Speciale: Immediati dintorni

Scrittori, filosofi, giornalisti, disegnatori e poeti raccontano il territorio che collega la Lombardia al Ticino.

Variazioni di viaggio da Ghiffa a Lugano

Il tema è lo stesso di un mio precedente intervento: come spostarsi, usando il più possibile i mezzi pubblici, da una piccola frazione di Ghiffa, detta Cargiago, posta sui dolci pendii delle colline della sponda piemontese del lago Maggiore e nella quale risiedo quando mi trovo in Italia, alla volta di Lugano, distante, in linea d'aria, circa trenta (30) chilometri, sede della Facoltà dell'Università della Svizzera italiana nella quale insegno. Prendiamo il traghetto per attraversare il lago, scegliendo dunque di seguire la sponda piemontese del Verbano, questa volta col treno Tilo, Ticino-Lombardia, preso alla stazione delle ferrovie dello stato italiane di Laveno, raggiunta, dicevo, con la motonave. Ma prima di salire sul treno occorre procurarsi il biglietto, o titolo di viaggio, e questa sì che è un'impresa. La biglietteria della sgarrupata stazione di Laveno – centro un tempo famoso per le sue officine di ceramiche e per un manicomio, entrambi da tempo chiusi – non esiste più; e nemmeno esiste più l'edicola che insieme ai giornali ti vendeva il biglietto. Te lo darà il controllore, per prezzo modicissimo, scarabocchiando a mano un foglietto giallo col quale potrai...

Qui, lì, là

Gocciolano come grani di pioggia fitta i nomi e le parole che da una parte all’altra del confine italo-svizzero scandagliano la terra, e scendono per gorghi tra un alto e un basso orografico che le muta; o, sospese nell’etere celeste, si irradiano per l’aria oltrepassando le frontiere, rubate un po’ qui un po’ là alla potenza delle radiazioni radiofoniche – l’RSI della Svizzera italiana –, sfuggite al ristretto suolo delle trasmissioni elvetiche che raggiungono l’alta Milano nel DAB già circolante, ma ai più ancora sconosciuto. È uno scendere di nomi verso valle – il nome di un cantone, Ticino, trascinato a sud nel letto di un fiume – è il mostrarsi bizzarro di una lingua che nella frontiera cambia forma secondo la mutevole realtà che ha luogo sul confine: la continuità docile del paesaggio che gradatamente trapassa in monti, di pendio in pendio, d’albero in albero; e il cambio di culture che si dissomigliano per divaricazioni, inversioni, aggiustamenti, interferenze. Di qui legge e di lì storpiatura: un maschile che diventa femminile, il suono di una...

Ancora da Ghiffa a Lugano passando questa volta per Brissago

Mi trovo a Brissago, sulla sponda svizzera del Lago Maggiore, la west coast del Verbano. Seduta su una panca vista lago, ho di fronte a me, sull'altra sponda, un massiccio di colline verdi poco edificate (per il momento), separate da un tratto di acque lacustri. Sotto di me, direttamente sulla riva, un brutto edificio, il solito parallelepipedo di cemento, non del suo usuale color grigetto bensì dipinto, questa volta, di rosa, forse per farlo apparire meno deprimente. Sono lì che attendo la corriera che mi porterà a Locarno, dopo essere scesa dalla corriera che da Intra mi ha trasportata fin qui per una modica cifra. Anche il servizio era stato comunque modico: poche corse giornaliere, un mezzo vecchio, rumoroso e mal ammortizzato che ti spara nella schiena tutte le buche della strada. Il paesaggio però merita il viaggio scalcagnato. La strada si snoda parallela alla linea della costa, attraversa paesi, costeggia da una parte spiagge e calette, dall'altra la scarpata della strada sommersa dal verde. Non dovendo guidare e trovandomi in posizione elevata, scorgo molti più particolari e me li godo. Dalla parte del lago si aprono soprattutto...

