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In questa luce

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Internet serbatoio di immagini / Intervista a Daniele Del Giudice

    Ogni volta che usciva un suo libro, Daniele Del Giudice doveva sopportare una spero lieve ma inevitabile scocciatura: la telefonata di un giovane laureando in lettere che gli domandava se gli avrebbe fatto piacere conversare su Lo stadio di Wimbledon, su Atlante occidentale, su Staccando l'ombra da terra... Lui, ogni volta, acconsentiva con garbo e disponibilità, i due sono diventati amici e lo studente, di libro in libro, di conversazione in conversazione, si è prima laureato, e poi è diventato anch’egli scrittore.   Le ho conservate tutte, le chiacchierate con Daniele Del Giudice. Tutte registrate in audio, e alcune anche in video, ai tempi in cui lavoravo per Tele Capodistria. Mancano soltanto i suoi ultimi libri, Orizzonte mobile e In questa luce. Non ho potuto farle, perché Daniele a un certo punto ha cominciato a perdere proprio le parole, a non trovarle più, a dimenticarle. A dimenticare tutto. Anche questa volta, come al solito, sono corso in libreria, il giorno dell'uscita del suo I racconti, perché, come dice la quarta di copertina,  “negli anni Ottanta e Novanta quando usciva un libro di Daniele Del Giudice era un evento per critici e lettori,...

Nessuno con cui valga la pena parlare / Indifferenza

Non sembra che ci sia alcuno scopo, nessuno con cui valga la pena parlare, neppure un progetto cui opporsi, né tantomeno da proporre. Niente per cui meriti di alzare un dito. Basterebbe una presenza per fare la differenza, nella folla anonima di volti che scorrono invisibili. Un cenno capace di distinguersi nella ripetizione atona che scorre silenziosa. Bisognerebbe però poterla immaginare, attendere, concepirla in un’attesa, prefigurarsela, presentirla in un’illusione, quella presenza. Così non è. Non un segno, neppure un cenno, né l’ombra di una differenza. Non una parola: solo un chiasso assordante che non diventa voce. Spostandosi, muovendosi da un luogo all’altro, fissando ora un volto ora l’altro, non si produce un incontro, non genera differenza neppure la condizione nomade, ma solo una perdita che segue a una perdita precedente. Si vedono in giro tanti volti rassegnati. La rassegnazione è difficile descriverla. È come una nebbia dove la gente sembra smarrire il bisogno della verità, la necessità dell’altro e il piacere e l’impegno di riflettere e comprendere. E i volti sembrano attraversati dagli sguardi, trasparenti alle emozioni, come lucidi da proiezione senza alcuna...