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film

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Nelle sale dal 7 febbraio / Vedere la classe

Milioni di genitori pagherebbero oro per vedere e sentire cosa capita nella classe dei loro figli. Non solo per spontanea predisposizione al controllo, ma oggi soprattutto per la diffidenza crescente nei confronti degli insegnanti. L’era internet cominciata negli anni Novanta come sappiamo ha decapitato tutti gli Autorevoli. Chi cazzo ti credi di essere? Sei uno studioso, uno scrittore, un giornalista, un professore con una trentina di anni di studi, esami, corsi e dici la tua su un argomento di tua specifica competenza? Chissenefrega! Siamo tutti profili con l’identico diritto di dire la nostra su qualsiasi argomento, compreso quello che è di tua competenza. Che un professore possa saperne qualcosa in più parlando di educazione, apprendimento, diritti, doveri, financo discipline è ormai messo in dubbio anche in classe da un buon numero di giovanotti e giovanotte under 14 seduti nello stesso vano di un edificio scolastico. Non mi sto lagnando del declino del prestigio sociale della classe docente. Inutile lagnarmene, poiché è già accaduto. L’autorità si è sfarinata e l’autorevolezza oggi ce la guadagniamo non tanto con il curriculum vitae e il cursus honorum, quanto con gli...

Radu Jude, “The Dead Nation” / I fatti ordinari di un tempo eccezionale

Il quarantunenne Radu Jude, nato a Bucarest nel 1977, è probabilmente meno noto al grande pubblico rispetto ai connazionali Cristi Puiu, Corneliu Poromboiu o Cristian Mungiu (certo il più conosciuto, almeno in Italia), ma ha già dimostrato di possedere una voce riconoscibile e un curriculum di tutto rispetto. Cresciuto negli anni del post-comunismo, a differenza di altri esponenti di quella che è stata sommariamente ribattezzata “nouvelle vague rumena”, Jude è apparso finora meno interessato al regime di Ceaușescu e alla sua difficile eredità nella Romania di oggi: la sua filmografia guarda molto più indietro. Già con il suo terzo film, Aferim! (2015, vincitore dell’Orso d’argento alla 68ma Berlinale), utilizzava gli schemi del western e del road movie per mettere in scena conflitti etnici e gerarchie feudali nella Valacchia del primo ‘800.    Radu Jude. Il successivo Scarred Hearts (2016, Premio speciale della Giuria a Locarno) è invece un singolare biopic, liberamente tratto dal romanzo autobiografico Cuori cicatrizzati del poeta e scrittore ebreo Max Blecher (1909-1938), morto giovanissimo di spondilite tubercolare dopo aver trascorso, quasi immobile, oltre dieci...

Generazioni in guerra / Joan Sales, Incerta gloria

Nella letteratura sono esistiti ed esistono i cosiddetti "libri di una vita", quei libri cui gli autori hanno dedicato per l’intera esistenza energie, riflessioni, ripensamenti. Incerta gloria di Joan Sales (Nottetempo, 2018) è uno di questi, ma non solo per questo motivo. Esso è stato la "ragione di una vita" perché si occupa di quella Guerra Civile spagnola che ha riempito l’esistenza dell'autore, travolgendola. Ma chi era Joan Sales? Nato nel 1912 e morto nel 1983, è stato un nazionalista catalano, militante comunista ma su posizioni che politicamente si sono scolorite con il tempo. Al momento dello scoppio della guerra si arruolò a 24 anni, partì per il fronte di Madrid passando in quello d'Aragona. Combatté fino alla disfatta del 1939, attraversò le frontiere francesi ma fu arrestato ed internato nel campo di Prats de Mollò. Dopo un esilio durato nove anni tornò nella Spagna franchista nel 1948 e continuò l’opposizione questa volta come editore.   Lavorò alla Club Editor e al suo interno fondò una collana divenuta celebre nella letteratura iberica, Club dels Novel. Si occupò anche della traduzione di classici, ma il suo impegno, principale e totale, fu e continuò ad...

