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drammaturgo

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12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan, alle estreme conseguenze

Vitaliano Trevisan era un artista scomodo nell’unico modo in cui si può essere scomodi oggi: era scomodo soprattutto per se stesso. Mai che i suoi libri, il teatro, le letture, lo abbiano visto davvero schierato contro qualcuno o qualcosa per indirizzarsi in favore di persone o idee antagoniste. Mai che abbia potuto trarne vantaggio, inoltre (e soprattutto). Perché la posizione che assumeva, il margine del discorso dove si collocava, era quello che gli permetteva uno sguardo obliquo, che mostrava ciò che riusciva a vedere solo lui. Allo stesso tempo, quello sguardo che non si poteva condividere, e che non permetteva affiliazione di opinione o di schieramento politico ufficiale, risultava urticante, irritante perché portato sempre alle estreme conseguenze. Anzi, solo le estreme conseguenze, inseguite con insistenza, con l’accanimento di un martello interiore che batteva sempre sullo stesso punto, erano garanzia di fuga da un pensiero ragionevole – non importa se ben informato e intelligente – per inseguire la convinzione che non c’è pensiero ben informato e intelligente che può dare conto dell’attuale esistenza, a casa nostra, nella nostra lingua, ma si possono soltanto condurre le...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan. Un ponte, un crollo

Una volta Vitaliano Trevisan mi mise le mani addosso. Ad Asiago, il bellissimo altopiano che sovrasta la nostra città comune, Vicenza. All’ingresso di non so più che evento culturale. Forse una decina, o dozzina di anni fa. Sono un disastro con le date, e in generale la memoria funziona più a frammenti che con un approccio storico: ricordo quel che ricordo, quando capita. E poi sono benedetto da una sorta di oblio delle cose spiacevoli. Anche questo episodio me l’ero pressoché dimenticato. A ricordarmelo è stato proprio lui, pochi mesi fa. Con la prima di una serie di telefonate che ricucivano un rapporto sfilacciatosi tanti anni prima.    Può sembrare strano citare un fatto simile. Strano come commemorazione di un morto. Strano, ovviamente, il fatto in sé. E strano che sia stato lui – diciamo, esagerando: l’aggressore – a ricordarlo a me, l’aggredito. Ma chi ha conosciuto Vitaliano di persona sa che nulla di tutto questo è strano davvero.  Così come nella sua scrittura, c’era sempre in lui un senso di minaccia incombente. Dietro lo sguardo glacialmente ironico di quegli occhi azzurrissimi, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. E pericoloso. E così,...

Letto in un’altra lingua / Sammy Gronemann, Tohuwabohu

Tohuwabohu (Caos) – I ed. 1920, ed. consultate: Reclam, Stuttgart 2000, pp. 378 – è il primo romanzo di Sammy (Samuel) Gronemann, drammaturgo, avvocato e giurista ebreo, nato a Strasburg, allora est della Germania, in una famiglia ortodossa in cui fu educato nell’amore per il popolo ebraico e nell’interesse per la difesa della condizione giuridica degli ebrei.   Germania, anni Venti    A Borytschev, appena fuori dalla sinagoga, un giovane studente di una scuola talmudica, Jossel, incontra giusto al di là dell’Eruv la giovane Chana Weinstein seduta su una panchina. La ragazza sta leggendo il Faust di Goethe, e Jossel si avvicina per farle notare che sta “contravvenendo al comandamento” tenendo fra le mani quel libro oltre il confine che “terminava qualche passo più in là, e dunque alla panchina su cui sedeva doveva essere arrivata trasportando qualcosa di proibito, anche se solo un libro”. Avvicinatosi per farle presente la trasgressione e il precetto, Jossel resta affascinato dall’aura di verità e dalla prontezza della ragazza, che lo ringrazia “per il gentile avviso”: “[…] chiese cosa poteva fare allora, una volta che la regola era stata trasgredita […] avrebbe...