (Steinberg era un lettore compulsivo come si evince dalla corrispondenza con Buzzi e frequentava più scrittori che artisti). O, meglio, un incredibile bigino sulla fascinazione che il racconto esercita sull’immaginazione umana. O, meglio ancora, un trattato sull’attitudine della percezione umana a dar forma alle cose in una struttura che le organizzi in racconti ovvero in sequenze di senso in cui ordine e caos giocano a nascondino.

 

Il bozzetto leporello The Line, realizzato per il labirinto, mi hanno fatto venire in mente la fine di Il cavaliere inesistente (Calvino, spirito affine, nel breve saggio La penna in prima persona ha dedicato una bellissima lettura al disegno inesauribile di Steinberg) quando Bradamante rivela la propria identità, fino a quel momento nascosta dietro la voce narratrice di una monaca, pronunciando queste parole: «Libro, ora sei giunto alla fine. Ultimamente mi sono messa a scrivere a rotta di collo. Da una riga all’altra saltavo fra le nazioni e i mari e i continenti. Cos’è questa furia che mi ha preso, quest’impazienza? Si direbbe che sono in attesa di qualcosa. […] Per questo, a un certo punto, la mia penna si è messa a correre. […]  La pagina ha il suo bene solo quando la volti e dietro c’è la vita che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre per le strade.» 

 

 

The Line è un bellissimo poema visivo che Steinberg progettò per i bambini di Milano e che Milano poi, straordinariamente, non preservò. Un poema che serviva a non perdere il filo all’interno di un luogo fatto per confondere, così che fra le sue pareti fosse la lettura delle immagini a condurre fuori dalle secche del gioco dello smarrimento. 

Nell’unico contributo audiovisivo presente in mostra, un’intervista del 1967 condotta da Sergio Zavoli per un programma della Radiotelevisione italiana, Steinberg, passeggiando sul tetto di un edificio newyorkese, descrive i palazzi della città come labirinti verticali dentro i quali migliaia di minotauri guardano la televisione. «I minotauri» spiega, «sono coloro che si sono rassegnati a vivere in una città, una specie di città, perfettamente organizzata come un labirinto; è come se fosse uno schedario: sapendo il numero della strada dove uno abita si può capire subito la sua condizione sociale e cioè quanto guadagna, che specie di moglie ha, eccetera, sì. Quello che li rende mostruosi è il fatto che sono professionisti di questo labirintismo, che non cercano per nulla di salvarsene, ne hanno fatto un mestiere, la professione di vivere lungo la canna degli ascensori, tutta la vita.» Rassegnarsi a vivere nel labirinto, anzi, di più, diventare professionisti di labrintismo è smettere di osservare, perdere la capacità di interpretare la realtà attraverso quel racconto che, nel caso di Steinberg, è una semplice linea. Rinunciare volontariamente a capire, a quell’esercizio che salva che è l’interpretazione («L’arte è una Sfinge: il bello della Sfinge è che devi interpretarla.») 

 

«È stata una grande felicità quando per la prima volta ho capito di capire. Difficile spiegare meglio: capire di aver capito, capire che la cosa è possibile e che anche se oggi è persa, non è mai persa sempre» spiega Steinberg in Riflessi e ombre (con Aldo Buzzi, Adeplhi 2001), nel quarto capitolo dedicato al disegno e alla sua pratica.

Che questo aereo, sublime trattato che è The Line, dedicato alle vette che sanno raggiungere la limpidezza e la giocosità del pensiero umano, sia nato per il progetto di un labirinto dovrebbe far pensare. Una lezione che oggi è importante recuperare e alla quale la mostra invita con gentilezza, accompagnando il visitatore in un percorso di attenta contemplazione, dal quale l’impressione è che sia stata accuratamente estromessa ogni forma di superfluo in omaggio a un disegnatore che con un’affilatissima forma di umiltà si mise al servizio del racconto, ovvero di osservazioni giuste e vere, riducendo ogni commento all’indispensabile, eliminando ogni impedimento al correre della penna, al piacere di farla correre sul bianco del foglio, alla felicità di capire. 

 

 

Saul Steinberg Milano New York è un omaggio molto riuscito di Milano a un disegnatore che amò questa città forse più di qualunque altra, avendola vissuta negli anni difficili del fascismo, delle persecuzioni, dello studio e della giovinezza. 

 

Tutto ciò che il visitatore volesse sapere e conoscere d’altro su Saul Steinberg, oltre ai documenti e alle opere in mostra, è mirabilmente contenuto nelle 584 pagine del monumentale catalogo Steinberg A-Z, sempre a cura di Marco Belpoliti, con il quale si potranno trascorrere diversi mesi di ottime letture in compagnia del garbato fantasma di un uomo che in un’intervista disponibile su Youtube, Saul Steinberg Talks (1967), tessé l’elogio dell’invisibilità come l’unico modo di essere liberi, concetto ribadito anche nell’intervista di Zavoli: «In questo palazzo e in quell’altro di fronte abitano credo dodicimila persone con circa trentaduemila cani che vivono insieme con loro; e ho voluto abitare almeno un po’ in questo posto perché vivendo qui rimango invisibile. […] La condizione migliore per osservare è quella di essere camuffato; è la ragione per cui abito in una casa così, che non ha nessuna storia. Sono una mano che disegna e basta.»

 

Saul Steinberg Milano New York, Triennale di Milano, fino al 13 marzo 2022. In collaborazione con Electa; a cura di Italo Lupi e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari; allestimento disegnato da Italo Lupi, Ico Migliore, Mara Servetto. Catalogo: Steinberg A-Z, a cura di Marco Belpoliti, Electa 2021, pp. 584.

 

 

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