Una conversazione / Paolo Gioli: il cinema è ovunque

Paolo Gioli è l’ideatore di movimenti di cinepresa mai avvenuti, il discreto alchimista del “niger mundus”, il manovratore della metamorfosi, l’archeologo-scopritore del cinema sempre in anticipo/ritardo rispetto alla sua invenzione.  Lo incontro nella sua casa fuori Rovigo, grazie all’intervento di due amici cineasti che mi accompagnano, Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa.  L’abitazione è un colloquio di oggetti, essa stessa congegno cinematografico. Prima dell’arrivo, mi sono fatto un piccolo consuntivo della sua lotta per immagini: proto-film, film-libro, film decomposti, filmfinish, poemetti filmici, schermi perforati, schermi disturbati, schermo di schermi, naturae, vessazioni, forme dell’annegamento, cronache di verticalità̀ simultanea, ottenebramenti e anatomie stenopeiche.   Durante la mia inquieta esplorazione ritrovo – sparsi per la casa – frammenti e reperti di questa lotta: otturatori vegetali, fogliame, bestiari fantastici, maschere funerarie, nudi d’arte, e un manifesto (tra gli altri) della banda Baader/Meinhof.  Gioli mi mostra un libro aperto sul suo “pugno stenopeico” e le sue conchiglie con l’ombelico forato. Parliamo di Émile Cohl, lo...

Le streghe di Guadagnino / “Suspiria”: un film parallelo

In una delle pagine iniziali del suo illuminante testo su Pinocchio, Giorgio Manganelli descrive il libro come una sorta di mappa, un territorio infinito ed infinitamente estendibile. In accordo al suo progetto di lavorare sugli indizi del testo, dice poi: “ogni parola è stata scritta in un certo punto per nascondere altre, innumerevoli parole”. Poco più avanti, se possibile, è ancora più esplicito: “Non possiamo supporre che un testo sia un tuorlo che può produrre innumerevoli autori, e che anzi io stesso sia uno degli innumerevoli autori del testo?”.  Questa lieve deviazione in uno spazio extra-cinematografico può forse essere impiegata produttivamente per cercare di venire a capo del groviglio di sollecitazioni a cui la visione del Suspiria di Luca Guadagnino sottopone lo spettatore. Vedere questo film come un remake dell’originale di Argento sembra essere infatti non solo sbagliato ma, soprattutto, poco utile. Conviene forse cercare di capire secondo quali traiettorie e operando quali spostamenti Guadagnino abbia operato all’interno dell’immaginario argentiano.   L’accademia di danza del film (ph. Mikael Olsson/Amazon Studios). Il primo, più esplicito perché...

O. Assayas, “Il gioco delle coppie” / Il fascino discreto della neo-borghesia

Léonard (Vincent Macaigne) è uno scrittore. I suoi libri raccontano storie d’amore e di sesso, più di sesso che d’amore in verità. Sono storie in gran parte autobiografiche, come si capisce dall’incontro che Léonard ha con il suo editore Alain (Guillaume Canet). Gli ha portato il dattiloscritto dell’ultimo libro, il quarto o forse quinto. Il pranzo si risolve con un rifiuto di Alain di pubblicarglielo. L’editore non glielo spiega, ma è evidente che non gli è piaciuto. Di più: l’ha irritato. Alain lo dice alla moglie tornando a casa: le storie di Léonard l’hanno stufato; in qualche misura lo disturbano con tradimenti, storie di matrimoni falliti, incontri sessuali e altro ancora. La moglie, Selena (una bravissima Juliette Binoche), è un’attrice di teatro, tuttavia la sua fama è legata a una serie televisiva dove interpreta una poliziotta – una specialista in situazioni critiche, precisa lei. Vorrebbe smettere di farlo e forse tornare al teatro. Si sente prigioniera del personaggio.   Olivier Assayas. Questa la trama d’avvio di Il gioco delle coppie di Olivier Assayas, regista ed ex critico per i “Cahiers du cinéma”, fra i più amati dalla cinefilia internazionale, premiato a...

