Cristina Battocletti, l'eredità cattiva

12 Ottobre 2023

Un romanzo sull’abbandono, un romanzo sulla vergogna, un romanzo sulla follia, un romanzo sulla vocazione letteraria, un romanzo sulle colpe che ricadono sui figli, un romanzo sulla Madre. Questi i temi principali di Epigenetica (pp.172, La Nave di Teseo), felice prova narrativa di Cristina Battocletti. La prima pagina del racconto reca la data del marzo 1979. La voce narrante è quella d’una donna. Parla del proprio padre e si rammarica che l’uomo non abbia usato il fucile da caccia per uccidere lei, la madre e i fratelli. Perché? Come apprendiamo subito dopo, c’è un dolore che è arrivato al padre e alla madre attraverso i nonni, e prima di loro dagli avi. Questo dolore è ora giunto sino a lei, a Maria, nome della voce che incontriamo nelle prime righe. Di lei scopriamo via via il vissuto. All’inizio siamo immersi in un racconto che sembra uscito dalle pagine di Parise, dal Ragazzo morto e le comete o La grande vacanza, per via della sua atmosfera tra la fiaba e il romanzo gotico. Maria si interroga in modo assillante sulla propria identità, su come sia stato possibile che tutto il dolore dei genitori e dei genitori dei genitori sia ricaduto su lei. È il tema dell’epigenetica, che dà il titolo al libro. Di cosa si tratta? Un termine coniato dal biologo inglese Conrad Hal Waddington per indicare un’ereditarietà negativa che agisce sui discendenti condizionando in loro comportamenti autodistruttivi; qualcosa che ha a che fare coi geni. Questo è dunque il nome attribuito alla catena che lega la madre a Maria e Maria al proprio figlio Emanuele – lo vedremo entrare in scena solo nell’ultima parte del romanzo. Una psicoanalista israeliana Galit Atlas in un suo libro recente, L’eredità emotiva. Un terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma (Cortina), ha spiegato come i traumi non elaborati da genitori o nonni, o all’interno del clan famigliare, siano all’origine di fantasmi d’angoscia e di ansia negli eredi. I traumi trasmessi sono così parte della psicologia individuale alla pari dei ricordi, dei sensi di colpa e della stessa vergogna.

Maria sta scrivendo qualcosa che somiglia a un diario; sono pagine al passato – gli anni Settanta – e al presente – gli anni Duemila – che si alternano sistematicamente facendo oscillare il racconto avanti e indietro nel tempo come il braccio d’un pendolo. Nonostante questo movimento fluttuante lo sguardo della narratrice non sembra mutare molto nel corso del tempo. Maria è infatti una bambina-adulta e insieme una adulta-bambina: composta di due parti sovrapponibili ma non identificabili. L’abbandono del padre all’inizio della sua vicenda personale ha prodotto la fine d’ogni possibile cura materna, la rovina della famiglia, la deriva di Maria, e anche dei fratelli Pietro e Paolo – i loro nomi richiamano quelli dei fondatori del cristianesimo. La madre è persa comunque, eppure è l’abbandono del padre, la sua scomparsa, a produrre il disastro, a disincagliare il destino avverso dal banco di sabbia in cui s’era miracolosamente conficcato. Siamo a Grado, tra acque marine e acque lacustri, tra acque mosse e acque ferme: movimento e stasi.

E infatti una delle immagini più forti e insieme seducenti del romanzo è quella della melma, della mescolanza di acqua e terra che è propria della laguna, là dove si svolgono alcuni episodi della storia. La madre di Maria appartiene alla tradizione della Grande Madre mediterranea, collocata non più nel pelago meridionale bensì al Nord. È una madre fallimentare ma pur sempre inglobante come nell’archetipo della Grande Madre italica. Al suo funerale, Maria verserà l’acqua, che è andata a prendere nel suo mare, sulla bara calata nella fossa: “Si forma una melma che è in fondo il ritratto della nostra famiglia”.