Malpensa. Gli occhi del mostro

Esistono luoghi che sono punti di partenza e di arrivo insieme, luoghi fatti di strade che non hanno nome, luoghi in cui incontri persone che non sai da dove vengono né dove vanno. Luoghi che nascono solo per consentire a qualcuno di andare da qualche parte, luoghi che non accolgono, accompagnano solo, come qualcuno che ti viene incontro e non ti dice il suo nome, ma ti prende per mano e ti porta dove chiedi. Luoghi che non vogliono essere interpretati, conosciuti, studiati, luoghi che vogliono solo aiutarti a trovare la strada, come un estraneo che ascolta pa­zientemente la tua storia ma non ti racconta la sua.   Ce ne sono tanti di questi luoghi-non-luoghi, ma ce n’è uno in particolare che ha sempre esercitato su di me un fascino misterioso: l’aeroporto. Per chi vive nell’eterna incertezza se partire o restare, se incamminarsi su una via secondaria o seguire la strada maestra, l’aeroporto rimane uno dei più grandi “mostri” da cui guardarsi, da osservare con estrema attenzione e da affrontare solo quando il coraggio pesa un po’ più della paura. Per chi è lacerato tra il desiderio di certezze e...

Locarno. V.B. telefono casa

Sono nato e cresciuto a Locarno, ma dalla fine del liceo ci torno solo di tanto in tanto; da sei anni, poi, vivo a Londra. Locarno entra spesso nelle mie poe­sie, ma per quanto precisi e reali possano essere i ri­ferimenti, hanno valenza di tono o di tonalità. Qual­cosa di calmo e cristallino, disarmato, illeso. Senza rientrare nella sfera della nostalgia, ha a che fare con le origini, con il tempo passato, a cui non si può tor­nare ma che continua a abitare il presente, con un luogo in cui si ritorna nel tempo. In due parole, un luogo dell’anima.   Trovarmi a scrivere di Locarno in termini de­scrittivi fa uno strano effetto. Forse perché per la pri­ma volta in un testo devo scindere il luogo dall’ani­ma. E allora inizio a scrivere del luogo senz’anima che è Locarno.   C’è chi dice che il nome venga dal celtico, «Loc ar on», luogo sul lago – e il nome del lago, a sua volta, rimanda alla parola: Verbano. Quindi partiamo da lì. Facendo i preparativi, ho ritrovato gli appunti per una poesia e, giusto per smentire quanto ho appe­na scritto, inizio cos...

Da Ghiffa a Lugano

Se vi dovesse capitare, come capita a me, di vivere in due paesi (europei, Germania e Italia) e di insegnare in un terzo paese (quasi europeo, Svizzera), conoscereste anche voi gioie e dolori del pendolarismo interculturale. Condividereste inoltre con me la problematica dello spostamento tra i luoghi, la cui agevolezza è inversamente proporzionale alla distanza. La cosa bizzarra è infatti che l'arrivare dalla casa tedesca a Göttingen all'università della Svizzera italiana (denominazione ufficiale), benché il percorso su rotaia sia di circa 800 chilometri, è una faccenda sì lunga, ma anche semplice e lineare: due treni, cambio a Basilea, 8-9 ore di viaggio lisce filate: giornali, tablet, smartphone, libri da leggere, tesi da correggere, qualcosa da sgranocchiare, ed è subito Lugano. Niente aerei perché Göttingen non ha aeroporto e Lugano ne ha uno piccolo piccolo per voli quasi esclusivamente interni, e il viaggio sarebbe ben più costoso, faticoso e aleatorio.   Le cose non così semplici quando mi tocca spostarmi dalla casa italiana, in una frazione di Ghiffa, posta sui dolci pendii delle...

Lugano. Verso ovest

Per alcuni anni della mia vita, mentre ero un giovane apprendista regista radiofonico, ho frequentato il Ti­cino e in particolare Lugano. Lavoravo come assistente regista di Sergio Fer­rentino alla produzione di alcuni suoi radiodrammi, tra i quali, in particolare, uno sui novecento giorni dell’assedio di Leningrado, messo poi in scena come si faceva alla radio una volta, con gli attori in diretta e il pubblico in sala, dall’auditorium della Radio sviz­zera italiana, il 29 novembre 2006. Ma questa è un’al­tra storia.   ph. Giovanna Silva   A Lugano ho passato molti mesi quell’anno, il 2006, a lavorare con i tecnici, a fare le prove con gli attori, a registrare suoni di guerra sulle colline insie­me all’esercito svizzero. In primavera albergavo in un piccolo hotel a conduzione familiare, pieno di italiani immigrati dal Meridione. In autunno, nei giorni pri­ma della diretta, ci trasferimmo tutti di fronte al lago, in un hotel che portava il nome del famoso educatore, filosofo e riformatore svizzero Johann Heinrich Pe­stalozzi.   ph. Giovanna Silva   All’interno dell’albergo c...