La Tunisia secondo Mahmoud Ben Mahmoud / “Fatwa”. Che la legge maschile sia

Un paio di settimane fa è stato presentato al cinema Trevi di Roma Fatwa, del regista tunisino Mahmoud Ben Mahmoud (La Traversata, Les Siestes Granadine, Le Professeur), vincitore del Saad Eldin Wahba (premio come migliore film arabo) al Cairo International Film Festival 2018 e del Tanit d’Or come miglior film al Cartage Film Festival 2018. Piccolo film asciutto e duro, capace di catturare l’attenzione e di disturbare lo spettatore. Piccolo solo perché racconta con straordinaria concentrazione una vicenda ordinaria e tragica che si svolge a Tunisi nel 2013, ossia due anni dopo l’inizio della “rivoluzione dei gelsomini”, che ha cacciato il dittatore Ben Ali dopo più di vent’anni di un regime che ha portato il paese allo sfinimento. L’anno è importante, sottolinea l’autore, perché da allora in Tunisia le cose sono un po’ cambiate. Nel 2013 le tensioni tra le forze democratiche e progressiste e quelle islamiste sono state elevatissime e hanno portato, nel 2014, alla caduta del governo guidato da Ennahdha, il partito islamista moderato, in modo incruento. Nel 2013 sono stati uccisi a Tunisi due esponenti di partiti di opposizione a Ennahdha che, tra le altre cose, è tutt’ora al...

Da Venezia a Netflix / “Roma”, autobiografia di un ricordo

Roma è ambientato nel 1971 ed è il film attraverso il quale Alfonso Cuarón ha ricostruito e messo in scena quella che potremo definire la “casa madre” del suo cinema. “Roma”, difatti, è in origine il nome del quartiere borghese di Città del Messico dove si trovava l’abitazione in cui il regista, nato nel 1961, ha trascorso l’infanzia: assieme ai fratelli, la madre (Sofía: Marina de Tavira), la nonna e la bambinaia indigena – la “Libo” (Liboria Rodríguez) a cui è dedicato il film, interpretata da Yalitza Aparicio:     Guardando, o riguardando, Roma, rimangono addosso a lungo tre aspetti: il primo è l’energia cinematografica di Cleo, la protagonista, che entra in scena lavando il pavimento del cortile di casa e man mano conquista una potenza di racconto quasi magica. Il secondo consiste nell’esperienza piena di cosa sia il cinema come linguaggio, dalla fotografia (un bianco e nero via via tagliato dal controluce o abbacinato dai raggi del sole) al lavoro della macchina da presa: carrelli laterali, riprese dal basso (come se a girare fosse un bambino inginocchiato), uso narrativo della profondità di campo.   In Roma trionfa il cinema come scrittura delle immagini, dei...

36mo Torino Film Festival / “La Flor”: quattro petali, un gambo e una radice

Comincio con l’intravedere una forma, una specie di isola remota [...] Vedo la fine e vedo l’inizio, ma non ciò che si trova in mezzo. Questo mi viene rivelato gradualmente, quando gli astri o il caso sono propizi. Più di una volta devo ripetere il cammino nella zona d’ombra. Jorge Luis Borges, Prologo a La rosa profonda   Da dove si comincia a parlare di un film di finzioni (il plurale è d’obbligo), che è anche un formidabile saggio sul cinema e sul suo connubio con la pittura, la letteratura, la fotografia, la musica, la politica, la storia? Un film che dura – intervalli inclusi – un po’ più di quattordici ore? Un film che seduce a tal punto gli spettatori da indurli a chiedersi di continuo “e poi? e poi?”, mai sazi, mai stanchi, mai disposti a abbandonarsi alle arti del mago Sabbiolino, perché qui la magia è tutta nelle mani di un regista che sa come tenere sveglio il desiderio e vivo il piacere?    Sono il regista Mariano Llinás e i suoi alter ego scenici (tra cui il drammaturgo, regista e attore argentino Rafael Spregelburd) a dirci, dall’interno del film, quali sono le regole del gioco o, se volete, le istruzioni per l’uso. Lo fanno con tanto di taccuino e...