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Solo Maria si salverà, seppure a fatica, da tutto questo. È la scrittura a mutarne il destino, o almeno così lei racconta. E proprio la scrittura è uno dei punti di forza di questo romanzo che coinvolge il lettore, irretendolo nella sua duplice temporalità. Maria fallisce ogni volta, ma ogni volta si rialza, e la storia viene rilanciata attraverso il sistema del doppio diario: il pendolo ripassa per i medesimi punti in andamento continuo, in un ritmo vorticoso con spostamenti di scena che rendono più complessa la trama. La bipartizione narrativa funziona poi come una forma di depistaggio costringendo il lettore a ricomporre in proprio il puzzle delle storie. Possono sembrare questioni gravose, ma il tocco magico di questo romanzo è che Maria, nonostante tutto, mantiene qualcosa di leggero: il drammatico non è mai tragico. Il romanzo possiede infatti più i caratteri d’una commedia che non di una tragedia classica. La leggerezza dell’esistere, del sopravvivere, dell’andare sempre avanti, la leggerezza di cercare di continuo l’incontro con l’altro: queste sono le caratteristiche, almeno esterne, del personaggio di Maria. È diventata un’autrice di successo, così che tutto il dolore e l’eredità della sofferenza ricevuta si sono trasformati in letteratura, per quanto noi non sappiamo come sia stato possibile. Di questa parte della sua vita Epigenetica ci dice poco e nulla: i titoli dei libri che ha scritto, l’incontro con il mondo editoriale, il suo ritrovarsi anche lì a disagio: fuori posto sempre.

Maria, come la madre, va a letto con le persone che incontra, e questo costituisce il suo modo per appaesarsi alla vita: per incontrare gli altri, per sottrarsi alla solitudine. Così un radicale sentimento di vergogna serpeggia nelle sue frasi, ma non si addensa mai, non diventa materia narrativa del diario. Certo Maria non sembra provare alcun senso di colpa. È abitata piuttosto da un bisogno di sapere, di scoprire la verità su di sé e sugli altri. Si mette alla ricerca dei fratelli, del padre, dopo che è diventata adulta. Cerca qualcosa di cui ignora il senso e il significato, ma che le pare indispensabile per essere quello che è. La parola epigenetica la pronuncia un medico cui Maria si è rivolta per scoprire la sorte del figlio Emanuele, figlio rifiutato e scomparso. Il clinico lavora per un’associazione no profit che si occupa dei clochard e che vorrebbe usarla per le sue ricerche sull’ereditarietà. Il trauma è dunque la sola vera eredità che s’iscrive nella vita della protagonista e dei suoi fratelli Pietro e Paolo, figure che permangono sullo sfondo, perché la narrazione in prima persona è puntata sempre su Maria, immancabilmente davanti allo specchio in cui vedere sé stessa, alla continua ricerca d’una definizione del proprio self che non arriva mai.

L’eredità è quella delle colpe che ricadono sui figli e sulle figlie, secondo un detto incluso nell’Antico Testamento. Ma quale è la vera colpa della madre? Essere come è, una donna terribilmente debole e insieme forte della propria debolezza. Maria non accetta questo e ci coinvolge nella propria inquietudine. Cosa ci insegna allora questo romanzo famigliare? Non è facile dirlo, perché il romanzo non ha nessuna morale e non contiene nessun insegnamento diretto. Racconta piuttosto la famiglia come appare oggi: una realtà che si disfa, che va in mille pezzi, che resta nei discorsi di tutti come una impossibile idealità. Racconta il nostro destino di déraciné, di sradicati, condizione ampiamente contemporanea. La vita di Maria non è una vita usuale, una vita “normale”, eppure nelle caratteristiche della sua personalità possiamo leggere aspetti che riguardano tutti, quella confusione del vivere che è un rotolare continuo lungo il piano inclinato della vita. Essere sradicati è oramai un fatto abituale in un mondo che ha perso i propri confini e fa traballare le identità cui ci abbarbichiamo in attesa di una rivelazione che forse non verrà mai. Un romanzo famigliare che ribadisce la centralità della relazione parentale e la salda implacabilmente alla forma dell’eredità: un destino biologico cui Maria non sfugge e che diventa inevitabilmente la fonte del proprio raccontarsi. 

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