Lo spazio europeo come prodotto del diritto

Linee di frattura continentali e transnazionali

La crisi dell'eurozona che si è aperta nel 2008 ha messo in evidenza l'esistenza di linee di frattura politiche e territoriali all'interno dell'Unione europea. Il divario tra il nord e il sud d'Europa, tra le zone centrali e quelle periferiche, si è accentuato a partire dagli anni 2000. L'entrata in vigore della moneta comune avrebbe dovuto creare condizioni di vita e di reddito via via più simili tra, ad esempio, l'Italia e la Germania, o l'Irlanda e l'Olanda, mentre è successo esattamente l'opposto. Fino alla metà degli anni Novanta, infatti, si registrava una convergenza in termini di prodotto interno lordo tra i paesi membri dell'Unione. Da allora però le ineguaglianze hanno ripreso a crescere, raggiungendo i livelli del 1987 nel 2007.

 

Fino all’emergere delle differenze di sviluppo territoriale in Europa durante la crisi economica, il progetto di integrazione europea sembrava invece rivolto a un superamento della dimensione territoriale. Secondo la visione post-kantiana di Jürgen Habermas, l’Europa unita rappresenta il superamento del modello politico stato-nazionale, fondato sull’appartenenza a un popolo e a un territorio geografico. Quest’ultimo si evolve verso un sistema politico post-nazionale in cui l’identificazione con la comunità politica passa attraverso il riconoscimento di un sistema di diritto comune, nel quale riconoscersi come cittadini al di là degli elementi “concreti” della lingua, dello spazio o delle tradizioni.

 

L’Europa, in questo senso, si può leggere come uno degli esempi più avanzati della tendenza globale alla dissociazione del diritto e del territorio. I due termini non coincidono più, come nell’ideale nazionale, ma il diritto diventa sempre più aspaziale e deterritorializzato, creando i presupposti per la realizzazione di una governance giuridica sovranazionale, in linea con il modello di stato universale e omogeno di cui ci parla Alexandre Kojève in uno dei suoi libri forse più sottovalutati ma molto utili per capire la matrice del progetto europeo, ovvero le Linee di una fenomenologia del diritto {Kojeve:1989vm}.

 

Tuttavia, proprio la frammentazione territoriale dell’Eurozona mette in luce un’altra possibile interpretazione: il processo di integrazione europea è invece un processo di ridefinizione dello spazio e del territorio degli stati membri su scala continentale. Il diritto, in particolare quello europeo, non è una forza antitetica alla ridefinizione e alla produzione di uno spazio territoriale su scala continentale, ma ne è uno strumento, forse tra i principali. Il diritto europeo ha un doppio effetto di omogeneizzazione e di differenziazione rispetto ai diritti nazionali. Da una parte, infatti, i principi del diritto comunitario, da quelli di libera circolazione delle persone, di cittadinanza europea, di non-discriminazione e di supremazia del diritto comunitario e delle norme della Corte europea di giustizia rispetto alle normative nazionali, creano uno spazio giuridico che accomuna i cittadini nazionali. Vi sono delle regole comuni che rendono uniformi le tradizioni e gli spazi giuridici e politici nazionali. In questo senso, il “patriottismo costituzionale” di Habermas, ovvero la costruzione di un’identità europea attraverso principi giuridici sovranazionali, avrebbe una legittimazione nello stato effettivo dell’Unione. Tuttavia, se si presta più attenzione a quelle che sono le effettive dinamiche giuridiche dello spazio europeo, il quadro appare diverso. Così come la moneta comune ha dato vita a uno spazio uniforme all’interno del quale sono emerse delle nuove differenziazioni tra le economie degli stati membri, allo stesso modo il diritto europeo ha costruito un’area uniforme all’interno della quale si sono create nuove e ulteriori differenziazioni. Ad esempio, in termini di diritto del lavoro, l’articolazione tra i diritti nazionali e le norme europee che regolano la libera circolazione dei lavoratori e dei servizi e la loro libera competizione ha dato vita alla possibilità di differenziare ulteriormente i diritti e i salari dei lavoratori secondo delle modalità che non erano possibili al solo livello nazionale o inter-nazionale. Il diritto europeo è quindi da leggere come uno strumento di produzione dello spazio territoriale europeo e delle sue linee di fratture e di omogeneità. Durante la gestione politica della crisi greca, dal 2010 fino all’estate del 2015, i Memoranda, ovvero gli accordi siglati tra i governi greci e la Troika, ovvero la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea, hanno incluso norme giuridiche con le quali si impone un cambiamento del diritto nazionale greco del lavoro. Insomma, il diritto è lo strumento attraverso il quale si estende l’autorità politica a livello europeo e si produce una nuova scala giuridica e spaziale.

 

Sarebbe sbagliato tuttavia pensare che il diritto europeo, e la produzione di uno spazio territoriale su scala continentale, siano un fenomeno esclusivamente limitato ai confini europei. Al contrario, lo spazio europeo è al contempo il risultato di dinamiche giuridiche, politiche ed economiche interne ed esterne. Infatti, la riarticolazione di territorio, diritto e potere statuale avviene nella congiunzione della dimensione europea e di quella transnazionale.