Dal trailer al film / “Notti Magiche” e promesse mancate

Il trailer di Notti Magiche di Paolo Virzì è evocativo, emozionale, incomprensibile. Sono presenti una serie di soggetti, temi, elementi, che vengono presentati alternativamente e che non riusciamo a tenere uniti: il calcio sotto forma di Mondiali (Italia 90, come ci ricorda il commovente pezzo di Gianna Nannini, che ne fu colonna sonora), il mondo del cinema, una storia d'amore. E poi, ancora, da capo, campionato del mondo, una sceneggiatura, a cui si aggiunge un omicidio su suggerimento di una bionda che, mostrandoci una foto, ci dice che “l'hanno ammazzato loro”. A suo dire, conoscerebbe i colpevoli. “Immagini che non avremmo mai voluto commentare”, il cronista della partita chiosa così, e nello stesso momento una macchina precipita scenicamente da un ponte finendo nel Tevere. “Volete fare gli sceneggiatori, ma non sapete fare gli spettatori”, continua qualcuno. Calcio, cinema, incidente, omicidio, amore. Quante cose. Infine, il trailer culmina esplodendo, e sospendendosi allo stesso tempo, laddove era iniziato: il ritornello della hit sparato a tutto volume torna a farci sognare. Sembra funzionare, ma che film ci stiamo preparando a vedere è difficile da dire. In mancanza d'...

L’omicidio Cucchi su Netflix / “Sulla mia pelle”: il fatto sussiste

Coricato sul letto di un carcere ospedaliero, Stefano Cucchi, arrestato per spaccio il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo, ci appare subito, all’inizio di Sulla mia pelle, come una figura che assomiglia più a una cosa buttata che a una persona. Comincia a esistere, in senso cinematografico, come corpo ormai morto: inerme, pieno di lividi, disidratato, lasciato morire da solo.     Quelle quattro ossa per sempre incapaci di tirarsi su sembrano avverare le parole che ha lasciato Pier Paolo Pasolini in Empirismo Eretico (1972), poco tempo prima che anche il suo corpo fosse massacrato e fissato dalle immagini in testimonianza visiva perpetua di un’esistenza inconciliata. «La morte – aveva infatti scritto Pasolini – compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»....

Ercole e il suo mito / Wilma, dammi la clava!

“Wilma, dammi la clava!”, urla Fred Flintstone a sua moglie. La frase divenuta celebre in Italia grazie alla pubblicità televisiva dell’insetticida Neocid Florale degli anni Sessanta, accompagna l’istante in cui il cavernicolo si dispone a far giustizia di nugoli di mosche aggressive.   Annuncio pubblicato nella rivista settimanale RADIOCORRIE TV riferito alla serie di animazioni pubblicitarie per Carosello andata in onda dal 1965 al 1971. Il prototipo dell’eroe che impugna la clava per far giustizia in un modo che si presume buono e legittimo è Ercole. La mostra Ercole e il suo mito, in corso a La Venaria Reale (fino al 10 marzo 2019), ricostruisce il percorso del mito dalle sue origini micenee al suo disperdersi nella cultura di massa: nel genere cinematografico “peplum” inaugurato da Le fatiche di Ercole nel 1958 e negli “spaghetti western” di Sergio Leone, che traslocano la figura dell’eroe dai luoghi del mito alla frontiera del West. La pistola che Clint Eastwood impugna al posto della clava per far giustizia nel film Per un pugno di dollari del 1964 “fa fuori” il genere cinematografico “peplum”, spiega Angelo Bozzolini, curatore del progetto audiovisivo che correda...

