Alfabeto Pasolini

Suicidio

A volte non basta. Il tanto vale vivere con il quale Dorothy Parker termina l’elenco sarcastico dei modi di morire non riesce a trasmettere la motivazione di un giorno ancora. Quando scrivere la parola fine è una scelta, arriva come un compimento che si cova da soli e si tace in compagnia, tra decisioni aprioristiche ed esitazioni umanistiche. Quando riesce difficilmente è un colpo di testa. Tecnicamente programmabile, non elimina l’inquietudine di un gesto che rimane misterioso per chi resta.

 

I fiori si mettono a posto prima o dopo, i piatti si lavano prima o dopo, la lavatrice si fa andare prima o dopo, la testa nel forno si mette prima o dopo. Non è pensabile che da madri lo si possa fare, che l’attrazione di thanatos possa risultare una forza più potente dell’eros di vita. Fai bei sogni svela il segreto, racconta qualcosa che raccontare non può – chi si confessa in prima persona comunica l’angoscia del come e del perché, ma trasmette una sensazione fredda quando l’atto si avvicina. Il libro best-seller passa di mano in mano, nomina l’indicibile che nel 2012, anno di annunciate catastrofi e di crisi epocale, si eleva a cronaca.

 

“È noto che le crisi economiche hanno un’influenza aggravante sulla tendenza suicida” scrive nel 1897 Emile Durkheim in Il suicidio. Studio di sociologia. La sua distinzione tra suicidio egoistico per un eccesso di individualizzazione, altruistico per eccesso di dipendenza, anomico in tempi di recessione economica come di impetuoso sviluppo quando il disordine e l’allentarsi del legame sociale producono vacillamenti di esistenze e coscienze, fornisce una mappa che ancor oggi può aiutare il senso.  

 

Se la scelta di morire rimane individuale e solitaria, il tasso di suicidi segue le evoluzioni del collettivo: in Europa si è spostato da ovest a est, dove sono collassati i sistemi sono smottati gli individui – gli adolescenti russi detengono il record. In Corea del Sud era tra i più bassi del mondo, ora è uno dei più alti. Seguito dal Giappone e dalla Cina, che capovolge la struttura statistica: unico paese al mondo dove la scelta di morire è soprattutto (58%) femminile.

 

Chi ha conosciuto la guerra si trova da sempre tra i soggetti a rischio. Ma tra i soldati americani in Afghanistan dall’inizio dell’anno la media è un suicidio al giorno. In maggioranza non hanno ancora combattuto. Sono atti di prevenzione in un tempo sospeso tra il probabile orrore futuro e il vuoto del ritorno a casa – perché l’ingaggio è lavoro.

 

Il medico che assiste i malati terminali sogna di andare in Svizzera dove il suicidio è assistito, chi non possiede ricordi d’infanzia si ricorda però un giorno alle materne quando una donna è caduta dal palazzo di fronte, un uomo ha perso l’amica testimone della sua esistenza per un atto eroico, di libertà potente.

 

Il suicida, scrive James Hillman, elimina il corpo ma non libera l’anima.

 

  Una volta compreso che il coinvolgimento è una condizione fondamentale per l’anima, saremmo ineludibilmente connessi per definizione, per definizione impegnati a intrecciare i fili del nostro destino con l’anima degli altri. Gli altri sono implicati nella mia morte come io lo sono nella loro. Il suicidio diventa una vicenda comunitaria”.  

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