Il Sacro Monte di Varese

Era una bella giornata d’aprile. Partimmo da Monza la mattina molto presto, diretti al Sacro Monte di Varese: uno sparuto gruppo di insegnanti alla testa di un manipolo di studenti, le terze dell’Istituto Statale d’Arte sperimentale. Anno 1985. Insegnare ci piaceva. Eravamo giovani e pieni di entusiasmo. Abbiamo sempre amato il corpo a corpo con la conoscenza, sorretto dalla volontà di trasmetterla. Ne facevamo tante di gite a quel tempo. Le chiamavamo escursioni didattiche perché si trattava di vere e proprie ricognizioni interdisciplinari sul campo di quanto affrontato in classe. E così il pullman che ci portava alla meta si trasformava in aula viaggiante, come ci aveva insegnato Silvestrini, il nostro nume tutelare, il leader morale e culturale, l’anima della nostra scuola.   C’erano: Marco, che insegnava Storia del Pensiero Scientifico; Letizia, Architettura; Liliana, Matematica e Fisica; Paolo, Geometria Descrittiva e Proiettiva e io, Storia dell’Arte. Ciascuno di noi aveva contribuito con le proprie competenze, come sempre facevamo, al buon esito di quel progetto di studio. Agli allievi quel giorno spettava il...

Milano (Stazione Centrale)

Agli inizi degli anni cinquanta, all’ultimo piano di un grande palazzo, proprio davanti alla Stazione Centrale di Zurigo, c’era il prestigioso Studio di gra­fica e fotografia Heineger & Müller-Brockmann. Quel luogo era spesso frequentato dal geniale grafi­co Max Huber (1919-1992) che, dal 1940, si era stabi­lito a Milano, dove collaborava con lo Studio Bog­geri (fondato nel 1933: una sorta di Bauhaus italiano), studiando contemporaneamente all’Accademia di Brera, in contatto con Bruno Munari e Albe Steiner. Dopo aver curato la grafica dell’Einaudi e di Borsa­lino, nel 1950 Huber aveva iniziato a lavorare con la Rinascente, per il suo avveniristico Ufficio sviluppo. Dopo aver progettato il loro bel logo si occupò della pubblicità e dell’allestimento delle vetrine. Fu lui a convincere il ventiseienne fotografo polacco-svizze­ro Serge Libiszewski, che lavorava da tre anni nello studio di Zurigo, a trasferirsi a Milano, città allora apertissima a tutte le novità: «Che fai qui a Zurigo? A Milano c’è bisogno di bravi fotografi, in Rinascen­te trovi le porte aperte!...

Busto Arsizio

Alla città di Busto Arsizio mi lega il ricordo del liceo, che ho frequentato agli inizi degli anni settanta, e di un monumento chiamato “Tre culi” a causa di tre figure nude sospese a mezz’aria con le terga rivolte ai passanti su un lato della piazza. L’iscrizione alla base spiega che il monumento è dedicato alla memoria dei caduti, ma il deplorevole titolo assegnato dai Bustocchi ha la meglio sull’iscrizione: le tre figure in bronzo, ahimè, non richiamano alla mente il sacrificio per la patria dei nostri caduti.   In strada   Spesso ignoriamo quale sia il potere delle parole sulle immagini, cosa che i cardinali del seicento invece non ignoravano affatto. Altre figure nude, o quasi. La nudità non è quella imbarazzante dei “Tre culi” ma quella raffinata della coppia Apollo e Daphne scolpita da Gian Lorenzo Bernini per il cardinale Scipione Borghese. In seguito a una critica sulla sconveniente presenza di quest’opera sensuale e pagana in casa di un cardinale, Maffeo Barberini compone un distico da incidere sulla base del gruppo marmoreo: “Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia...