Dal trailer al film / Godard. Tableaux, Films, Textes

Si potrebbe dire che un trailer ha sempre davanti a sé la possibilità di scegliere tra due modalità. La prima ha a che fare con l'essere il film attraverso un montaggio narrativo che ne riporta spezzoni in modo coerente e comprensibile, e principalmente neutrale; la seconda – più rara e variamente declinata – è presentare il film, ponendosi come suo commento esterno. Sono scelte inversamente proporzionali: laddove c'è il film che parla da sé c'è meno spazio per qualcuno che parli al posto suo. Nel caso in questione riesce ad essere entrambe le cose, e vediamo perché.     Nel trailer di Le livre d'image sembra esserci tutto, tranne proprio quelle immagini che si suppone andremo a vedere. Musiche off, voci fuori campo che annunciano l'inizio delle riprese di un film (è il primo ciak dell'Odissea nel Disprezzo, per la regia di Fritz Lang nel ruolo di se stesso), soprattutto silenzi, titoli – evidentemente – di film che vanno e vengono a intermittenza, sospensioni, tracce grafiche che scompaiono per riapparire, la scritta “musique” che entra solo nell'assenza della musica, preceduta da altre scritte, altrettanto indecifrabili, in sovraimpressione. Tableaux, Films, Textes....

Spike Lee, "BlacKkKlansman" / L’uomo nero del Ku Klux Klan

BlacKkKlansman è un’invettiva, un pamphlet per immagini, “scritto” da un uomo di cinema, Spike Lee, che sa come si racconta una storia. E che qui lo fa molto bene, padroneggiando registri diversi, mescolati e fatti interagire tra loro. La porzione narrativa, che occupa la gran parte del film, è basata sulla storia vera dell’unico poliziotto afroamericano di Colorado Springs, Ron Stallworth, che negli anni Settanta si infiltra nel Ku Klux Klan con la complicità di un collega bianco. Ma la vicenda, pur non essendo letteralmente attualizzata, è piena di echi e riferimenti a una Storia che è cominciata prima di allora e che continua.  Il film è aperto da due spezzoni di finzione presentati come documenti: alcune immagini da Via col vento, con una bandiera confederata che sventola su una distesa di feriti della Guerra civile, e lo sproloquio razzista di un fittizio dottor Kennebrew Beauregard (Alec Baldwin), ripreso mentre su di lui passano immagini da Nascita di una nazione, il film di David W. Griffith del 1915. Il racconto è come incorniciato: queste prime sequenze dicono quali ne saranno il filo e il senso; le ultime, propriamente documentaristiche, lo chiuderanno confermando...

La Legge del desiderio / Un affare di famiglia di Hirokazu Kore’eda

Siamo nel Giappone di oggi: Osamu e Shota, un padre e un figlio di una decina d’anni, entrano in un supermercato e iniziano a girare tra gli scaffali. È una scena di vita quotidiana, come ce ne potrebbero essere tante e come spesso siamo stati abituati a vedere nei film di Hirokazu Kore’eda. A un certo punto il padre fa un cenno con le mani e il bambino si sfila lo zaino dalla schiena e lo appoggia per terra e inizia far cadere dentro alcuni prodotti alimentari cercando di non essere visto. Dopo essere usciti senza pagare ed essersi messi a trangugiare delle crocchette comprate in mezzo alla strada per festeggiare il colpo, il padre si rivolge al figlio con aria complice e gli dice che ha appena visto un martello rompivetro che vorrebbe avere, probabilmente per mettere a segno altri furti. “Ma quanto costa?” chiede il figlio. “Circa 2000 Yen”. “È molto caro”. “Se lo compri sì”. E scoppiano a ridere.   Che padre è quello che va con un figlio a rubare nei supermercati? Che irride la legge dicendo che le cose si possono avere senza alcun problema? La psicoanalisi ripete spesso che il padre dovrebbe essere colui che porta la Legge, il limite, le regole: che cosa ne è allora di...