 

Il lavoro di un pensatore attuale, ma al tempo stesso a lungo dimenticato, ci può aiutare a tratteggiare l’articolazione della produzione di uno spazio europeo al contempo differenziato ed uniforme e della produzione di uno spazio transnazionale altrettanto frammentato attraverso la tecnologia giuridica. Si tratta dell’opera di Nicos Poulantzas, teorico giuridico e politico allievo di Louis Althusser, morto suicida a Parigi nel 1979 ad appena 43 anni, e figura politica di primo piano della sinistra marxista greca. Le tesi di Poulantzas sono oggi di attualità perché costituiscono una delle basi delle posizioni sull’Europa di Syriza, il partito che ha gestito la difficilissima crisi tra la Grecia e l’Unione europea nell’agosto del 2015.

 

Per Poulantzas, ogni epoca storica si distingue a seconda dell'egemonia della borghesia o delle classi subalterne, o a partire da un compromesso instabile tra le due. Secondo il filosofo greco, a partire dal dopoguerra s’innesca un processo di transnazionalizzazione della classe dominante, che non è la stessa cosa di una classe dominante globale: non siamo di fronte all'emergere di un’élite globale completamente distaccata rispetto alle dinamiche locali; assistiamo invece alla trasformazione dei rapporti tra ciò che è interno e ciò che è esterno a uno stato nazionale. Nel caso europeo, le trasformazioni nei rapporti tra territori all’interno dello spazio continentale rispecchiano e sono effetto di modificazioni nei rapporti tra le classi dominanti all’interno e all’esterno dell’Europa stessa. Il diritto e il territorio, con il loro reciproco co-costituirsi, sono strumenti a disposizione delle classi dominanti transnazionali e al contempo strutture di rapporti di forza che intervengono negli equilibri tra classi.

 

Poulantzas si rende conto già negli anni Settanta che sta nascendo una nuova borghesia, diversa da quella nazionale. Infatti, la “borghesia interna” non ha, a differenza di quella nazionale, un'autonomia ideologica o politica in ragione della sua interdipendenza con le forze capitaliste internazionali. Al contempo però questa borghesia interna non è completamente sottomessa alle forze esterne, come nel caso di quella che, nei termini marxisti classici, veniva definita “borghesia comprador”, ovvero una classe senza autonomia materiale e soggiogata agli interessi del capitale esterno. La borghesia interna è il motore della transnazionalizzazione dei blocchi di potere e al contempo gioca una partita nazionale, entrando quindi in competizione con settori diversi della borghesia sia della propria nazione che delle altre. Attraverso questa lente, è possibile leggere i rapporti tra la borghesia dei singoli paesi dell'eurozona e gli organismi di governo transnazionali.

 

Lo sviluppo di questa classe borghese coincide con l'internazionalizzazione del lavoro, dei processi di produzione e del capitale. Il diritto transnazionale, nelle forme delle clausole di diritto del lavoro o di gestione delle controversie legali con gli arbitrati internazionali incluse all’interno degli accordi che l’Unione europea stipula con gli altri blocchi continentali, dall’Africa all’America del Nord, è uno dei fattori chiave nell’articolazione dello spazio statuale su scala europea e transnazionale.

 

Se Poulantzas ci aiuta a leggere il rapporto tra diritto e territorio nell’Europa di oggi su scala transnazionale e a partire da linee di frattura tra classi e blocchi di potere, contro le letture ireniche tipiche dell’ottimismo liberale che ha fatto seguito al crollo del Muro di Berlino, non bisogna tuttavia cadere nell’errore opposto. Il diritto non è il mero strumento al servizio di classi di potere europee e transnazionali, ma possiede una sua autonomia nel creare effetti sui rapporti di potere e sulla configurazione territoriale e spaziale dell’autorità statuale. Le norme giuridiche creano un tessuto di tecnologie legali che limita l’autonomia degli attori europei, nazionali e transnazionali. Inoltre, questo stesso tessuto giuridico crea le basi per effettuare delle contro-mosse. Una delle caratteristiche della costruzione contemporanea di blocchi di potere transnazionali è infatti la loro costante instabilità: se le classi subalterne riescono a mettere in discussione un punto della rete di governo transnazionale, il terreno di lotta si sposta presso un altro organismo di regolazione. Per esempio, se la liberalizzazione dei mercati attraverso le politiche del WTO non è più efficace, ecco allora nascere accordi di liberalizzazione bilaterali, come ad esempio il Trattato transatlantico sul commercio (TTIP).

 

Pensare il diritto come strumento di produzione e di ridefinizione del territorio, inteso come giurisdizione ma anche come territorio delle relazioni sociali e politiche e come substrato del potere statuale su scala transnazionale, ci permette da un lato di ancorare il diritto alle forme concrete in cui si traduce il suo potere politico. D’altro canto, però, riflettere sulle forme di ristrutturazione dello spazio e del territorio europei e transnazionali a partire dalle tecnologie giuridiche che lo costruiscono ci aiuta a comprendere la natura dinamica e relazionale del territorio europeo e transnazionale stesso.

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