Viaggio fuori dallo spazio-tempo

Vorrei stare da solo, a Bellinzona. E come si fa? A Bellinzona sono nato, a Bellinzona vivo, e non ho più nella memoria le prime passeggiate, le sconfitte e le scoperte, le fughe, il rischio del ritorno. Tutto è na­scosto sotto una piacevole coperta di abitudini. Ma per parlare di una città, dicono le guide più avvedute, devi starci da solo per un po’. Non basta esserci cre­sciuto, devi essere in grado di tornarci come nuovo. Potrei camminare con gli occhi bendati. Potrei farlo dopo un’immensa nevicata, di quelle che ridise­gnano le città, oppure potrei scegliere una via dove non sono mai passato. Perché a pensarci bene qua e là ci sono cortili o stradine che non ho mai voluto percorrere, e che potrebbero nascondere qualunque cosa. Sotto la coperta di abitudini, forse barando un poco, mi sono conservato qualche pezzo di mistero.   Non basta. Ciò che voglio offrire ai lettori di questa guida è l’ignoto, sì, ma non come evento ca­suale. L’ignoto che mi interessa è quello che sta lì ad aspettarti come un cane sdraiato sullo zerbino. Vo­glio crearmi,...

Minusio (Bellinzona, Lugano). Frammenti d’arcadia

La teleferica nella vetrina di Franz Carl Weber e «L’Innovazione», Scacciapensieri e le patatine Zweifel paprika: il Canton Ticino, per noi che abitiamo negli immediati dintorni, è sempre stato un’arcadia. Eppure non è, come forse vorremmo, un luogo fuori dalla storia. Anzi, le cronache degli ultimi tempi sollevano preoccupazione e un po’ di stupore. Area povera, di civiltà contadina fino a una generazione fa, è diventata in cinquant’anni una delle zone più ricche del mondo occidentale. Forse la “mutazione antropologica” è avvenuta in maniera dolce, ma l’innocenza, semmai sia esistita, si è persa per strada. Per capire come è successo mi sono rivolto a tre personalità del Cantone che hanno vissuto la trasformazione da punti di vista differenti. Comincio la mia ricognizione con un linguista. Lo spunto me lo offre, alla dogana di Ponte Chiasso, la parola “vignetta” che in Italia ha un significato diverso.     Minusio-Locarno   L’amico ritrovato Bruno Segre mi mette sulle tracce di Sandro Bianconi, raccontandomi degli anni della...

E quindi entrammo a riveder le stelle

Nelle rare domeniche in cui mia madre riusciva a portarmi ai Giardini pubblici, andavamo al Museo di storia naturale che dà su corso Venezia oppure allo zoo che si trovava dalla parte opposta del parco, accanto alla grande fontana davanti a Palazzo Dugnani, ma, non saprei dire perché, al Planetario mai. Erano gli “anni di piombo” e, smog a parte, l’atmosfera a Milano era pesante. A ripensarli adesso sembrano uno di quei diorami che si possono ancora vedere nelle sale del museo: l’Homo sapiens sapiens con le basette alla mascella, i pantaloni a zampa e il borsello in spalla; sullo sfondo, corso Vittorio Emanuele con il Duomo insudiciato e le auto che intasano la piazza. Da allora l’atmosfera cittadina si è decisamente alleggerita ma questo non ha inciso sulla visibilità: oggi come ieri, alzando gli occhi al cielo, da Milano le stelle si vedono ben poco. Non c’è di che stupirsene. Sorprende però scoprire come se ne lamentasse già ai primi dell’Ottocento Stefano Carlini, direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera: Tròpa lüs. Inquinamento luminoso. E troppi fumi....