Domani a “Le vie del cinema”, Milano / Che fare quando il mondo è in fiamme

“What You Gonna Do When the World’s on Fire?”, verso iniziale di un negro spiritual ripreso più tardi dal cantante e chitarrista nero Lead Belly (1906-1949), è il titolo del nuovo film di Roberto Minervini. Virato in urgente e imperativa domanda politica attuale, “Che fare quando il mondo è in fiamme?”, quel verso introduce limpidamente il film che il regista e la sua troupe hanno costruito mescolandosi alla gente di Tremé, uno dei quartieri più antichi di New Orleans, il primo nella storia della città ad accogliere le gens de couleur libres, le persone di colore non più schiave.  Tremé, che in base al censimento del 2000 contava 8.853 persone, 3.429 case e 2.064 famiglie (4.918 persone per km²), dopo il passaggio dell’uragano Katrina nell’agosto del 2005 annovera oggi, secondo il censimento del 2010, 4.155 persone, 1.913 case e 827 famiglie. Dimezzato da una catastrofe ‘naturale’, attualmente è in via di gentrificazione, un disastro che di naturale non ha nulla.   Minervini, che nel corso degli anni ha scelto con coerenza di raccontare l’America profonda, mette questa volta al centro della sua narrazione questa specifica ‘zona di esenzione’, una delle tante dove i...

Scrittrici italiane al cinema / Oriana Fallaci: sul fronte del cinematografo

Figura ingombrante e in molti sensi difficile, Oriana Fallaci ha attraversato da protagonista la seconda metà del Novecento, muovendosi con agio e con piglio sicuro in ambiti fino ad allora impensabili per le donne: basti ricordare la sua tenace presenza come inviata di guerra in numerosi e infuocati fronti, a partire dal Vietnam, e le celebri interviste ai potenti della Terra, condotte con garbo e rigorosa impertinenza. Ma al di là delle immagini, ormai proverbiali, di lei che calza l’elmetto militare o che si scopre spavaldamente il capo al cospetto di Khomeini, ciò che più colpisce della sua intensa vita professionale è l’invenzione di inedite modalità di scrittura, felicemente in bilico fra letteratura e giornalismo, caratterizzate da una cura estrema per lo stile e da un meticolosissimo lavoro di documentazione. Di fronte alla ricchezza, alla originalità e alla vivace intelligenza dei testi che ha lasciato, emerge una sconcertante mancanza di studi, per lo meno in ambito italiano, dedicati a un corpus tanto eccezionale. A tale disinteresse hanno certamente contribuito, da un lato, il carattere ibrido della sua scrittura, che travalica i confini del giornalismo, frequenta...

Scrittrici italiane al cinema / “Daisy Miller”: una recensione immaginaria

Anna Banti, è lei stessa ad annotarlo, andava al cinema «alle tre, tre e mezzo, l’ora delle donne di servizio». È un’immagine inedita perché intesse alla postura rigida con cui sovente viene rammentata la scrittrice fiorentina un atteggiarsi meno severo, come un dimenticare di essere Lucia Lopresti in Longhi, colta studiosa d’arte e narratrice celebre con lo pseudonimo di Anna Banti, mentre si concede il gusto di immergersi nei film insieme a spettatori e spettatrici forse meno provveduti culturalmente ma pronti, come lei, a commuoversi, ridere, annoiarsi davanti alle star del grande schermo. Così, tra le righe della scrittura sul cinema di Banti s’intrecciano la frivolezza e il rigore, e la ricerca strenua di una saldezza ideologica si accosta al piacere venato di nostalgia di rivedere i volti delle stelle che, confidente, chiama per nome: Greta, Marlene, Jean...   È certo vero che nelle recensioni – che si dispiegano in un arco di quasi trent’anni, dal 1950 al 1977, prima, come timidamente, su «Paragone» e poi, con toni più professionali, su «L’Approdo» e «L’Approdo letterario», rivista che la Rai accompagna alla rubrica radiofonica omonima − Banti si muove con piglio...

