Alfabeto Pasolini

Fate la storia senza di me

Sono anni, poco oltre la metà dei Sessanta, in cui non si va tanto per il sottile. Anni sbrigativi e impietosi. Per difendersi dal dinamismo dei tempi, le “istituzioni” tendono a trincerarsi in se stesse. Il linguaggio con cui si esprimono, plumbeo e perentorio, appare oramai esaurito. Quasi irreale.

“Pericoloso per sé e per gli altri” è l’etichetta appiccicata addosso ad Alberto Bonvicini. E ne orienteranno la vita.

Albertino è un bimbo di nove anni, ospite di un orfanatrofio, che, nell’ottobre del 1967, per gioco o per errore, inghiotte una biglia di vetro. Con questa biglia comincia il suo personale viaggio nelle “istituzioni totali”, a partire dal manicomio di Collegno, dove viene rinchiuso per 40 giorni insieme agli adulti. Cosa avrà visto Albertino in quei 40 giorni? Cosa avrà sentito? E cosa gli resterà addosso?

Il “viaggio” non finisce a Collegno. Sarà lungo e tortuoso. Si snoderà per carceri e ospedali, conoscerà speranze e fallimenti. E desiderio di vita. Sempre.

 

Dopo Collegno, “Villa Azzurra”, la struttura diretta dallo psichiatra torinese Giorgio Coda, soprannominato l’“elettricista” in virtù della sua spiccata predilezione per l’uso dell’elettrochoc, trattamento ritenuto necessario per correggere la vasta gamma dei comportamenti considerati devianti: dall’alcolismo alla masturbazione, o anche soltanto una particolare vivacità. Finalità terapeutiche, dichiara Coda, che non ammette discussione. A scopo intimidatorio o punitivo, replicano i diretti interessati, che, per la prima volta, prendendo coraggio nel corso di un processo clamoroso, potranno parlare, e soprattutto saranno creduti. È il 1968, i tempi vanno cambiando, le “istituzioni” sono alle strette. È alle strette una intera società, il suo modo d’essere e di sentire. 

 

Anche Albertino potrà raccontare delle sue sedute elettriche, e delle giornate legato al letto o a un termosifone acceso. Potrà raccontare dell’inebetimento, della frustrazione, della rabbia accumulata. E della solitudine, una lama di ghiaccio nel cuore. Con questi sentimenti apprende il tempo, e prova a vivere, costantemente in fuga (“la fuga è un elemento ricorrente nella vita di Albertino”), lacerato dagli estremi che lo abitano. È tenero e duro, sincero e bugiardo, racconta Luca Rastello, nel film di Mirko Capozzoli (Fate la storia senza di me), straordinario documento che ricostruisce la breve, bruciante vita di Alberto Bonvicini, il suo “viaggio”. Sapeva attrarre l’attenzione degli altri, dice Rosalba Bosco, compagna nella sua avventura politica. Faceva comunità. Era capace di condividere idee e sentimenti. Era allegro, espansivo, poi si appartava per stendere qualche nota del suo diario, ricorda un compagno di cella. Un rifugio, una roccaforte il suo diario. Finalmente padrone delle sue parole e del suo pensiero, rimuginava il mondo e quanto gli accadeva.

 

 

Cercava di orientarsi nel caos che produceva attorno a sé, e nei sussulti del tempo. Si guardava vivere, si giudicava. Lentamente elaborava consapevolezza.

Nel diario mi ha colpito un passaggio: Albertino racconta di un viaggio in macchina attraverso Torino con la scorta delle guardie carcerarie per raggiungere il tribunale dove è stato convocato. Si vergogna, teme lo sguardo degli altri (ha le manette ai polsi), al tempo stesso gode di quella poca libertà, la beve, avverte come straordinari i più ordinari movimenti della città, l’addensarsi del traffico, il suo rumore, le luci, i colori. “Il più bel viaggio in macchina che abbia mai fatto”, scrive.

 

Arriva, per Albertino, un momento di quiete, ma solo provvisoria. I coniugi Berlanda, Franco e Bianca, tutti e due ex- partigiani, intellettuali impegnati, lo prendono in affidamento. Nel dicembre del 1971, a 13 anni, Albertino si trasferisce nella loro “bella casa ai piedi della collina torinese”. Ma l’affetto e la protezione dei Berlanda non basteranno a placare l’irrequietezza e lo sradicamento del ragazzo. Troppo è accaduto dopo quella biglia, porta d’accesso a un mondo che dietro la facciata istituzionale celava violenza e sopraffazione. Per anni, Albertino non conoscerà altro, per anni resterà appeso al termosifone acceso di “Villa Azzurra”, e agli imperativi elettrici del prof. Coda. Continua a cercare una strada, sbanda ripetutamente, muovendosi, come può, fra le convulsioni dell’epoca e le proprie. 

 

Il colore azzurro non ha per lui un respiro celestiale, non è la cornice cromatica dell’infinito. Al contrario: c’è qualcosa di abissale in quel colore. C’è la risonanza di un destino: dopo “Villa Azzurra”, “L’angelo azzurro”, un bar sotto i portici di Torino ritenuto un ritrovo di fascisti (la sede del Movimento Sociale non è lontana). Nel dicembre del 1977, un piccolo gruppo si stacca dalla manifestazione che attraversa il centro della città per gettare delle bottiglie incendiarie all’interno dell’“Angelo Azzurro”, che prende immediatamente fuoco. Al suo interno, lo studente Roberto Crescenzio crede di poter trovare riparo nel bagno sfuggendo all’inesorabile avanzare delle fiamme. Sarà la sua tomba. Roberto morirà due giorni dopo per le ustioni riportate su tutto il corpo. La città di Torino ne sarà sconvolta. 

 

Nel maggio del 1981, Albertino Bonvicini viene arrestato; nel gennaio del 1983, sarà condannato, sulla base di alcune discutibili dichiarazioni di pentiti, per aver fatto parte del gruppo che ha dato fuoco all’ “Angelo Azzurro”. Si dichiarerà sempre innocente. Ma è ancora carcere. 

Nel 1978, Albertino si era drasticamente allontanato dall’attivismo politico distaccandosi dal gruppo di cui aveva fatto parte, il “Barabba”, con una sorta di manifesto in cui spicca questa frase: “Da questo momento fate la storia senza di me”. Questo, ovviamente, non gli risparmierà il carcere, e neppure la tossicodipendenza, eredità del carcere. Tossicodipendenza e una nuova malattia, che ancora non si sa bene come affrontare, l’Aids, di cui Alberto Bonvicini morirà nel 1991, a 33 anni. 

Gli ultimi anni li passa a Roma, lavora al quotidiano “Reporter” diretto da Enrico Deaglio, e in tv con Giuliano Ferrara. Non gli mancano affetti e amicizie e i Berlanda, la famiglia affidataria, continua a seguirlo con apprensione. A Enrico Deaglio, che lo incontra in ospedale, dice di avere paura. È l’ultima paura del suo “viaggio”.

 

Fonti:

Alberto Bonvicini, Fate la storia senza di me, add editore, Torino 2011.

Mirko Capozzoli, Fate la storia senza di me, film-documentario, Foulab e add editore. 

 

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