Cantù. Il complesso di Galliano

Le immediate adiacenze delle stazioni ferroviarie, non solo i binari morti, ma il prolungamento nel territorio circostante, specie nelle piccole città e nei paesini; i margini dove la vegetazione cresce rigogliosa, tropicale, fino a ricoprire tutto: palizzate, recinzioni, terrapieni e ogni fazzoletto di terreno vago; i vagoni e le motrici parcheggiati su qualche binario e lasciati lì a disfarsi lentamente, sbriciolati dal tempo e dalla ruggine; le casematte sfondate, senza porte né finestre e solo residui di tetto, pannelli di eternit, tegole a chiazze che ancora resistono sulle travi spezzate delle capriate; i magazzini e i depositi vuoti, abbandonati da decenni, dai serramenti gonfi di umidità, deformati e semidivelti, con quasi tutti i vetri rotti, anche quelli più alti, irraggiungibili, non si sa perché né da chi (o basta il tempo, e così poco, a distruggere anche i vetri?); e poi le pareti di verde, quasi gallerie senza volte, che accompagnano l'uscita dalle stazioni, finché la città e la campagna si aprono, e, con essi, il cielo.     E poi, più avanti, altri casermoni, magazzini,...

Ponte Chiasso

Quel confine che separa Chiasso da Ponte Chiasso, ovvero dall’estremo dei quartieri comaschi, pur nella sua natura di linea di poche centinaia di metri – uno starsi vicino nello sfioramento appena accennato – è sempre più l’equivalente di un fossato, che sembra progettato da uno staff di etnologi. Sì perché, anche se la popolazione di Chiasso è in gran parte italiana di nascita o di origine, da qualche anno lì, nell’aria, si respira un clima, per così dire, più europeo, accompagnato a un senso di geometrico ordine, a un gusto per uno stile di vita più regolare ma non uggioso.   Dogana, ph. Giovanna Silva   La Chiasso della metafora di Arbasino – quella del confine dietro l’angolo, dell’estero sotto casa, a portata di tutti – probabilmente non esiste più. La cittadina si è sganciata da quell’immagine di “Italia-non Italia” che aveva conservato almeno fino a vent’anni fa, come dimostra la via principale, corso San Gottardo, risistemata e chiusa al traffico. I negozi da dogana, quelli della cioccolata, degli orologi e...

Alta Leventina. La roccia e il ferro

Venticinque, forse trent’anni più tardi: un collega, insegnante di disegno, riordina un’antica aula, svuota qualche armadio, getta cartacce. E trova un mio modestissimo disegno a carboncino, fatto proprio lì, tanti anni prima, quando ero un ragazzo, durante lunghe ore di scuola. Un ragazzo: a cui avevano spiegato con grande chiarezza che il disegno non faceva per lui, bisogna anche dire; un ragazzo – e, prima, un bambino – assolutamente negato in disegno.   E allora, da dove saltava fuori, quel foglio A4 granulato con le sue immagini? Da una parte, in basso a sinistra, la facciata di una basilica, tronfia, imponente e geometrica, poggiata sul suolo sabbioso. A destra, sopra un alto promontorio roccioso, una croce, alta nel cielo del foglio. Basilica e croce dovevano essere reminiscenze di qualche pagina del Vangelo, confuse metafore. Ma le rocce, quel groviglio di rocce: da dove venivano? Quale paesaggio le aveva ispirate?   Le rocce, in quegli anni, cominciavano ad apparire un po’ prima di Biasca, sul versante destro della Riviera, per chi stava salendo in treno verso nord. Io lo facevo ogni estate, quel viaggio: da...

Como. Looking for Giuseppe Terragni

Le città non sono musei, c’è poco da fare. E meno male, viene da aggiungere. Sono organismi complessi, mutevoli, palinsesti su cui gli abitanti scrivono e cancellano segni di continuo. Anche per questo l’architettura è un’arte ibrida, sporcata con la vita quotidiana. È vero, molti architetti hanno segnato il volto di una città, e una persona, per fare un esempio, se volesse conoscere Palladio dovrebbe, soprattutto, girare per Vicenza. Ma le sue opere non sono di certo disposte una dietro l’altra, seguendo un ordine cronologico, così come appunto in un museo. Penso a tutto questo mentre faccio la mia ennesima capatina a Como. Da Milano è poca roba col treno. In fondo è un viaggio che molte persone per lavoro fanno tutti i santi giorni della settimana. Ma per me venire a Como è sempre una specie di regalo, di piccola vacanza a portata di mano. Ci venivo da bambino con i miei genitori, quelle domeniche mordi e fuggi viaggiando sui treni delle Ferrovie Nord, ci sono tornato da studente d’architettura, ci vengo ora con le mie figlie. E non c’è volta che non provi a fare il mio...