Il senso del ridicolo 2018 / Riso alla milanese

  Quest'anno l'attenzione de Il Senso del ridicolo è rivolta alla comicità milanese, attraverso proiezioni e incontri. Sabato 29 settembre, alle 17.15, il festival ospiterà una conversazione fra il direttore artistico Stefano Bartezzaghi, Sandro Paté (studioso di Enzo Jannacci e biografo di Guido Nicheli, il «Dogui» delle commedie milanesi), Marco Ardemagni e altri ospiti, per ripercorrere storia e caratteri di un umorismo che, soprattutto a cavallo fra gli anni '60 e i '70, ha fatto scuola nel cabaret, nella televisione e al cinema. È difficile (o facilissimo) ricostruire un albero genealogico della comicità milanese, quella che, per semplicità, porta l’etichetta del Derby Club (una palazzina liberty in via Monte Rosa 84, tra corso Sempione e San Siro, per chi non è pratico).    Delio Tessa. Il lievito dell’umorismo impasta la letteratura milanese. Per tacere dell’ironia manzoniana, bisogna almeno ricordare i due grandi poeti che scrivono in dialetto: la commedia umana di Carlo Porta e quella, più in minore, di Delio Tessa. È però una ricerca che ha il rischio di sortire gli stessi risultati di chi si rivolge a un esperto di araldica: un antenato che ha...

Scrittrici italiane al cinema / Un pomeriggio nella stanza dei sogni

L’avventura artistico-letteraria di Alba de Céspedes è segnata da un cosmopolitismo in anticipo sui tempi e da una fiera militanza. Non c’è modo qui di ripercorrere le tappe salienti del suo processo di formazione ma è opportuno ricordare almeno la sua doppia radice, metà cubana e metà italiana, la tensione costante verso un senso vivo della libertà e della giustizia, la precoce esperienza di madre e di donna separata, che la costringe a guadagnare per vivere fino in fondo la sua indipendenza. Sarà la scrittura a darle il lasciapassare per un’esistenza autonoma e responsabile, a cui si abbinerà presto l’esercizio pubblico dell’intelligenza attraverso i canali della stampa periodica (paradigmatica in tal senso la direzione della rivista «Mercurio» in quanto atto di resistenza culturale). L’incontro con il cinema è precoce e duraturo, nonostante la prudenza iniziale («quello che voi chiamate il mio ingresso nel cinema altro non sarà che un rapido passaggio. M’allontano vigliaccamente come si fugge da una donna bella per tema di restarne prigionieri» - Ho paura del cinematografo, «Film», 12 dicembre 1942), e viene scandito da una suggestiva ambivalenza tra vita e forma, produzione e...

Venezia 75 / Gianikian-Ricci Lucchi: noi due cineasti

Nel film, tutto parte nel 1975. È l'anno in cui si conoscono. Angela aveva appena filmato una cerimonia paesana in otto millimetri. Il loro incontro è un colpo di fulmine (deve essere stato così). Tanto che viene suggellato da una specie di patto (almeno così io lo immagino). Yervant inserisce in sovrimpressione alcune immagini sulla pellicola filmata da Angela. Mentre le inquadrature del film scorrono sullo schermo, la sua voce off ricorda il loro incontro (o la voce è quella di Yervant?) e la storia delle sovrimpressioni. Il titolo di questo primo film lo riprendono da Pound, Erat-Sora (così lo descrivono, nel catalogo curato da Sergio Toffetti: «Nel mese di maggio l'aria è profumata di rosa. Nelle campagne si prega la madonna di Fatima, di Lourdes, di Pompei. Mutamenti, trasformazioni, miracoli, danze mistiche, roseti»). La meccanica delle cineprese amatoriali permette di riavvolgere la pellicola filmata, quando ancora si trova nel caricatore. Permette di rifilmarla, aggiungendo strati di immagini. Dunque, un accorgimento tecnico suggella la nascita di una relazione amorosa e insieme artistica.   Noi due cineasti, come dice la seconda parte del titolo. Due in una sola...

