Divismo

Il divismo può essere probabilmente rintracciato in tutte civiltà umane. Nelle società contemporanee però svolge un ruolo particolarmente importante, perché in tali società il modello delle star del mondo dello spettacolo è diventato fondamentale per i comportamenti individuali. Non è un caso d’altronde che il gossip dilaghi sugli schermi televisivi così come sulle prime pagine dei siti Internet. Quel modello prestigioso cioè che l’industria cinematografica hollywoodiana ha formalizzato durante la sua epoca d’oro è oggi uno dei più importanti punti di riferimento sociali.

 

L’avvento della televisione e di un sistema delle comunicazioni sempre più pervasivo ha però progressivamente «mondanizzato» i divi. Questi una volta erano essenze intangibili, soggetti lontani che vivevano in una condizione considerata superiore a quella umana e quasi divina. O meglio, come ha sostenuto negli anni Sessanta Edgar Morin nel libro I divi, erano vissuti come «esseri ibridi», allo stesso tempo umani e divini, reali e immaginari.

 

Esseri comunque distanti, seppure in grado di stimolare speranze di divinizzazione nei comuni mortali. In grado cioè di mostrare che era possibile diventare come loro, perché si trattava pur sempre di esseri umani. Oggi invece i divi sono maggiormente inseriti nello spazio della quotidianità. D’altronde, in passato della loro vita privata si conosceva pochissimo, mentre l’odierna industria del gossip fa sapere tutto.

 

Le star del passato inoltre rimanevano identiche a se stesse passando da un film all’altro. Oggi invece sono costrette soprattutto ad offrire degli elevati livelli di prestazione interpretativa in ruoli spesso molto diversi tra loro. Anzi, la loro bravura aumenta proprio quando dimostrano di saper recitare al meglio in ruoli differenti. Ma, una volta che l’appartenenza al mondo dei divi viene fatta dipendere da un principio di prestazione (la performance attoriale), l’accesso a tale mondo diventa possibile per chiunque sia in grado di fornire una prestazione adeguata. Il che produce un’ulteriore banalizzazione e quotidianizzazione del ruolo del divo.

 

A fianco di questo divo «prestazionale» oggi si apre però uno spazio anche per un nuovo modello di divo, per il quale scompare la necessità di offrire una prestazione. Sempre più frequentemente l’immaginario sociale si popola infatti di personaggi che sono privi di competenze o capacità professionali e sono diventati celebri soltanto grazie alla loro costante presenza mediatica.

 

Nel corso del suo processo di diffusione il modello delle star ha dunque perso parte del suo fascino. Se può essere applicato a tutti, al personaggio del mondo dello spettacolo come all’uomo della strada, allora si banalizza e il divo non è più eterno e irraggiungibile. Ma, proprio per questo, diventa più facile identificarsi in lui e prenderlo a modello di riferimento.

Si spiega così perché nelle società odierne è andata sviluppandosi una specie di “gossipcrazia”.

 

Non è un caso che marche aziendali di tutti i tipi si appoggino in maniera crescente sull’identità di divi di varia natura. Questi vengono infatti utilizzati come testimonial, cioè come protagonisti delle campagne pubblicitarie, oppure mostrati sugli schermi in fotografie e video mentre indossano, ad esempio, borse, scarpe o capi d’abbigliamento di una determinata marca. E i divi stessi si trasformano spesso in marche a loro volta per vendere abiti, profumi, alimenti e molto altro ancora. È dunque tale il peso promozionale e commerciale dei divi che è possibile addirittura sostenere che l’economia delle società avanzate non potrebbe fare a meno del supporto offertole da tali personaggi.

 

Negli anni Sessanta, Francesco Alberoni ha sostenuto che il mondo dei divi è un’«élite senza potere». Voleva esprimere l’idea che i divi dello spettacolo sono differenti dagli appartenenti alle élite tradizionali, i quali sono caratterizzati soprattutto dalla possibilità di gestire il potere politico. Pensava cioè che la società impedisce ai divi di entrare nell’ambito della gestione della politica, così come allo stesso tempo preclude ai politici la via del divismo, perché dalla fusione del mondo del divo con quello del potere tradizionale può nascere un grave pericolo per le società democratiche: il pericolo che il carisma del politico si trasferisca al divo, i cui comportamenti sono spesso discutibili sul piano morale.

 

Il divo infatti può permettersi di essere trasgressivo e di non dover sottostare alle regole della morale corrente proprio in virtù della sua collocazione in una posizione sociale differente rispetto al potere politico tradizionale. Una posizione nella quale il divo può prendere delle decisioni che non danneggiano la collettività e valgono le stesse regole di libertà che sono proprie di quella dimensione creativa che caratterizza il suo ambito di lavoro. Ma, rispetto agli anni Sessanta, la realtà sociale è profondamente cambiata, perché oggi le differenze tra i divi dello spettacolo e i personaggi del potere tradizionale tendono ad annullarsi.

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