Scrittrici italiane al cinema / La polvere e il disordine

A partire dalla fine degli anni Sessanta Natalia Ginzburg scrive di cinema sulle pagine dei giornali, saltuariamente prima e poi più assiduamente (nel 1975, per esempio, da marzo a dicembre, tiene la rubrica “Cinema”, su «Il Mondo», firmando quaranta recensioni). Alcune recensioni sono state riproposte nelle sue raccolte di saggi, in Mai devi domandarmi (1970), in Vita immaginaria (1974), in Non possiamo saperlo (pubblicata postuma, nel 2001, a cura di Domenico Scarpa). A margine dei suoi articoli la scrittrice dissemina a volte gli indizi per ricostruire la sua fisionomia di spettatrice, i suoi gusti, le sue preferenze, i suoi tic, i film e gli autori che ama di più, i generi che predilige, la postura appassionata e oziosa delle sue visioni del grande schermo. In pochi casi si sofferma a riflettere sul rapporto che intrattiene con il cinema e su quanto rappresenta per lei e per il suo immaginario.   “Cinematografo”, il primo di questi articoli, deve essere letto accanto a un pezzo pubblicato qualche anno dopo, “Il volto osceno della celluloide” (apparso su «Il Mondo», il 28 agosto 1975 e poi compreso in Non possiamo saperlo), in cui le idee vaghe e confuse del primo trovano...

Venezia 75 / Another Side of Venice

Sarà la proverbiale crisi del settimo anno (vengo al Lido dal 2011), o forse il nuovo alloggio (quello nel quale ero ospitato fino alla scorsa edizione non era più disponibile); ma mai come quest’anno la Mostra mi è apparsa, all’arrivo, così labirintica: transenne, deviazioni, vicoli ciechi. Ma è solo il primo impatto con il festival, come al solito: dopo qualche giorno di permanenza, tutto sembra rientrato ormai nella placida routine della Mostra – fatta eccezione con l’ossessione securitaria (metal detector, poliziotti, camionette, eccetera), che, occorre dirlo, si fa sempre più forte di anno in anno, dando alla cittadella del festival l’aria di una piazzaforte in perenne attesa del nemico.   Per quanto riguarda la selezione, al contrario, si può dire con un certo margine di tranquillità che, nel corso delle ultime tre edizioni, non ha fatto altro che migliorare (d’altra parte, forse era difficile far peggio dell’edizione 2015, quando i film indimenticabili si contavano sulle dita di una mano). Sulla carta, il concorso veneziano di quest’anno è uno dei migliori da parecchio tempo a questa parte. La gestione di Alberto Barbera, da sempre incline a un compromesso “virtuoso”...

Fino al 29/7 alla Cinémathèque française / Chris Marker. L’onnivedente

Il luogo di lavoro del vecchio Chris Marker era una sorta di Aleph borgesiano, un fitto intrico di cavi, telecamere, registratori, computer, impianti audio e, soprattutto, un gran numero di schermi. Sedendosi nel mezzo di questo panopticon situato nell’est parigino, Marker poteva avere una visione completa del mondo. In questo ultimo ritiro della rue Courat, l’artista non aveva ancora rinunciato a esercitare il suo mestiere: guardare il mondo, registrarlo, montarlo e rimontarlo. In questo spazio della visione totale, egli aveva persino adibito alcuni videoregistratori alla registrazione ininterrotta di programmi televisivi, soddisfacendo quel bisogno di accumulazione spasmodica di immagini che aveva sempre contraddistinto la sua carriera. Sugli scaffali, organizzati in appositi raccoglitori, Marker conservava meticolosamente fotografie, cartoline, pubblicità, fotogrammi ed ogni altro tipo di immagini, montate in collages, accostamenti, contrappunti ironici. Una sorta di atlante warburghiano della memoria, che però non si preponeva alcuna sistematicità; esso era, piuttosto, ispirato all’associazione libera tipica di Dada e dei surrealisti.      La Cinémathèque...